I giovani calciatori e le aspettative esagerate dei genitori

I giovani calciatori e le aspettative esagerate dei genitori

Di Massimo Piscedda. Nel nostro paese, quando si parla di calcio, i genitori sembrano legati all’idea (sbagliata) che i propri figli debbano per forza far carriera e arrivare a chissà quali traguardi.

di Massimo Piscedda

I ragazzi che praticano il calcio hanno il diritto di divertirsi, a prescindere dai risultati che conseguono. Eppure questa semplice affermazione sembra diventata indigesta, in particolare ai genitori. Al punto che gli stessi a volte (per non dire spesso) si improvvisano allenatori, preparatori atletici, osservatori e persino procuratori. E nel nostro paese, quando si parla di calcio, i genitori sembrano legati all’idea che i propri figli che fanno sport professionistico debbano per forza far carriera e arrivare a chissà quali traguardi.

In realtà la percentuale di ragazzi che arrivano al massimo campionato rimane più o meno di uno su ventimila e sale a uno su settantamila quando si parla di indossare la maglia della Nazionale. Quindi è ovvio che una gran parte di atleti non esaudirà i sogni delle proprie mamme e dei propri papà, finendo per deluderli notevolmente riguardo il futuro che avevano già progettato per tutta la famiglia. I ragazzi, a mio avviso, sono vittime di questa aspettativa contorta da parte di chi li responsabilizza talmente tanto da non essere più obiettivo e onesto neanche con se stesso.

Alcuni genitori riflettono sui figli i propri fallimenti, nell’assurda convinzione che il traguardo è possibile, anzi quasi obbligato, e senza pensare che la crescita sportiva, educativa e caratteriale passa soprattutto all’interno della famiglia. La quale deve saper gestire i successi (pochi) e gli insuccessi (molti) che questo sport ti impone senza pietà e comprensione. Lo sport è bello e crudele proprio per questo, non risparmia il buono e poco capace e premia il cattivo ma talentuoso. Celebra chi arriva al traguardo e scarica tutti gli altri che non hanno questa capacità.

In fin dei conti il calcio è una lezione, anzi, meglio, una metafora della vita. Perchè in fondo è proprio così. Non si arriva in alto perché ne sono convinti mamma e papà, ci si arriva grazie alle proprie capacità. E chi non ha queste doti ne deve prendere atto, a prescindere dalle convinzioni a volte distorte dei suoi stessi genitori.

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