Pelizzoli: “La Roma mi scaricò per Curci. Andare in Russia fu un errore… Cassano? Un ragazzo d’oro”

Pelizzoli: “La Roma mi scaricò per Curci. Andare in Russia fu un errore… Cassano? Un ragazzo d’oro”

Avrebbe sicuramente meritato più fortuna. Pelizzoli ha difeso la porta dei giallorossi freschi dell’ultimo scudetto a suon di parate e record, ma qualche scelta forse affrettata lo ha messo fuori dai giochi. Ivan però sogna ancora il calcio nella sua “seconda vita” …

di Simone Lo Giudice

Ha difeso la porta della Roma finché glielo hanno concesso. Ivan Pelizzoli ci ha messo sempre le mani, ma soprattutto il cuore. Gli è servito un po’ di tempo per conquistare i giallorossi freschissimi del loro ultimo scudetto. Quando ce l’ha fatta però sono stati dolori per gli avversari e clean sheet per la sua squadra: la sua imbattibilità è passata alla storia. Poi qualcuno l’ha messo alla porta… Alla Reggina ha sorriso ancora, prima che l'”inverno russo” lo mettesse fuori dai giochi. Il gigante di Bergamo però ama troppo il calcio per lasciarselo strappare dalle mani.

(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)
(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Ivan, il calcio le manca e oppure si era stancato?
Vorrei giocare ancora sei mesi o un anno e mezzo, però proposte non ce ne sono e allora dovrò guardarmi intorno per fare qualcos’altro. Lo stress del calcio si fa sentire quando ti svegli al mattino e inizi ad avere mille acciacchi dovuti all’usura degli anni. Ti manca quando sei a casa la domenica e guardi le partite e dici ‘cavoli, mi piacerebbe essere ancora lì’. Però quando hai tre figli come me e devi correre di qua e di là, lo metti da parte.

È dispiaciuto per come sono andate le cose negli ultimi anni?
Non tanto, ma la scorsa stagione a Foggia ho sperato di giocare qualche partita, soprattutto quando i risultati non arrivavano. Non so perché sia andata così… Quando ho capito che non c’era spazio, me ne sono andato via. Ho scelto di tornare dalla mia famiglia a Bergamo.

Che cosa vorrebbe fare nella sua seconda vita?
Aprire una scuola di portieri tutta mia a Bergamo. Nei prossimi mesi vorrei vedere da vicino come lavorano gli allenatori, partendo da quelli dell’Atalanta e magari andando a trovare quelli con cui ho ancora ottimi rapporti.

A quale società deve dire grazie?
All’Atalanta, a cominciare dal mio ex allenatore Nello Malizia, che mi ha lanciato da ragazzo facendomi capire che avrei dovuto lavorare duramente per diventare un portiere di Serie A. L’Atalanta ha creduto in me dalle giovanili e mi ha dato la possibilità di giocare ad altissimi livelli. Le sarò sempre grato e la tiferò per tutta la vita.

(Photo by Nigel French - EMPICS/PA Images via Getty Images)
(Photo by Nigel French – EMPICS/PA Images via Getty Images)

Lei è passato dall’Atalanta alla Roma nel 2001-02: com’è stato il salto?
Difficile, l’ho accusato a livello mediatico. A Bergamo ti coccolano perché sei il figlio del vivaio. Appena passi in una grande al primo errore ti massacrano: e io avevo solo un anno di professionismo alle spalle… Quando arrivai alla Roma vincemmo la Supercoppa italiana e qualcuno profetizzava uno scudetto-bis, ma i risultati non arrivavano e fummo criticati. Durante la settimana non ci allenavamo quasi mai: quando giochi in campionato e in Champions è così. Io lo accusai e giocai veramente poco.

Quell’anno perdeste il titolo per un punto, ma tutti parlavano del 5 maggio dell’Inter: fu fastidioso?
No, perché all’ultima giornata eravamo terzi. Siamo andati a Torino con la testa sgombra e abbiamo vinto 1-0. Rientrati negli spogliatoi non ci credevamo che l’Inter avesse perso lo scudetto. Noi così arrivammo secondi. Perdemmo lo scudetto col Venezia che era già retrocesso: pareggiammo 2-2 dopo essere stati sotto 2-0… Quell’anno comunque eravamo partiti maluccio e ci mettemmo tanto tempo per carburare.

Nella stagione 2003-04 lei però fece il record di imbattibilità…
Quell’anno arrivò come allenatore dei portieri Franco Tancredi: con lui mi trovai alla grande. Fisicamente stavo bene e la squadra sapeva di essere forte. Purtroppo perdemmo i due scontri diretti col Milan fatali per lo scudetto. Buffon con la Juve ha battuto il mio record recentemente, ma se lo è meritato. È stata la ciliegina sulla sua carriera che non è ancora finita.

Cassano ne ha combinate parecchie negli anni a Roma…
Antonio era così. In campo ogni tanto gli si spegneva la luce, ma nella vita privata è una persona d’oro. Nello spogliatoio gli volevamo tutti bene. Cercavamo sempre di aiutarlo perchè lui in campo ci dava spesso una grossa mano.

Se dovesse trovare un difetto al mister Capello?
Non saprei… All’inizio non mi ha fatto giocare tantissimo, ma in lui di pregi ne ho trovati tanti perché era uno che ti diceva come stavano le cose e io apprezzo le persone così.

Lei a Roma ha giocato anche con Guardiola: che cosa ricorda?
Pep da giocatore sembrava già un allenatore: anche in allenamento, in un semplicissimo torello, ti dava consigli e ti diceva che cosa avresti dovuto fare. Era un già un grande.

Che cosa andò storto nella stagione 2004-05?
Cambiammo cinque allenatori: Prandelli, Völler, Sella, Delneri e Conti. Quell’anno però andarono via Samuel ed Emerson che erano due pilastri. Le dimissioni di Prandelli ci lasciarono spiazzati… La squadra non girava ed eravamo fragili mentalmente. Non c’era nemmeno la società dietro di noi. Franco Sensi era malato e sua figlia Rosella faticò a subentrargli. Era una delle prime donne nel mondo del calcio e non era vista benissimo. I tifosi alle prime difficoltà ci aiutarono, poi però iniziarono a fischiarci e lo fecero fino alla fine della stagione.

(Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)
(Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

Lei andò alla Reggina perché la Roma la scaricò?
Volevano puntare su Curci titolare. Io gli dissi che, se le cose stavano così, me ne sarei andato. Mi sono sentito un po’ scaricato, ma mi avrebbero tenuto come numero 12. Però io non volevo fare da secondo. Il mio procuratore mi chiamò per dirmi che Lillo Foti mi voleva parlare: andammo a pranzo insieme e scelsi di andare alla Reggina perché mi aveva fatto sentire importante.

Le sue stagioni in Calabria furono pazzesche…
Al primo anno ci salvammo con tre giornate d’anticipo, spedendo il Messina in B dopo aver vinto il derby e ci fu un clima di festa fino alla fine del campionato. Nel 2006-07 dopo Calciopoli fummo penalizzati con 15 punti, ma a dicembre li scontarono a 8: noi però eravamo già risaliti al terzultimo posto. A fine anno ci salvammo. Fu speciale.

Fu soprattutto l’impresa di Walter Mazzarri: l’Inter gli ha fatto male secondo lei?
Un po’ sì. Tatticamente è uno dei migliori allenatori che ho avuto. Con la Reggina scendevamo in campo sapendo sempre quello che avremmo dovuto fare. Da noi non ha mai avuto problemi a gestire le situazioni fuori dal campo. Ma in una grande squadra è complicato avere a che fare coi grandi campioni: forse all’Inter gli è successo questo.

(Photo by Dima Korotayev/Epsilon/Getty Images)
(Photo by Dima Korotayev/Epsilon/Getty Images)

Lei poi andò in Russia: fu una scelta sbagliata?
Da quel momento in poi è come se avessi smesso… Foti mi spinse ad accettare la proposta della Lokomotiv Mosca perché era un’offerta importante per la casse della Reggina. Alla fine ci andai perché così avrei giocato la Coppa UEFA, ma in due anni di partite ne feci poche. Mi ruppi anche la spalla e rientrare in Italia fu difficile, ma fortunatamente l’Albinoleffe decise di puntare su di me. Oggi sconsiglio il trasferimento all’estero: ha senso farlo per andare a giocare in campionati importanti, altrimenti è meglio restare a casa.

Che cosa pensa dei portieri italiani di oggi?
Siamo ancora forti, ma all’estero sono migliorati e ci hanno quasi raggiunto. Gli allenatori stranieri si sono aggiornati e hanno seguito da vicino gli allenamenti dei portieri in Italia. Così sono cresciuti anche i loro giocatori.

Quale è stato il suo mito tra i pali?
Da ragazzo mi piacevano tantissimo Zenga e Tacconi. Poi Buffon: siamo cresciuti insieme e io mi ispiravo a lui…

E gli attaccanti più difficili da affrontare?
Due giocavano con me per fortuna, cioè Cassano e Totti. L’avversario più ostico era Ronaldo il Fenomeno. Un altro che mi faceva impazzire però era Pippo Inzaghi, sempre in mezzo alle scatole… Spuntava ovunque!

Chi è stato il difensore più forte con cui ha giocato?
Walter Samuel, senza dubbio. Quando c’era l’accoppiata formata da lui e Chivu eravamo in una botte di ferro.

Come vede i social nel calcio di oggi?
Bene se usati con attenzione, male quando rivelano qualcosa che dovrebbe restare negli spogliatoi. La maggior parte dei giocatori li usa con consapevolezza, qualcuno invece ogni tanto sbaglia e fa qualche scivolone.

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