Lorenzo Amoruso: “Gattuso? Il Milan è una patata bollente. Quanti simulatori in Italia! E su MasterChef…”

Lorenzo Amoruso: “Gattuso? Il Milan è una patata bollente. Quanti simulatori in Italia! E su MasterChef…”

I piedi in Italia, il cuore in Scozia: nella terra di Braveheart è nato il mito di Lorenzo Amoruso, ex difensore impavido della Fiorentina diventato leggenda con la maglia dei Glasgow Rangers. Uno che ha profondamente amato quello ha fatto e continua a fare oggi nella sua seconda vita, dove il protagonista indiscusso è il calcio… tra una sortita e l’altra in cucina!

di Simone Lo Giudice

Semplicemente uno degli esperimenti più riusciti di emigrazione italiana nella storia del calcio. Se la sua vita fosse un film potrebbe essere “Sliding Doors”: che cosa sarebbe successo se non fosse partito per la Scozia nel 1997? I tifosi dei Rangers non vogliono nemmeno pensarci. A Lorenzo Amoruso è bastato oltrepassare la Manica, sbarcare nella terra dei cuori impavidi “alla Braveheart” per riconoscere nell’ambiente circostante una parte di sé. Coraggio, determinazione, ambizione: tre ingredienti indispensabili per qualsiasi piatto vincente. Così l’ex difensore della Fiorentina ha trascinato i Rangers alla conquista di tre Scottish Premier League, così oggi racconta l’amore più grande della sua vita. Ne parla perché lo diverte e lo fa stare bene: proprio come quando si infila in cucina.

(Photo by Michael Steele/Getty Images)
(Photo by Michael Steele/Getty Images)

Lorenzo, le manca il calcio giocato?
Oggi non mi manca più di tanto il fatto di non scendere in campo: bisogna sapere quando è il caso di smettere. Nella carriera di un calciatore il fisico regge fino a un certo punto, poi arriva il calo. Mi mancano la goliardia, lo spogliatoio, il gruppo… Ho avuto la fortuna di vivere grandi momenti e vincere trofei importanti: mi manca tutto ciò che ti porta a stare bene non solo in campo, ma anche fuori.

Lei ha avuto qualche infortunio in carriera: come vanno affrontati quei momenti?
In Premier League col Blackburn hanno pesato sì e no, perché avevo più che altro un problema con l’allenatore Mark Hughes con cui non riuscivo a parlare. Quando sono rientrato dopo l’operazione al ginocchio, mi aspettavo un po’ più di riconoscenza e spazio, ma così non è stato. Gli infortuni sono una cosa normale, un calciatore ci deve convivere e deve lottare. Ho visto tanti giocatori che hanno mollato perché si sono fatti dominare da dolorini. Se il dolore pregiudica le prestazioni è un altro discorso, ma io parlo di resistenza a livello mentale.

(Photo by Ben Radford/Getty Images)
(Photo by Ben Radford/Getty Images)

Perché i calciatori di oggi mollano con più facilità?
Le nuove generazioni hanno poca voglia di lottare e di emergere. Alle prime difficoltà entrano in crisi, anche se oggi  sono super protette e hanno pochissimo contatto con l’esterno perché tutto viene filtrato. Un tempo però c’era un rapporto un po’ più vero e più umano anche con i tifosi: anche loro sono cambiati oggi, in peggio per certi aspetti, perché si accontentano dei tweet e dei social. Io ricordo tutte le sere coi Viola Club, ma anche a Bari quando ho cominciato: ogni tre-quattro mesi si andava a cena con loro. Penso che un tifoso vada rispettato e avvicinato con questi piccoli eventi. Il calcio è uno spettacolo pubblico: non dimentichiamolo.

Secondo lei le difficoltà dei giovani di oggi nascono già dalla Primavera?
Le famiglie hanno un approccio sbagliato e lo vedo quando assisto a qualche partita della Primavera. I genitori parlano come se fossero esperti di calcio, danno consigli sbagliati ai figli e insultano gli avversari: fin da subito si illudono che i figli possano diventare dei campioni per poter guadagnare soldi. Poi statisticamente a diventare calciatori in Serie A ce ne arrivano pochi: un genitore deve essere più realista. Bisogna dedicare più tempo ai ragazzini dal punto di vista umano, sennò rischiamo di creare esempi negativi. Tanti ex giocatori sono persone umili che, anche se hanno avuto fortuna col calcio, sono rimasti ancorati alle origini e alle cose in cui credono. 

Jul 1996: A portrait of Lorenzo Amoroso of Fiorentina football club. Mandatory Credit: Allsport UK
Jul 1996: A portrait of Lorenzo Amoroso of Fiorentina football club. Mandatory Credit: Allsport UK

Per fortuna c’è anche uno come Federico Chiesa: farebbe bene a restare alla Fiorentina in futuro?
Conosco bene suo papà Enrico e non è il classico genitore… Avrà dato di sicuro qualche consiglio a lui e all’altro figlio più piccolo, che sembra venire fuori altrettanto bene. Federico ci sta mettendo tanto di suo perché certe cose, oltre a saperle fare, bisogna volerle fare. È bello vedere un italiano che potrebbe arrivare ad altissimi livelli.  Non me ne voglia Enrico, ma penso che il figlio abbia una struttura fisica superiore, muscoloso e predisposto a prendere qualche botta in più rispetto al padre, che scompariva un po’ dal campo quando c’era una partita pesante. Federico non deve smettere di avere fame. È un orgoglio per i tifosi viola, per chi vive a Firenze come me e per tutti gli italiani perché ritornano ad avere un esterno offensivo in grado di farli sognare.

Lei ha fatto sognare i tifosi dei Rangers: è stato anche il primo capitano cattolico nella storia del club. Che cosa ha trovato in Scozia di speciale?
Quando sono arrivato mi sono infortunato, ma restare fuori mi è servito per capire la loro cultura. Ho trovato una dimensione diversa, sono maturato col passare del tempo e mi sono divertito. Ho fatto parte di un calcio più tenero. In Italia ci sono problemi enormi, c’è gente che si butta per terra e finge che gli abbiano spaccato una gamba: è pieno di simulatori. Io non li ho visti in Scozia e Inghilterra e se c’era qualcuno è stato messo da parte. In Scozia si vive lo sport con tranquillità, lì non ci saranno mai i casini che ci sono in Italia. Le situazioni problematiche di alcune squadre hanno un inizio e una fine. E c’è il massimo rispetto nei confronti di chi va in campo, di chi sta sulle tribune e di chi guida la sua squadra.

Perché la stampa italiana sottostima il campionato scozzese?
Ha solo due squadre importanti e dodici in totale, ma soprattutto non ci sono più gli investimenti di un tempo e quindi tecnicamente è un campionato inferiore a quelli top in Europa. Poi la Scozia è piccolina… Per questo motivo speravo che Rangers e Celtic andassero a giocare in Inghilterra, ma le squadre medie della Premier che lottano per l’Europa League non lo hanno mai permesso. Tutti sanno che entrambe potrebbero fare grandissime cose perché hanno una valanga di tifosi. Il Celtic potrebbe arrivare nel giro di due-tre anni a lottare per la Premier: gli introiti a livello di merchandising sarebbero qualcosa di pazzesco. Io sono stato coi Rangers e ho avuto un seguito di migliaia e migliaia di tifosi. Entrambe hanno un potenziale ancora inespresso secondo me.

(Photo by Mike Egerton/EMPICS via Getty Images)
(Photo by Mike Egerton/EMPICS via Getty Images)

Lei ha giocato con Gattuso che oggi allena il Milan: sotto quale punto di vista deve migliorare?
Rino è un allenatore ancora giovane e tra le mani ha una patata bollente, che è qualcosa di importante allo stesso tempo. Il Milan deve lottare per la Champions e per lo scudetto, ma da tanti anni non riesce a farlo. Mi sembra che Rino sia migliorato tanto rispetto alle esperienze col Palermo e in Grecia. Lo sento parlare da allenatore e in maniera più riflessiva. All’inizio era più istintivo: penso ora che stia appendendo gli scarpini al chiodo. Rino è un grande lavoratore e conosco il suo secondo Gigi Riccio: erano due ragazzini quando ci siamo incontrati in Scozia e sono persone che non si tirano mai indietro. Mi è piaciuta la scelta di puntare sui giovani: per la tipologia del gioco di Rino servono giocatori che non mollano mai. Il giovane per natura è più incosciente, segue l’istinto ed è cattivo dal punto di vista agonistico. Se poi hai qualche giocatore di esperienza in campo meglio ancora.

A proposito della difficoltà di appendere gli scarpini al chiodo: quando ha deciso di smettere?
Nel 2006 sono rientrato in Italia e mi sono allenato per quaranta giorni a Vicenza. Quando sono andato via dall’Inghilterra avevo offerte da squadre di Premier e Championship, però mio padre non stava bene e non volevo lavorare troppo lontano da casa. Quando sono tornato ho trovato Calciopoli con tutte le vicissitudini che potete immaginare: e c’era un casino molto più grosso di quello che è stato detto… Al Blackburn avevo giocato pochissimo e in Italia tante squadre non hanno voluto puntare su di me perché venivo da un lungo periodo di inattività. Erano arrivate anche offerte da squadre importanti della Lega Pro: col senno di poi, per fare l’allenatore o il dirigente avrei dovuto accettare, ma il livello era troppo basso. Non mi sarei più divertito come pensavo e mi sono ritirato.

(Photo by Gareth Copley - PA Images/PA Images via Getty Images)
(Photo by Gareth Copley – PA Images/PA Images via Getty Images)

Che cosa ha fatto dopo?
Il corso da allenatore in seconda, poi mi è stato chiesto se volessi parlare di calcio in televisione: ci ho provato e mi sono divertito. Non penso che tutti gli ex giocatori debbano farlo, perché una cosa è saperlo fare e un’altra è saperlo tradurre alle persone a casa. Una volta si poteva fare forse, ma oggi ci sono tanti contenuti tecnico-tattici e bisogna capire il linguaggio e la gestualità di molti allenatori. Poi mi ha chiamato Corvino alla Fiorentina e per due anni ho fatto il responsabile degli osservatori: bella esperienza, anche se le cose non sono andate come avrei voluto. Allora sono tornato a fare televisione: Sky e gli Europei con la Rai. Poi anche il docu-reality “Squadre da incubo” con Gianluca Vialli: volevamo mandare un messaggio ai dilettanti in Italia, perché quando decidi di far parte di una squadra le cose vanno fatte con serietà anche se non c’è in ballo il professionismo.

Nel 2018 lei è stato un concorrente di Celebrity MasterChef Italia: le piace parecchio cucinare?
È sempre stata una mia passione: cucino a prescindere, ho imparato a farlo da ragazzino. In Scozia è stata dura: nel ’97 non c’erano buonissimi ristoranti all’italiana. All’inizio ho cominciato a cucinare per sopravvivere, in un certo senso: dopo un po’ mangiare negli alberghi e nei ristoranti diventa stancante e farlo da solo è parecchio triste. Quando ho visto che stare in cucina mi dava tranquillità, ho chiesto una mano a mia madre e a mia sorella. Se arrivano i complimenti della gente poi ti viene voglia di migliorare. Mi rilassa provare cose nuove ai fornelli. Davanti a tutto però c’è il calcio: un amore vero che non morirà mai. Vorrei innamorarmi di una donna e vorrei che lei si innamorasse di me allo stesso modo in cui io amo il calcio. Sarebbe una gran bella cosa.

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