Bombardini: “Il calcio di oggi è soft, la mia Serie B era una A2. Roma è il mio rimpianto. L’amicizia con Bobo è nata così…”

Bombardini: “Il calcio di oggi è soft, la mia Serie B era una A2. Roma è il mio rimpianto. L’amicizia con Bobo è nata così…”

Ha giocato per divertirsi, provando a lasciare sempre il segno. Nella sua seconda vita, Davide Bombardini ha investito nell’immobiliare, ma non dimentica il calciatore che è stato e gli amici conosciuti correndo dietro al pallone, come uno molto speciale…

di Simone Lo Giudice

Non ha mai avuto paura di ripartire dopo aver toccato il top. Il calore della provincia del calcio italiano gli è rimasto dentro anche quando ha fatto il grande il salto. Nella sua carriera è andato sull’altalena senza paura: Serie C, B, A e poi un continuo sali e scendi. Alla Roma è finito tutto troppo presto, all’Atalanta si è rilanciato, al Bologna invece ha realizzato un sogno. Davide Bombardini è stato un giocatore che voleva prima di tutto divertirsi: assaggiare il sapore della sfida, viverla sulla sua pelle per poterla raccontare un giorno. Il calcio di oggi non sembra fare troppo per lui, ma gli amici conosciuti correndo dietro al pallone continuano ad affollare la sua seconda vita: Bobo Vieri su tutti.

(Photo by Roberto Serra/Getty Images)
(Photo by Roberto Serra/Getty Images)

Davide, le manca il calcio giocato?
No. Mi manca entrare dentro a uno stadio con 30, 40, 50 mila persone. Mi manca sentire l’atmosfera che si respira prima della partita e durante. Giocare invece non mi manca.

Lei si è fatto le ossa in una Serie C molto diversa da quella di oggi: come era il suo calcio?
Molto diverso. Andavi in campi in cui vincere o portare a casa un solo punto era difficile. Erano campi caldi: arrivavi e c’era un ambiente ostile, il pubblico era attaccato al campo. I difensori avversari ti intimorivano: era un altro calcio. Tutte le partite erano una “rissa”: dovevi difenderti dagli insulti e da qualche schiaffo magari. Quello di oggi è molto più soft, molto più tranquillo. Ai miei tempi, quando giocavi contro una squadra del Sud in C che doveva fare risultato perché si doveva salvare o perché doveva vincere il campionato, era durissima. Quando arrivavi nello spogliatoio trovavi un clima ostile perché volevano farti capire come sarebbe andata a finire.

(Photo credit should read GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)
(Photo credit should read GIUSEPPE CACACE/AFP/Getty Images)

Oggi c’è poca solidità societaria nelle categorie inferiori: è peggio rispetto ai suoi tempi?
Sì, ma allora c’erano anche meno controlli. Magari le società facevano quello che volevano, avevano debiti però nessuno le teneva sotto controllo: oggi è diverso. Chi gestiva le società in passato si permetteva di fare un po’ come gli pareva. Si lasciava correre… Nonostante i controlli oggi comunque molte società si iscrivono, ma non arrivano alla fine del campionato. Prima le società andavano avanti comunque. Era un calcio un po’ più libero, meno controllato.

Nel corso della carriera è andato su e giù tra A e B: è stato difficile ripartire ogni volta?
Ho sempre fatto fatica ad affermarmi in Serie A, anche per demerito mio magari… Quando la conquistavo, facevo un anno e poi ritornavo giù a rivincere il campionato. Lo facevo perché mi piacevano le piazze calde come Palermo, Salerno o Bergamo. Lo facevo per essere protagonista: in B lo ero sicuramente, poi stiamo parlando anche di un’altra B, che era una A2, c’erano squadre come Cagliari,  Fiorentina, Catania, Messina, Torino, Atalanta… Era tutta un’altra B. Sapevo che lì sarei stato in grado di spostare gli equilibri, in A non era così.  Mi piacevano le piazze in cui il pubblico si faceva sentire, in cui ti sentivi giocatore. Mi piaceva avere i cori tutti per me ogni domenica.

(Photo by Tony Marshall/EMPICS via Getty Images)
(Photo by Tony Marshall/EMPICS via Getty Images)

Come è stata la sua esperienza a Roma?
Un bel salto per me. L’anno prima ero in B al Palermo, quello dopo in A alla Roma dove c’era un parco attaccanti pazzesco. Non giocava Montella… A volte non scendeva in campo nemmeno Batistuta. C’erano Cassano, Totti e Delvecchio. Io ero in panchina, mi guardavo intorno e avevo Batistuta da una parte e Montella dall’altra. Quando il mister si girava per scegliere chi fare entrare aveva dei fenomeni di fronte. È stata l’unica piazza in cui non sono riuscito a impormi, però potrei anche pensare che quella Roma fosse troppo per me.

Le esperienze successive: Atalanta? Bologna?
Bellissime… In entrambi i casi sono andato per vincere il campionato in B. Nell’estate 2005 dovevo passare al Torino, ma poi non se n’è fatto niente. L’Atalanta mi voleva: era appena retrocessa e aveva una bella squadra. A Bergamo il mister mi aveva detto che gli serviva la ciliegina sulla torta e che sarei stato io: abbiamo vinto il campionato con 4-5 giornate di anticipo e anche l’anno dopo abbiamo fatto bene in A. A Bologna ho realizzato un sogno: io sono di Imola, a 40 km di distanza, e da piccolo andavo nella curva rossoblù. Quell’anno abbiamo fatto un po’ fatica, ma siamo riusciti a vincere: la stagione successiva in A non è stata facile, ma ci siamo salvati.

Ha qualche rimpianto per come sono andate le cose nel finale della sua carriera?
No, nessuno perché ho smesso quando ho deciso io di farlo, a 37 anni in Serie B. Forse avrei potuto fare un altro anno perché stavo ancora bene: con l’Albinoleffe in B avevo giocato tutte le partite, facendo la differenza. Poi c’è stato il calcioscommesse e si è bloccato tutto: avevo preso quattro mesi di squalifica. In questi casi poi ti devi difendere: si fanno tutte queste cavolate e poi finisce a tarallucci e vino… Mi ha dato fastidio, è stato un momento così: però sono sempre stato tranquillo perché non ho mai dato troppa importanza a quello che stava succedendo.

(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)
(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Che cosa ha fatto dopo?
Per vent’anni hai sempre lo stesso schema: lunedì libero, martedì allenamento, mercoledì doppio… Io sono sempre stato uno fuori dagli schemi, non volevo ritornare su un campo per fare l’allenatore o qualcosa del genere. Volevo prendermi un po’ di tempo e fare qualcosa senza essere vincolato a un orario ogni giorno. Nel calcio di oggi però è dura: se vuoi fare qualcosa sul campo è come se fossi di nuovo un giocatore per quanto riguarda i ritmi di lavoro. Quando giocavo io gli allenatori lavoravano un paio di ore al campo e poi il giorno della partita: oggi lavorano molto di più. Non era quello che volevo. Dopo aver smesso, ho investito sull’immobiliare comprando due aree a Milano con un socio, abbiamo iniziato a costruire appartamenti e lo faccio ancora.

Come è nata l’amicizia con Bobo Vieri?
Ci vedevamo sempre in giro alla fine degli Anni ’90: a volte in Sardegna o a Milano Marittima. Eravamo giocatori a cui piaceva divertirsi… Poi era finito tutto lì. Dopo ci siamo incontrati di nuovo all’Atalanta nel 2005 e da lì siamo ripartiti. Vivevamo entrambi a Milano e facevamo su e giù. Avevamo casa a Bergamo, però preferivamo viaggiare e lo facevamo insieme. Lui era fidanzato con Melissa Satta, io stavo con Giorgia Palmas… Da lì in poi siamo diventati amici e non abbiamo mai smesso di esserlo. C’è un rapporto speciale, stiamo bene insieme. D’estate ci divertiamo quando c’è la Bobo Summer Cup: lì mi sembra di tornare a giocare perché sento il calore della gente. Devo ringraziare Bobo perché ogni tanto me lo fa provare.

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