Di Livio: “Tifavo Roma da bambino, ma mi merito la stella allo Stadium. I calciatori di oggi? Salvo solo De Rossi e Chiellini. E su Totti…”

Di Livio: “Tifavo Roma da bambino, ma mi merito la stella allo Stadium. I calciatori di oggi? Salvo solo De Rossi e Chiellini. E su Totti…”

Una vita di corsa, una Champions in bacheca. Di Livio è diventato grande con la Juventus, ma non ha mai scordato la squadra della sua città e questa cosa gli è costata anche qualche polemica nel corso della sua “seconda vita”…

di Simone Lo Giudice

Come un soldatino che non depone le armi finché la battaglia non è finita. Angelo Di Livio ha interpretato così la sua carriera fin dalle prime sgroppate sulla fascia: perché combattenti si nasce e non si diventa. La Juventus nel destino, la Roma forse come rimpianto. Però oggi che il calcio è il suo passato, uno come lui può guardarsi indietro senza rimproverarsi nulla: ha lottato, ha vinto, ha accettato sfide romantiche come quella con la Fiorentina. Un Soldatino con un cuore grande: questo è stato e continua ad essere Angelo Di Livio.

A Di Livio manca il calcio?
Oggi non mi manca. Chiudere la carriera è complicato, ma dopo un po’ di tempo la vita di prima non ti manca più. Poi io ho smesso tardi, a 38 anni, ma mi sono tolto tante soddisfazioni. Alla fine il calcio ti logora, soprattutto giocare fino a una certa età. Io ho detto basta quando ho capito che era arrivato il momento di farlo.

Che cosa fa oggi nella sua seconda vita?
Qualche anno fa ho aperto una scuola calcio. Oggi faccio radio a Roma, sono un opinionista e mi occupo soprattutto della squadra giallorossa. Sono rimasto nel calcio, ma non ne sono più protagonista. Mi piace ancora guardarlo, lo seguo con passione. Però mi va bene così, è quello che voglio fare”.

(Photo by Chris Brunskill Ltd/Getty Images)
(Photo by Chris Brunskill Ltd/Getty Images)

Se le dico Roma che cosa le viene in mente?
È la città più bella del mondo, nonostante tutti i suoi mille problemi. Poi la Roma è la mia squadra del cuore, sono cresciuto romanista, ho iniziato nel settore giovanile facendo tutta la trafila e mi porto dentro questa cosa. Nella mia vita però ho messo la mia professione davanti a tutto. Spesso ho sfidato la Roma, ma me la tengo dentro.

Lei non è riuscito a giocare in A con la Roma: c’è del rammarico per questo?
La mia storia è stata particolare: parlavano tutti molto bene di me, sentivo la fiducia dei dirigenti e
della società. A un certo punto però mi hanno mollato. Inizialmente fu traumatico per me, perché da ragazzo a 18-19 anni mi sentivo pronto per giocare subito in A. Ce l’ho fatta, ma ci sono arrivato tardi, facendo tanta gavetta. 

La sua carriera però è legata soprattutto alla Juventus…
La Juventus è per pochi, non è per tutti. Se non sei serio, non vai mai alla Juve. Averci giocato è il mio motivo di orgoglio. Essere rimasto per tanti anni in una società così ambiziosa mi ha dato una grande carica. È stato un onore aver indossato la maglia bianconera. Ho debuttato in A contro la Roma ed è stata una coincidenza incredibile. Qualche giorno prima sapevo che avrei giocato, ero teso… Esordire in A nella mia città è stato romantico. Da bambino il mio sogno nel cassetto era di giocare con la Roma. A un certo punto però ho capito che sarei comunque dovuto andare avanti per la mia strada con grande forza.

(Photo by Professional Sport/Popperfoto/Getty Images)
(Photo by Professional Sport/Popperfoto/Getty Images)

Lei a Roma ha alzato al cielo la Champions con la Juve: qual è il ricordo più bello di quella sera?
Fu una serata magica, me la porto dentro. Alzare la coppa più bella del mondo a Roma è stato unico per me. Quella Juve aveva una cattiveria pazzesca e sapeva di poter battere chiunque. In quattro anni facemmo tre finali di Champions e una di Coppa UEFA. C’era un attaccamento unico. Lippi fu fondamentale. Lui è un fenomeno perché riesce a ottenere il massimo da ciascun giocatore ed è bravissimo a preparare le partite tatticamente.

Che cosa manca alla Juve di oggi per vincere al Champions?
Qualcosa… in Europa non c’è ancora la superiorità che c’è in campionato ed è un difetto secondo me. Nel girone sono arrivate due sconfitte e la Juve ha rischiato di arrivare seconda, in Europa c’è da lavorare ancora. 

Nel 2015 fece scalpore una sua presunta frase alla vigilia di un big match tra le sue due ex squadre e alcuni tifosi bianconeri promossero la rimozione della stella a lei dedicata tra le 50 dello Stadium: che cosa ne pensa?
Io non ho mai nascosto che da bambino tifavo per la Roma. Sono stato spesso in curva da ragazzino. Ci sono dei giocatori che nascondono la loro squadra del cuore, secondo me non è giusto. Io nemmeno sotto tortura parlerei mai male della Juventus. Io avevo detto che la Roma avrebbe potuto battere i bianconeri, non mi ero messo a fare mica il tifoso. Gli juventini mi avevano scelto, se per loro io non sono uno che può rappresentare le leggende bianconere me la tolgano. Ma penso di essermela meritata…

C’è stato un momento particolare nei suoi sei anni alla Juve?
Sì, la malattia del povero Andrea Fortunato… Quella è stata una nota negativa e ha segnato tutti. Era un amico vero, un giocatore straordinario. Se ne è andato via troppo presto.

(Photo by Henri Szwarc/Bongarts/Getty Images)
(Photo by Henri Szwarc/Bongarts/Getty Images)

A volerla alla Juve inizialmente fu il Trap, che poi lei incontrò di nuovo nella sua carriera…
Dopo la Juve, ci siamo ritrovati a Firenze e poi in Nazionale. Lui è un genuino, una persona vera, un allenatore che ha vinto in tanti posti. Si fa voler bene. E poi lavora con una semplicità straordinaria. Mi ha convocato in Nazionale per il Mondiale 2002, ma quella volta ci siamo dovuti confrontare con l’arbitro Moreno, che con noi fu scandaloso e lo videro tutti. Avremmo potuto dare di più, ma ci furono situazioni strane in quella partita…”.

Un’altra delusione dopo la finale persa ad Euro 2000…
“Quella finale fu scioccante, dopo una grande cavalcata. Fu emozionante giocare ad Amsterdam davanti a 50.000 olandesi, restare in 10 dopo venti minuti. Batterli in quella maniera fu super. Aver perso l’Europeo ci fece male, ma in quel periodo secondo me è nato il gruppo che nel 2006 ha vinto il Mondiale”.

Lei allora giocava già nella Fiorentina: perché era finita con la Juve?
Avevo ancora un anno di contratto con la Juve, ma ci fu una trattativa nascosta con la Fiorentina e rimasi sorpreso perché venivo dalla bella stagione con Ancelotti alla Juve. Credevo in un rinnovo che non c’è mai stato. A Firenze non fui accolto bene perché venivo dalla Juve, ma mi è bastato poco per convincere tutti. Ero un giocatore che si faceva voler bene appena scendeva in campo. La storia con la Fiorentina è stata romantica, essere rimasto in C2 dopo il fallimento, poi c’è stata la rinascita, insomma un insieme di cose toccanti e bellissime. Poi ho sentito l’amore della gente nei miei confronti. Avevo capito che erano importanti anche altri aspetti nella vita, oltre al Dio denaro. Quando stai bene in un posto perché cambiare? Io a Firenze mi trovavo bene.

Mandatory Credit: Ben Radford /Allsport
Mandatory Credit: Ben Radford /Allsport

Uno dei suoi grandi amici nel calcio è Fabrizio Ravanelli…
Si, ci siamo conosciuti a 19 anni al Perugia alla fine degli Anni ’80 e abbiamo legato subito, fu una bella scoperta per entrambi. Lui è un fratello per me, un ragazzo adorabile.

Perché il soprannome “Soldatino”?
Lo ha inventato Roberto Baggio: una volta all’allenamento mi disse che correvo come un soldatino e mi battezzò così. Non mi ha mai dato fastidio, mi ci sono affezionato, la gente mi chiama così oggi e mi giro pure. Anche Aldo, Giovanni e Giacomo lo citarono in “Così è la vita”… Avrei dovuto recitare anche io in quel film, ma ero in Nazionale e saltò tutto.

Che rapporto ha avuto con Totti?
Io e Francesco ci siamo sfidati e picchiati, ma ci vogliamo un bene dell’anima. In campo pure lui non tirava indietro la gamba, ne dava di botte. Ci bastava uno sguardo per capirci. Abbiamo un bellissimo rapporto, di ragazzi come lui non se ne trovano più. Nemmeno io ero un tenero in campo, ho litigato con tanta gente nella mia carriera. In campo cercavo di battere chiunque, ma fuori ero amico con tutti.

Suo figlio è un calciatore, Lorenzo Di Livio…
Parliamo poco di calcio in casa. Quando lui lo desidera, affrontiamo il discorso, spesso dopo una partita. Lorenzo preferisce parlarne poco. Quando mi chiede qualcosa io ci sono, ma non voglio essere invadente. Lui è nato a Torino, ma è cresciuto a Firenze e Roma.

Quale è stato il suo mito?
Bruno Conti è stato il mio idolo incontrastato, l’ho amato alla follia. Quando tornai a Roma dopo tanti anni e iniziai a fare l’allenatore anche nella Roma, lo incontrai in sede e mi inginocchiai davanti a lui. Ma Bruno sapeva di essere stato il mio mito.

Che cosa non le piace del calcio di oggi?
I social, non mi piace vedere commenti positivi e non dopo una partita. Queste cose danneggiano solo l’immagine del giocatore e non mi piacciono quelli di oggi. Io salvo De Rossi e Chiellini, che hanno ancora passione e amor proprio. Non vedo molto altro. Loro tengono alla maglia e ai tifosi, peccato che siano un po’ in là con gli anni.

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