Italia, sei all’anno zero

Italia, sei all’anno zero

di Stefano Impallomeni. Ventura al capolinea ma il calcio azzurro non va bene da tempo.

di Stefano Impallomeni

Come nel ’58, 60 anni dopo, niente mondiale. La Svezia strappa il pass per la fase finale del mondiale. Forsberg e compagni vanno in Russia, noi, l’Italia, andremo al mare. È il fallimento ritardato del nostro calcio, messo a nudo da vizi noti e da un complesso di contingenze neanche tanto fortunate.

Ventura ci mette il carico infilandosi nell’imbuto folle di scelte incomprensibili e paga per tutti.  E poco importa chi ne prenderà il posto. La botta va elaborata quanto un lutto e non è questa la sede per esprimere giudizi affrettati.

Il problema del nostro calcio è profondo e viene da lontano. È abbastanza recente. Alcune costanti presenze nelle grandi manifestazioni ci hanno distratti, ci hanno fatto dimenticare una crisi cronica, quasi di principio. L’inganno è durato parecchio ma il vizio c’era, c’è sempre stato e siamo stati colpevoli a non dargli il giusto peso. È una crisi, purtroppo, che prende piede dal non più frequente impiego dei nostri calciatori nel nostro campionato.

Gli organici delle prime cinque in classifica, in serie A, comprendono il 37,3% di italiani e il 62,7 di stranieri. Molti degli italiani non sono titolari e soltanto il 20% comincia una partita dall’inizio. Anche le squadre Primavera sono piene di stranieri. Più di un club ha in organico il 50% di stranieri. I nostri giovani hanno scarse possibilità di affermazione. Sono troppo pochi quelli che ce la fanno e sono altrettanto pochi quelli che possono diventare dei Campioni.

In più aggiungiamoci altro. La Serie A è inferiore per valori economici e risultati rispetto ai maggiori campionati europei. Forse soltanto la Ligue 1 potrebbe considerarsi al nostro livello. E relativamente agli anni 2000 non c’è da stare allegri se consideriamo che la Nazionale ha vinto l’ultimo Mondiale nel 2006 con Lippi e che nel 2010 (Lippi) e nel 2014 (Prandelli) è uscita di scena al primo turno, vincendo una sola partita su sei. A livello europeo, più o meno nello stesso periodo, magre soddisfazioni, tranne le gestioni di Zoff e Prandelli che ci hanno fatto sognare. Due finali perse in modo diverso, poi mezzi risultati. Due uscite ai quarti di finale con Donadoni e Conte, nel 2008 e nel 2016, senza dimenticare che non vinciamo un titolo dal 1968, l’unico trionfo in bacheca.

E allora di cosa ci meravigliamo? Davvero speravamo nella partita della vita? In questo assemblaggio caotico e disperato di uomini nell’atto conclusivo? Possiamo dire quel che vogliamo. Possiamo dire che è tutta colpa di Ventura, che ha perso il comando nella notte del Santiago Bernabeu contro la Spagna lo scorso settembre. Per colpa delle prestazioni con Macedonia e Albania. Per aver sottovalutato un ridimensionamento tecnico da brividi. Per colpa di alcune scelte cervellotiche ed eccessivamente sperimentali. Possiamo dire tutto e il suo contrario. Potremmo dirne tante, ma ora serve a poco. Ventura, però, passerà alle cronache di ogni epoca. È suo il volto perdente di questo pezzo di storia azzurra. Ma Ventura non è che il malcapitato di turno, un allenatore che non ha saputo avere la freddezza necessaria del selezionatore.

Ventura, che avrebbe dovuto avere più lucidità , non è che lo specchio appannato del nostro movimento che non ha stonato soltanto nella notte fredda di San Siro ma che stona da diversi anni. Il finale commovente, generoso e confuso contro la Svezia avrebbe meritato miglior sorte evidenziando allo stesso tempo tutti i limiti oggettivi di questa squadra. Il pianto di Buffon a fine partita sintetizza il disastro e supera ogni altra considerazione. La vecchia guardia saluta. Siamo questi, ora, e non sappiamo cosa e chi saremo nel breve periodo. Il futuro non sembra radioso, ma di certo non siamo più quelli forti di una volta. Prendiamone coscienza. Dopo questa eliminazione, questo autentico fallimento, è cominciato l’anno zero del calcio azzurro e non solo. Senza più Ventura ma con un mare di problemi ancora da risolvere.

 

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