Non è vero, ma ci credo: la fortuna aiuta gli audaci o gli scaramantici?

Vince chi è più forte o chi è più fortunato? Spesso le due cose coincidono, ma guai a raccontarlo ai calciatori, agli allenatori e ai presidenti che senza le proprie superstizioni non possono vivere…

di Redazione Il Posticipo

Riguardo la scaramanzia nello sport, le scuole di pensiero sono due. Ci credo e non è vero, ma ci credo comunque. Forse solamente il mondo dello spettacolo è più pregno di riti, amuleti e piccoli rituali pre-partita, quasi a ricordare gli anni della Grecia, in cui ogni gara era rigorosamente preceduta da un sacrificio agli dei. Al che si pone un giustissimo quesito: vince chi è più forte o chi è più fortunato? Spesso le due cose coincidono, ma guai a raccontarlo ai calciatori e agli allenatori che senza le proprie superstizioni non possono vivere. Vediamo qualche caso…

Il mio vestito fortunato

Completi, cappotti, maglie, mutande. Qualsiasi cosa può trasformarsi in amuleto, anche solamente grazie ad un paio di vittorie totalmente casuali. Anzi, soprattutto in casi del genere. Come il vestito blu di Don Revie, accuratamente preparato dallo staff prima di ogni partita del Leeds United. Un vestito però con un funzionamento limitato alle competizioni per club, dato che nonostante la sua immancabile presenza l’esperienza in nazionale del Don non è stata esattamente fortunata. Anche una delle sue nemesi storiche, Bob Stokoe, tecnico del Sunderland, aveva un vestito fortunato. Una sobrissima tuta viola, che l’allenatore ha indossato, rompendo un protocollo che durava da quasi un secolo, anche a Wembley durante la finale di FA Cup proprio contro il Leeds. Completo blu contro tuta viola? Vince l’outfit sportivo, 1-0.

Musica, maestro

Anche Bruno Pesaola aveva un cappotto fortunato, di cammello, da cui non si separava neanche con 40° all’ombra. Ma il suo rito scaramantico più famoso riguarda un disco di Peppino Gagliardi. Non si poteva iniziare una partita delle sue squadre (Napoli, Bologna e Fiorentina, con cui ha vinto lo Scudetto nella stagione 1968/69) senza ascoltare “Come le viole” del celeberrimo cantante napoletano. Una tradizione iniziata nei suoi tempi da calciatore a Napoli e portata avanti per tutta la carriera. Al punto che un giorno, racconta la leggenda, avendolo dimenticato a Firenze, il Petisso decide di noleggiare un auto e fare andata e ritorno per far sì che i suoi ascoltassero la canzone portafortuna della Viola. E che, naturalmente, vincessero la gara.

Aglio, olio, prezzemolo e finocchio

Ma anche un po’ di sale, quello che Romeo Anconetani, presidentissimo del Pisa, faceva spargere sul terreno dell’Arena Garibaldi prima di ogni gara, per annullare gli influssi negativi, neanche giacesse su un cimitero indiano. Per contrastare la presenza del diavolo (non certo del Milan), il Trap portava sempre con sè un’ampolla di acqua santa donatagli dalla sorella, Suor Romilde. Per non parlare dei leggendari rituali del Barone Liedholm, presi bonariamente in giro anche da Lino Banfi nel film L’allenatore nel pallone. E occhio ai segni zodiacali, perchè un’accoppiata sbagliata era in grado di far cambiare umore e idea sulla formazione al maestro svedese.

Per finire con Gary Lineker, che si rifiutava di calciare in porta durante il riscaldamento, per timore di sprecare un gol. Salvo poi cambiare la maglia alla fine del primo tempo, in caso di mancanza di reti. Perchè, com’è che si dice, non è vero, ma ci credo!

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