Pancaro: “Juve eliminata perché il calcio italiano è indietro. Il 5 maggio? La Lazio ha fatto il suo dovere. Sono andato al Milan, ma avrei preferito…”

Pancaro: “Juve eliminata perché il calcio italiano è indietro. Il 5 maggio? La Lazio ha fatto il suo dovere. Sono andato al Milan, ma avrei preferito…”

Giuseppe Pancaro ha iniziato a correre per le strade di Acri quando era un bambino e non ha mai smesso di farlo. Lo scudetto con la Lazio è stata la sua gioia più grande, ma anche le stagioni al Milan gli sono rimaste nel cuore. E oggi gli scarpini sono il passato e la panchina è il presente e futuro.

di Simone Lo Giudice

Dall’Acri alla Lazio

(Photo by New Press/Getty Images)
(Photo by New Press/Getty Images)

Le salite di Acri ne hanno temprato il carattere, mentre il suo cuore custodiva un sogno: diventare un giorno campione d’Italia. La storia di Giuseppe Pancaro comincia sulle stradine assolate della Calabria. Per Pippo il calcio è stato prima di tutto un gioco, l’unico di un’adolescenza fatta di ginocchia sbucciate e dita che non conoscevano gli smartphone. A vent’anni ha scoperto Cagliari, il posto migliore per crescere calcisticamente senza avere paura di sbagliare. La Capitale gli ha spalancato le sue porte e Pippo si è preso la Lazio, realizzando il sogno che cullava fin da bambino. Poi è passato al Milan con cui ha rivinto lo scudetto e sfiorato la Champions. Nel 2005 lo ha accolto Firenze, l’anno dopo ha chiuso la carriera a Torino. Poi gli è servito un anno sabbatico per ricaricarsi mentalmente e poi ricominciare col suo calcio: questa volta in panchina.

Giuseppe, le manca giocare a calcio? È stato complicato smettere?
No, non lo è stato perché ho deciso io di lasciare quando ho sentito di essere stanco. Negli anni ho speso molte energie per arrivare a certi livelli: il mio fisico stava ancora bene, ma mentalmente ero scarico. Dopo aver smesso per un annetto mi sono dedicato ad altro: alla famiglia, ai figli e ho giocato anche un po’ a tennis. Ho deciso di dedicarmi a me stesso e mi sono preso un anno di libertà senza stress: non lo facevo da molti anni perché la vita di un calciatore è condizionata da tanti orari da rispettare e da molti impegni. Dopo quell’anno ho deciso di iniziare ad allenare.

Che differenze ci sono tra il suo calcio e quello di oggi?
Non mi piace fare paragoni. Dopo un po’ di anni il calcio cambia tecnicamente, tatticamente e fisicamente. Quello di oggi va oltre il campo: l’avvento dei social lo ha cambiato, i giocatori sono più esposti. Non dico che sia una cosa giusta o sbagliata, è una considerazione. Come cambia la società però cambia anche il modo di vivere il calcio.

DIGITAL CAMERA Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT
DIGITAL CAMERA Mandatory Credit: Grazia Neri/ALLSPORT

Lei ha cominciato ad Acri: che cosa le ha dato la Calabria? Suo padre è stato calciatore e allenatore…
La Calabria mi ha dato tantissimo. All’epoca ad Acri giocavamo per strada: io e i ragazzi della mia età facevamo solo quello nei quartieri del nostro paese. La Calabria mi ha permesso di giocare tanto e ovunque. Mio padre è stato un giocatore e un allenatore: la passione me l’ha trasmessa lui. Da piccolo giocavo a calcio anche coi pastorelli del presepe. Gli adolescenti di oggi hanno la Playstation, all’epoca c’erano meno opportunità: quando ero ragazzino io quarant’anni fa il nostro gioco principale era il calcio. Facevo quello che mi piaceva nel mio paese dove tutti mi conoscevano ed ero felicissimo che fosse così: ricordo un’infanzia bellissima.

Lei ad Acri è una vera istituzione e lei è stato intitolato anche un fan club biancoceleste…
Mio cognato è stato uno dei fondatori. Ad Acri ho tantissimi amici che mi hanno seguito sempre: sono tutti appassionati di calcio e c’è stata una grande festa quando ho vinto lo scudetto con la Lazio nel 2000. È stato bellissimo poter condividere tutto questo con la gente di Acri che mi è stata vicina in tutta la mia carriera.

Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport
Mandatory Credit: Allsport UK /Allsport

Lei ha esordito nel grande calcio con la maglia del Cagliari: che cosa ha significato il suo gol all’Inter nella semifinale di andata vinta 3-2 nella Coppa UEFA 1993-94?
Quando sono arrivato a Cagliari ero molto giovane e giocavo poco: nonostante questo però non avevo perso fiducia e continuavo a credere in me stesso. Quella rete è stata figlia della mia grande determinazione: era arrivata in un momento complicato. A Cagliari ho vissuto per cinque anni, dai 20 ai 25, ed è un posto ideale per un ragazzo che vuole iniziare la carriera senza grandi pressioni: ti fanno crescere anche sbagliando. Ho fatto una serie di esperienze che mi hanno permesso di arrivare preparato in una piazza esigente come la Lazio, una squadra con tanti campioni.

A Cagliari lei ha giocato con Massimiliano Allegri: che cosa è rimasto del calciatore nell’allenatore di oggi?
Era un giocatore con grandissime qualità e anche una persona molto simpatica con cui è piacevole stare insieme. Da allenatore ha la stessa personalità che aveva quando giocava e continua ad essere un grande conoscitore di calcio: già allora capiva le qualità che ciascun giocatore possedeva. Oggi in lui c’è un mix di personalità e conoscenza del gioco.

Che idea si è fatto dell’eliminazione della Juventus ai quarti di Champions League?
L’Ajax ha giocato meglio e ha meritato di passare. Penso che il calcio italiano sia un po’ indietro come proposta di gioco, ma lo avevamo notato anche prima dell’eliminazione della Juve. Dovremmo ricominciare a lavorare meglio a partire dai settori giovanili e dalla formazione degli istruttori perché è bellissimo vedere qualcuno giocare a calcio come l’Ajax o come altre squadre che ci sono in Europa. In Italia si sta iniziando a muovere qualcosa: De Zerbi fa giocare bene il suo Sassuolo ad esempio e Gasperini sta facendo grandi cose con l’Atalanta negli ultimi anni.

Quale è la ragione dell’arretratezza del calcio italiano?
È difficile trovare una risposta per le carenze dei settori giovanili: è una mancanza, ma il gap rispetto agli altri Paesi è colmabile. Non siamo mai stati secondi a nessuno nel calcio, quindi possiamo e dobbiamo fare molto di più. Le prime squadre invece sono condizionate dal fatto che in Italia si vuole tutto e subito e il risultato viene prima di ogni altra cosa: da noi non è possibile costruire perché le pressioni sono tantissime.

(Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)
(Photo by Maurizio Lagana/Getty Images)

Nel 1999-2000 lei ha vinto lo scudetto con Lazio all’ultima giornata complice la sconfitta della Juventus a Perugia sotto la pioggia: che pomeriggio è stato?
Ricordo una felicità che è impossibile descrivere con le parole: si è coronato il sogno di un bambino partito dalla Calabria tanti anni prima con la speranza di vincere uno scudetto nella sua vita. Ho avuto questo chiodo fisso per vent’anni: il giorno in cui l’ho realizzato ho provato una gioia indescrivibile.

Il 5 maggio 2002 però avete consegnato uno scudetto alla Juventus battendo l’Inter: come è andata?
Ricordo un pomeriggio normale in cui una squadra aveva fatto il suo dovere: eravamo scesi in campo per vincere la partita e ci siamo riusciti. Il nostro obiettivo era andare in Europa. È strano che si sia parlato tanto di quella nostra vittoria: anche da questo punto di vista culturalmente dobbiamo migliorare perché noi non avevamo fatto nient’altro se non il nostro dovere.

(Photo by Elisenda Roig/Bongarts/Getty Images)
(Photo by Elisenda Roig/Bongarts/Getty Images)

Molti giocatori di quella Lazio poi sono diventati allenatori, lei compreso: Inzaghi, Simeone, Conceiçao, Mancini, Lombardo, Mihajlovic, Nesta… Quale era il segreto di quella squadra?
Non c’era un segreto in particolare. Era un gruppo formato da campioni di grandissima personalità e molti di loro hanno deciso di rimanere nel mondo del calcio dopo aver smesso. Lo hanno fatto sedendosi in panchina e tanti di loro hanno già ottenuto risultati straordinari.

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