Ferrante: “Torino è granata come Camolese, che disobbedì al presidente in quel derby da leggenda. Le corna di Maresca? Si è sbagliato, il Toro vero sono io…”

Ferrante: “Torino è granata come Camolese, che disobbedì al presidente in quel derby da leggenda. Le corna di Maresca? Si è sbagliato, il Toro vero sono io…”

Ha segnato con le scarpe di Maradona, poi è diventato un beniamino della Curva Maratona, dove ha sfoggiato le corna dopo ogni pallone infilato in rete. Marco Ferrante ha ancora il Toro nel cuore oggi in cui il campo per lui è il passato, anche se non vede l’ora di tornare a calpestarlo…

di Simone Lo Giudice

Cuore Toro

(Photo by Grazia Neri/Getty Images)
(Photo by Grazia Neri/Getty Images)

Sanguigno come pochi, indomabile come un vero Toro. Nella sua carriera Marco Ferrante ha segnato con le scarpe di Diego Armando Maradona, ha giocato al fianco di Ronaldo il Fenomeno e ne ha viste tante in vent’anni di carriera a spasso per l’Italia. Però solo una città, solo una storia e solo una maglia gli sono entrate davvero nel cuore: quando Ferrante segnava, stringeva forte i pugni delle mani e correva verso la sua gente come un toro. Le dita diventavano un paio di corna e oltre il mantello rosso si nascondeva il popolo granata custode della Curva Maratona. Mentre la Storia osservava tutti dall’alto, quella impressa sulle pietre della Basilica di Superga. Ferrante oggi rivive quella tragedia come se fosse la sua. E le statistiche dicono che è il quinto marcatore della storia granata (125 gol), dietro a Guglielmo Gabetto (127) e davanti a Valentino Mazzola (123). Due ragazzi di quel Grande Torino.

Marco, le manca giocare a calcio?
Sì, ma penso che sia qualcosa che accomuna tutti quelli che hanno smesso. Ho fatto la mia ultima stagione a Verona una decina di anni fa. Il 99% dei calciatori accusa un colpo mostruoso quando chiude col calcio. Manca l’odore dell’erba, la settimana tipo, gli allenamenti, il ritiro, il prepartita: tutte cose che hanno segnato la tua vita in venti, venticinque anni di attività. Dall’oggi al domani si spegne improvvisamente l’interruttore ed è faticoso accettarlo.

Ha smesso al momento giusto? Che cosa ha fatto dopo?
Sì, è stata una mia scelta. Quando cominci a vedere i ragazzini andare più forte di te, inizi a farti due domande. Puoi supplire con la qualità e l’esperienza., però a un certo punto ti fermi e ti dici che forse è meglio farsi da parte. Dopo aver smesso ho fatto il direttore sportivo, ma io sono un po’ un sanguigno e cerco qualcosa di interessante in cui si possa lavorare con tranquillità e professionalità. Nel calcio di oggi però è tutto abbastanza campato per aria. Quando io ero un ragazzino, la Serie C era un campionato importantissimo, la B idem appena sotto la A che era un campionato incredibile… Oggi sono rimaste solo la A e qualche club di B. Mi sono patentato a Coverciano e se il calcio dovesse cambiare sono pronto per un progetto interessante. Il campo mi manca.

(Photo by Matthew Ashton/EMPICS via Getty Images)
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Quando è scoccata la scintilla col Torino? 
Tutti quelli che vengono al Toro dopo un giorno dicono che questa maglia è diversa dalle altre: all’inizio non è vero, è una frase di circostanza. Dopo cinque o sei mesi però cominci a sentirlo. Ho avuto la fortuna di giocare a Torino sette anni e mezzo, ho fatto anche il capitano e posso confermare che i colori granata sono diversi da quelli di tutte le altre squadre. Anche i tifosi del Toro si distinguono, perché sempre fedeli alla causa nonostante parecchi i tanti problemi societari negli anni. Pochi presidenti sono rimasti a lungo o hanno investito per il bene del Toro come sta facendo Urbano Cairo.

Come vede il Toro di oggi?
Oggi c’è più stabilità e si vedono i risultati. Se vuoi vincere qualcosina e andare in Europa non devi vendere ogni anno i giocatori migliori, anzi devi aggiungere altri pezzi al mosaico. Se il Toro esce indenne dal derby e fa bottino pieno in casa con la Lazio, può centrare la qualificazione europea con un colpo di coda. Andare in Champions sarebbe come vincere lo Scudetto, ma sarebbe importante anche raggiungere l’Europa League con le tue forze a differenza di quanto accaduto nel 2014, quando il fallimento del Parma ha dato una mano alla squadra di Ventura.

(Photo by Matthew Ashton/EMPICS via Getty Images)
(Photo by Matthew Ashton/EMPICS via Getty Images)

Quale è il suo rapporto con la Juventus? In passato Maresca l’ha fatta arrabbiare?
Torino è granata al 70%: quando vado in centro mi fermano ancora un sacco di persone. Quando la Juve invece gioca partite di cartello arrivano tantissimi club da tutta Italia a riempire lo stadio: la differenza è questa. Tra me e la Juve c’è stato sempre rispetto, a parte qualche incomprensione legata all’esultanza di Maresca nel derby di ritorno del 2001-02 finito 2-2: è entrato, ha segnato e ha esultato facendo il gesto delle corna. Forse voleva dimostrare ai suoi tifosi che il vero toro era lui, peccato che avesse sbagliato squadra perché ero io a esultare sempre così. È stata una cosa fatta in buona fede, ma negativa perché pensata per aizzare il pubblico. Lo considero un gesto ingiustificabile, ma lo scuso perché era un ragazzino al primo gol in Serie A. Gli si è spenta la luce e ha esultato così.

Quell’anno il derby di andata era finito in parità (3-3). Lei era partito dalla panchina: come mai?
Avevo l’obbligo di non giocare per volere del presidente Francesco Cimminelli: non c’era un grande rapporto tra lui e la squadra, tifava Juve e questa cosa è risaputa. Una volta è stato visto esultare per un gol di Del Piero in un derby: una cosa abbastanza anormale. Dovevo restare fuori, ma sul 3-0 per loro Camolese si avvicina e mi dice: “Marco, devi entrare per forza!”. Sono entrato, ho fatto un gol e due assist ed è cambiata la partita. Il rigore sbagliato da Salas è stato la ciliegina sulla torta: lo ha mandato quasi fuori dallo stadio. Prima che venisse calciato, tutto il Toro aveva protestato nei confronti dell’arbitro tranne Maspero, che aveva pensato bene di fare un solco sul dischetto. Però ogni volta che io andavo a tirare un rigore, guardavo sempre dove mettere la palla e il piede di appoggio e se c’era qualcosa davanti o dietro di me. Quella volta è stato più ingenuo Salas che scaltro Maspero.

DIGITAL IMAGE Mandatory Credit: Grazia Neri/Getty Images
Come viene vissuta a Torino la ricorrenza di Superga?
Quando giocavo io al Toro, già dal 3 sera si vedevano perturbazioni in cielo e ogni 4 maggio in occasione della ricorrenza c’erano sempre pioggia e vento, tuoni e lampi. Da un giorno all’altro il tempo cambiava come se volesse riportarci al giorno della tragedia. Mi è rimasto impresso il fiume di persone che si incamminano a piedi, un po’ come all’epoca della strage quando bambini, anziani e signori di tutte le età erano andati a piedi per vedere che cosa fosse successo. Ogni volta che ci ritrova davanti alla lapide e vengono letti i nomi dei calciatori e dei membri dell’equipaggio scomparsi, si percepisce una tristezza immensa. Le due mie figlie sono nate curiosamente lo stesso giorno, il 27 marzo 2018 e 2019: io e mia moglie siamo andati a Superga la sera prima che lei partorisse entrambe le volte. Preghierina, guardiamo la cattedrale, lì una mezz’oretta e poi via. Andare lì è una cosa sentita e piacevole.

Lei al Toro è stato allenato da Emiliano Mondonico: che cosa ha significato per lei?
Con Mondonico ho fatto 27 gol nella stagione 1998-99 quando la Serie B era a 38 giornate: è un record che resterà mio perché il campionato a 20 squadre non esiste più. L’anno dopo ho segnato 18 reti in A, ma siamo retrocessi. Quelle due stagioni con Mondonico sono state speciali per me: fra campionato e Coppa Italia ho fatto quasi 50 gol. Il mister era in grado di spronarci negli spogliatoi, cercava sempre di farci dare qualcosina in più, a volte mettendoci anche l’uno contro l’altro… Era uno stratega in questo senso.

Lei ha lavorato con Giancarlo Camolese: avrebbe meritato qualcosa in più nella sua carriera?
Camolese è stato uno degli allenatori più bravi che ho avuto a livello tecnico, nel preparare le partite e leggerle in corsa. Non è uno come Mourinho che quando è sotto 2-0 manda in campo tutti gli attaccanti: Camolese è eccezionale nel cambiare qualche pedina e migliorare la prestazione di una squadra in difficoltà. Poi a livello umano era quasi un compagno di squadra. Meritava qualcosa di più, quello che gli è successo è anomalo: ha girato un po’ tra Serie A e B. Il mister cercava un progetto per crescere, ma nel calcio di oggi questo non c’è più perché devi vincere tutto e subito.

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