Scudetto, scacco matto in tre mosse

Scudetto, scacco matto in tre mosse

Di Stefano Impallomeni. Il coraggio di Allegri con Cuadrado terzino. Il sacrificio di Jorginho dopo il rosso a Koulibaly. La sostituzione di Icardi a San Siro. In tre semplice mosse, la scacchiera scudetto si ribalta e dice Juventus.

di Stefano Impallomeni

Sarri torna a -4, Allegri sorride e può gestire nel miglior modo possibile il tragitto verso il settimo scudetto consecutivo, che sarebbe il suo quarto personale in bianconero. Un altro ribaltone, quando tutti, o quasi, immaginavano un Napoli campione. Il calcio toglie e dà, non v’è dubbio. Koulibaly decisivo a Torino e a Firenze, la doppia faccia di una medaglia che Sarri però non riesce a rovesciare a dovere nel verso giusto.

SCACCHI – A Firenze, in 10 dopo appena 8 minuti, l’allenatore azzurro toglie Jorginho per Tonelli. È la mossa che non convince, perché non si sacrifica il Re per un pedone. La squadra accusa, perde certezze, non argina bene le avversità. Si corre in avanti, ci si allunga, non c’è più una distanza corretta tra i reparti. Allan e Hamisk corrono in avanti sbilanciando il gioco, si crea spazio pericoloso in fase difensiva, la squadra si spacca in due. Sarebbe stato meglio sacrificare uno tra Mertens o Callejon, tenere botta e poi magari inserire Milik nel momento caldo della partita. Con il senno di poi, per carità, siamo tutti bravi, ma un regista, uno come Jorginho, dinamico e tecnico, andava lasciato in campo.

EQUILIBRI – Così, senza di lui, il Napoli si è perso e la frattura degli equilibri ha scatenato l’esuberanza viola, che con il triplo “Cholito” Simeone ha sigillato con ogni probabilità la corsa al titolo. Sarri, in definitiva, non smentisce se stesso, raccogliendo in fondo al barile delle risorse il suo inscalfibile principio di sistema, che può essere virtù ma anche vizio. Il Napoli ha, infatti, un solo volto, bellissimo (a Torino e Firenze non tanto), quasi sempre gli stessi interpreti, non mostra una flessibilità necessaria per fare altro e non manifesta un “gioco di maniera”, alternativo, per definire meglio un traguardo, per vincere veramente.

PSICOLOGIA – Non è un caso che la “Caporetto” di Firenze sia un crollo psicologico avuto dopo la rimonta (quasi metafisica) della Juventus compiuta il giorno prima a Milano, in cui le polemiche per l’arbitraggio di Orsato (non benissimo) hanno ammantato le leggerezze di gestione di Spalletti. Che, togliendo Icardi a pochi minuti dal termine e da un trionfo quasi certo in inferiorità numerica, ha avviato l’uno-due bianconero con la capocciata ad inseguire di Higuain, forse decisiva ai fini del duello scudetto. Dalle scelte di Sarri e Spalletti, insomma, qualcosa non è tornata, non è andata come doveva andare, ma succede pure ai più bravi.

ALLEGRI – Nessun processo, il calcio toglie e dà, ma è innegabile che siano stati gli episodi centrali, i due assist, nella stanchezza generale della lotta in cui Allegri, predestinato e più lucido, centellina le ultime energie della sua squadra con la vecchia saggezza popolare e con tutta l’esperienza possibile. Il Cuadrado terzino fa soffrire, fa discutere, ma poi alla lunga premia la scelta iniziale del suo allenatore, infilandosi nell’area dell’Inter come uno spillo fastidioso e fatidico. Cuadrado, segnando il 2-2, rilancia le speranze, riaccende le sensazioni positive che poi sono i veri dettagli di una storia. La Juventus non muore mai e Allegri è il migliore di tutti, perché semplifica il calcio, che non è una scienza esatta. Gli schemi sono importanti, fondamentali, ma i calciatori bravi di più. Allegri ce lo ricorda ogni tanto.

VINCENTE – Siamo ormai tutti convinti allenatori, conoscitori della materia, esperti navigati. No, non è così facile allenare e giocare. E non è affatto facile gestire nelle bufere e nelle tensioni. Allegri ha dimostrato la calma dei forti e dei vincenti. Ha vinto tanto, sta per vincere un altro scudetto, ma parla come se non lo avesse mai fatto in carriera. Come ai tempi del Cagliari, ai suoi inizi, sa quanto contino i calciatori bravi prima degli allenatori. Ancora manca poco al traguardo, i finali sono spesso pieni zeppi di trabocchetti. Allegri lo aveva detto, ma nessuno lo aveva ascoltato. Può succedere di tutto, aveva detto, e così è stato. È successo di tutto, sì, e a suo favore e non per caso o grazia ricevuta, ma perché conosce alla grande la sua squadra. Conosce bene i pregi e i difetti della sua squadra e soprattutto quelli dei suoi avversari.

ABITUDINE – In testa, lassù, bisogna vincere le vertigini prima delle partite. Saper gestire il respiro, l’ansia e la concentrazione. Questione di abitudine. La Juventus sa come si fa, Allegri anche, mentre Sarri ancora no. Anche se, nonostante tutto, all’uomo di Figline Valdarno vanno fatti complimenti vivissimi, perché ha saputo incarnare alla perfezione il ruolo dello sfidante combattivo e perdente. Dopo tre anni di gestione, il suo Napoli è una splendida utopia, una creatura bella, divertente e geniale, che ha saputo arricchire il nostro campionato pur non vincendo nulla. Anche questo è un merito, una specie di vittoria.

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