Opportunità e criticità: seconde squadre, sì o no?

Opportunità e criticità: seconde squadre, sì o no?

Di Massimo Piscedda. Quella della creazione delle cosiddette seconde squadre è una proposta importante, ma che va valutata attentamente in tutte le sue sfaccettature.

di Massimo Piscedda

Seconde squadre, sì o no? La risposta sembra essere quella di un coro unanime per il sì, ma poi nessuno spiega come e dove dovrebbe cominciare questa rivoluzione. Il mio pensiero rimane quello che tutto si può fare, ma con criterio. E che soprattutto bisogna identificare il primo obiettivo: il rilancio del calcio italiano. Anzi, meglio ancora, dei giocatori italiani.

E qui la vicenda non è molto trasparente. Le seconde squadre devono servire solo esclusivamente a formare i giovani italiani, perché negli ultimi anni il gran numero di stranieri in campo non ha permesso ciò. E questo ha inevitabilmente rafforzato le altre Nazionali, che hanno svezzato i loro giocatori nel nostro campionato, molto competitivo e formante. C’è da porre un limite riguardo a ciò e le seconde squadre dovranno essere soprattutto utili all’Italia per formare Nazionali competitive a tutti i livelli.

Ora, l’adozione della panchina lunga ha causato la presenza nelle rose di tanti giocatori, che incidono sul bilancio ma giocano poco molto poco. E se andiamo a vedere i numeri, pochi di essi sono nativi. Questo sta a significare che da qualche parte questi calciatori devono pur essere impiegati e non vorrei che proprio le seconde squadre diventassero il salvagente ideale per questa situazione che le stesse società hanno creato.

Poi ci sarebbe anche un altro problema non di secondaria importanza. Se l’intenzione è quella di inserire le seconde squadre in una categoria professionistica e farle giocare fuori classifica (senza cioè la possibilità di essere promosse in un campionato superiore) bisogna tenere presente che le stesse incideranno comunque sui tornei e possono decidere la promozione o la retrocessione delle altre squadre che vi partecipano.

Quindi proporre una riforma così importante può essere altamente positivo, ma anche altamente discutibile. L’ideale sarebbe ricorrere al vecchio campionato De Martino, ma i costi (troppo alti) sarebbero tutti da verificare e soprattutto da accettare da parte delle società.

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