Amauri: “Alla Juventus mi sono sentito solo, ma Conte mi ha difeso. Quanti fischi col Toro al primo allenamento… “

Amauri: “Alla Juventus mi sono sentito solo, ma Conte mi ha difeso. Quanti fischi col Toro al primo allenamento… “

Tanti gol, ma anche qualche duro colpo. Però Amauri oggi non ha rimpianti. L’ex attaccante di Juventus e Torino racconta le sue stagioni vissute ai piedi della Mole, tra grandi aspettative e sogni infranti. E pensa alla sua “seconda vita”…

di Simone Lo Giudice

Affamato, sognatore, coraggioso. Da calciatore Amauri è stato tante cose: una forza della natura al Palermo, una scommessa della Juve, un campione lasciato un po’ da solo. Gli infortuni hanno pesato, certo. Ma il pubblico non gli ha mai regalato nulla. Nemmeno quello che lo ha accolto male al Torino, prima di ricredersi sul suo conto. La voglia di riscatto però continua a battere nel cuore dell’attaccante italo-brasiliano, che sogna di andare in giro per il mondo a scoprire giovani talenti affamati come lui da ragazzino.

Amauri, che cosa le manca del calcio?
Lo spogliatoio ed è la cosa che manca a tutti noi quando smettiamo. Si vedono tante immagini in televisione, ma solo tu sei al corrente dei momenti belli e brutti, delle risate e delle liti che si vivono lì dentro. A me non manca il campo, mi mancano queste cose.

Che cosa vuole fare nella sua seconda vita?
Oggi faccio tutto quello che non riuscivo a fare quando ero calciatore. Ho più ore a disposizione per me, non sono più sotto pressione settimanalmente. Conduco una vita più tranquilla. In futuro vorrei dare una mano ai ragazzi meno fortunati. Io sono stato scoperto dal nulla. Devo ringraziare Antonio Manzo in Brasile, è stato lui a darmi l’opportunità di allenarmi con Leivinha, un grande ex calciatore degli anni ’70. Vorrei andare in giro a pescare ragazzi bravi che possono fare grandi cose nel calcio. Prenderò il patentino da allenatore, ma non so se voglio farlo davvero… Vorrei fare l’osservatore e stare in mezzo al calcio.

Lei ha giocato il Derby della Mole con entrambe le squadre di Torino: quali sono le differenze?
Dalla parte della Juventus non c’è tranquillità perché è pur sempre un derby. Per il Toro però è qualcosa di diverso, una cosa fuori dal comune: lo sentono particolarmente, è molto acceso.

(Photo by Vladimir Rys/Bongarts/Getty Images)
(Photo by Vladimir Rys/Bongarts/Getty Images)

Che ricordo ha delle sue stagioni alla Juventus? Lei la definì la grande chance della sua vita…
Prima di arrivarci ero uno sconosciuto, dopo otto anni di gavetta in Italia sono arrivato a indossare la maglia della Juve, uno dei club migliori al mondo. Fu un cambio di vita. Il primo anno fu fantastico, c’era un grande spogliatoio, nel secondo invece è iniziata una crisi profonda. Fino a dicembre eravamo una squadra, ma dopo l’eliminazione col Bayern in Champions sono spariti tutti, società compresa. In alcuni momenti difficili non c’era nessuno, ci siamo sentiti soli. Anche le leggende della squadra sapevano che non c’era niente. 

L’anno dopo è arrivato Marotta però…
Sì, qualcosa è cambiato. Però non eravamo una squadra forte. Sono stato quattro anni alla Juve, per due ho giocato e negli altri sono rimasto fuori. Ho avuto anche degli infortuni, ma ho forzato il mio fisico per giocare ed è stato un errore. Nessuno però lo sapeva e la gente ha iniziato a prendersela con me. Poi sono andato via e ho continuato la mia carriera. Ho dato una mano a salvare il Parma e a portarlo in Europa League. Poi alcuni pensavano che non avrei voluto il coraggio di andare al Torino. Sono capitato nei due anni peggiori della Juve.

Esonerare Ranieri fu un errore?
Assolutamente, al 100%. Lui aveva detto davanti a tutti che la Juve avrebbe rivinto nello spazio di due-tre anni e infatti ha avuto ragione. Avevamo fatto anche bene in Champions, poi siamo usciti contro un grande Chelsea dopo aver passato il girone col Real. Ranieri voleva certi tipi di giocatori, ma la società gliene impose degli altri. E a lui non andava giù. Non ho mai capito perché lo mandarono via. 

(Photo credit should read MARCELLO PATERNOSTRO/AFP/Getty Images)
(Photo credit should read MARCELLO PATERNOSTRO/AFP/Getty Images)

Il secondo anno sono arrivati anche Diego e Felipe Melo…
Sì, e se la sono presa con noi perché eravamo i tre acquisti più costosi fatti dalla società. Erano tutti contro di noi. A differenza di qualcuno che oggi ha vinto cinque o sei scudetti, però, allora non ci siamo mai tirati indietro nelle difficoltà. Tutti si nascondevano, noi no. Posso andare in giro a testa alta. Quell’anno ebbe qualche problema Cannavaro, i tifosi erano contro di lui perché era tornato. Ma lui aveva una personalità pazzesca e caratterialmente era un animale, in senso positivo. Alcuni criticarono anche Grosso. Quell’anno andava alla grande l’Inter, che era forte come la Juve di oggi. Che è una macchina perché non sbaglia quasi mai.

Che rapporto aveva con Conte?
Buono, se al quarto anno non ho giocato non è stata colpa sua. Al suo primo giorno alla Juve mi aveva detto ‘Ama, io voglio cambiare tutto quello che c’è qui. Per me sei importante. Tu dai il massimo e avrai le tue possibilità’. Mi aveva detto che sarebbe dipeso tutto da me, invece la società aveva deciso di farmi fuori. Poi mi hanno messo anche i tifosi contro. Quando sono tornato alla Juve nell’estate 2011 dopo il prestito al Parma il primo giorno di allenamento ero carico come una molla, ma sono stato fischiato e ci sono stati cori contro di me.

Fu proprio Conte a difenderla una volta…
Sì, in allenamento. La società però aveva deciso, Marotta aveva portato i suoi giocatori. Non volevano che tornassi al Parma e preferivano che andassi al Marsiglia perché avrebbero preso più soldi. Mi hanno minacciato dicendo che mi avrebbero messo fuori rosa ed è ciò che è successo. Feci un braccio di ferro con chi comandava e fu un errore. Su Conte però non ho nulla da dire. All’epoca non aveva la forza per imporsi in società perché non aveva ancora vinto.

Poi andò alla Fiorentina e segnò un gol decisivo al Milan, che aiutò la Juve a vincere lo scudetto…
Il mio gol a San Siro ha aperto uno spiraglio importante alla Juve, che aveva vinto a Palermo quella volta. Mi avevano chiamato molti ex compagni per ringraziarmi, però erano stati loro a fare tutto il resto.

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Più tardi decise di andare al Torino: voleva riscattarsi dopo la Juve?
Non direi… Mi cercarono loro e accettai. Gli mancava un giocatore come me. Io avevo qualche perplessità sul tornare a Torino e ne parlai con loro. All’inizio fu dura anche lì, la gente era contro di me. Al primo allenamento fui insultato dai tifosi . Mi dissero che non ero il benvenuto perché avevo giocato alla Juve e perché avevo sempre segnato contro di loro. Gli spiegai che ero arrivato per dare una mano e che anche io avevo avuto problemi con la Juve… Alla prima partita in casa non volò una mosca contro di me. Il primo anno giocammo anche una grande Europa League. Nel secondo arrivò Belotti, ma volevano che restassi come quinta punta per dare una mano ai giovani. Accettai e giocai solo una partita fino a gennaio. Poi però cambiai idea e andai via. Ma sono stati due anni tranquilli, durante i quali ho sentito un grande appoggio.

(Photo by Adam Davy - EMPICS/PA Images via Getty Images)
(Photo by Adam Davy – EMPICS/PA Images via Getty Images)

È rammaricato per come sono andate le cose con la Nazionale?
Il mio rapporto con l’Italia fu una telenovela, se ne era parlato tanto, ma quando ho avuto la possibilità di andarci ci ho giocato solo una volta. Quando ero pronto per la seconda mi sono infortunato ed è finita lì. Fu un onore per me, ce l’ho ancora qui a casa la maglia firmata da tutti i miei compagni di squadra convocati in quella occasione. Fu una cosa indelebile che nessuno potrà mai togliermi, perché io venivo dal Brasile ed ero uno sconosciuto, non avevo niente. Ho giocato in una delle nazionali più rispettate al mondo. Voi forse non potete capire quanto sia stato gratificante per me.

Quali difensori le hanno dato più problemi?
Mi ricordo le marcature più dure da parte di Materazzi e di Mexes alla Roma e dallo stesso Chiellini, che però non era ancora il fenomeno di oggi. Poi Cannavaro, Nesta, Maldini, Terry, Sergio Ramos. Ho avuto la fortuna di sfidare tutti loro.

Quale è stato il suo idolo?
Ce l’ho ancora ed è Romario, in assoluto. Era uno che faceva le cose che diceva. Mi piaceva tantissimo questa cosa, non aveva peli sulla lingua. Lui parlava e faceva senza nascondersi. Anche i suoi gol mi piacevano e il suo modo di giocare in area di rigore, il fatto di essere al posto giusto al momento giusto.

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