Amelia: “Milan, ti ho lasciato troppo presto. Vinci e torna in alto”

Amelia: “Milan, ti ho lasciato troppo presto. Vinci e torna in alto”

Amelia è alla sua terza vita: dopo l’esperienza come commentatore televisivo, il portiere ha ricominciato dal campo. Allena la Lupa Roma ed è una “ripartenza”. Il calcio gli ha dato molto: amicizie (Zaccardo), simpatiche rivalità (Gilardino) e tanto altro. Il derby? Ovviamente tifa Milan…

di Luigi Pellicone

Marco Amelia è alla sua terza vita. L’ex portiere (tra le altre) di Livorno, Milan e Chelsea ha “ripreso” da dove aveva chiuso. Dopo una breve esperienza da opinionista televisivo, ha deciso di lasciare il calcio “parlato” per tornare a quello giocato. Un punto di ripartenza, ma il richiamo del campo, da tecnico della Lupa Roma, è stato più forte. “Non è che puoi improvvisare. Ho studiato e preso il patentino, ho commentato Serie A e Mondiali ma non è una cosa che mi piace molto”.

Come è “oltrepassare la barricata”?
L’esperienza dall’altra parte è diversa. Da calciatore è diverso, pensi a te stesso. Adesso invece devo pensare a tutti, è impegnativo ma gratificante.

I momenti più significativi della sua carriera?
Il momento più bello della mia carriera è il Mondiale. Il percorso a Livorno mi ha reso felice. Forse il momento più bello è stato giocare in UEFA con il Livorno, cui si lega anche il momento più negativo. La retrocessione, veramente un momento da cancellare.

(Photo by Michael Steele/Getty Images)
(Photo by Michael Steele/Getty Images)

Cosa l’ha reso orgoglioso?
Io ho avuto la fortuna e la bravura di segnare un gol per passare un turno di Coppa UEFA. Non so se sono stato più bravo o pazzo, però è stato un momento in cui mi sono detto “bravo”.

Ha qualche rimpianto?
Gli ultimi anni. Mi sono un po’ distaccato dal mondo del calcio. Forse, pur vivendo poi un’esperienza importante al Chelsea, ai tempi dell’addio al Milan potevo continuare. Ma tutto sommato è andata bene così.

Tante maglie, altrettante esperienze. Ha qualche amicizia nel calcio?
La maglia del Livorno, anche se “indosso” tutte le maglie con cui ho giocato. Tutti mi hanno lasciato qualcosa. Ho legato con tante persone, ma comunque ho amicizie anche al di fuori del calcio. Con Zaccardo ho condiviso mondiale e nazionale giovanile e mi ci sento spesso.

 (Photo by New Press/Getty Images)
(Photo by New Press/Getty Images)

Adesso lei allena. Come ha vissuto l’esperienza con i suoi, di allenatori?
Ho sempre legato con tutti gli allenatori. Tutte le discussioni sono state costruttive, anche perché ho avuto tecnici di grande livello. Difficile fare un nome. Ognuno mi ha aiutato a crescere e a fare, adesso, questo tipo di mestiere.

Tornando al campo. Il calciatore che l’ha messa in difficoltà?
Gilardino. Mi segnava sempre. Nonostante l’amicizia, il Gila lo soffrivo, mi riusciva sempre a fare gol. In tutti i modi.

(Photo by Massimo Cebrelli/Getty Images)
(Photo by Massimo Cebrelli/Getty Images)

Gila, passato in comune al Milan. È la settimana del derby…
È una stracittadina diversa, maestosa. Si vive a livello internazionale, più che locale. Arriva tanta gente da fuori, si genera una cassa di risonanza grandissima. Si percepisce che è qualcosa di enorme, che va oltre il locale. È una partita fra squadre che hanno vinto tantissimo. Rispetto a quelli più sentiti, come Genova e Roma, ha un respiro diverso che si avverte nitidamente.

Inevitabile chiedere un pronostico sul Derby…
Derby mai così equilibrato. Mai come questa volta. Mi auguro che il Milan vinca e continui a scalare la classifica e torni ad alti livelli. Da milanisti, ce lo auguriamo.

 (Photo by Marco Luzzani/Getty Images)
(Photo by Marco Luzzani/Getty Images)

Ora lavora con i giovani. Cosa consiglia a chi inizia?
Intanto quello di mantenere la propria libertà personale e decisionale. Sacrificarsi, perché nel calcio non regala niente nessuno. Occorre impegnarsi anche mentalmente, per imparare e assimilare sempre qualcosa di nuovo. Oggi vedo troppa sicurezza. In molti si sentono arrivati.

Ha un consiglio per chi chiude la carriera?
Ognuno la vive differentemente. Io l’ho vissuta serenamente, ero già concentrato su alti obiettivi. Giocare venti anni ad alti livelli non significa essere preparati automaticamente per altri ruoli, sia nel calcio che nella vita normale. Nella maggior parte dei casi non ci sono preparazioni al lavoro.

 

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