Italia, se la convocazione conta più della prestazione

Italia, se la convocazione conta più della prestazione

Di Stefano Impallomeni. Mancini segna il suo esordio con una vittoria, ma il calcio italiano non è un brindisi al sole. Tutti vogliono l’azzurro, ma poi quando si scende in campo scopriamo altre prestazioni rispetto a quelle viste nei club.

di Stefano Impallomeni

Contro Francia e Olanda ne capiremo di più. Le amichevoli, soprattutto a giugno e senza obiettivi, restano poco indicative. Mancini segna il suo esordio con una vittoria, ma il calcio italiano non è un brindisi al sole. Tanti buoni propositi, buoni giocatori, tante giovani proposte, ma pochi campioni. E poi, nella sfida contro l’Arabia Saudita, ti accorgi del ritorno di Balotelli, che torna a segnare dopo quattro anni in azzurro. Un piccolo raggio di sole che scalda un profondo senso di indifferenza, un tiro e un gol che rivolgono speranze diverse, un ottimismo al futuro che alla resa dei conti non è nient’altro che un passato triste e solitario.

SUPERMARIO – Balotelli è senza dubbio un buon calciatore, ma non sarà mai quel che abbiamo sperato che fosse. Il meglio di sé sembra lo abbia già dato, anche se non si può dire che non potrà essere utile alla causa azzurra. Ha ancora 28 anni, ma occorre che ci sia un cambio di marcia nella mentalità. Balotelli è un’aggiunta di qualità, non la soluzione dei problemi. Non rappresenta un’eccellenza. È un campione ancora potenziale. Può essere il più bravo di tutti, ma anche il peggiore di tutti. Ha un gran tiro, un gran fisico, ma se gioca come ha fatto a San Gallo rischia di non garantire il salto di qualità tanto atteso. Troppa poca corsa, poca partecipazione al gioco di squadra e poco altro, tranne il grande gesto tecnico del gol segnato. Balotelli, insomma, recita troppo da fuoriclasse pur non essendolo. Sembra maturato, ha doti tecniche innegabili, è più ingrossato (ingrassato?) nei muscoli, ma è troppo fermo, meno mobile del previsto. Sembra un diamante bello e ancora grezzo appeso a una collana che sembra non essere così pregiata e abbastanza intrecciata.

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FASE DI STUDIO – Mancini è nella sua fase di studio e non potrebbe essere altrimenti. Capirà da sé e meglio di noi cosa servirà veramente per fare un’Italia degna di questo nome. Con la Francia spazio ad un altro giro, poi un altro ancora con l’Olanda. L’età media della squadra si è abbassata notevolmente. Era dal 2010 che non era così bassa, ma la questione non è la meglio gioventù. Abbiamo tanti buoni giocatori, alcuni non così buoni e nessun grande campione. Balotelli non basta. E sarebbe sbagliato aggrapparci a lui per sperare in un rilancio immediato che avverrà soltanto quando “sentiremo” di più la maglia azzurra. Non siamo fuori dal mondiale perché non è stato chiamato SuperMario, ma siamo fuori dal mondiale per altri motivi, per scelte non lucidissime nell’atto decisivo con la Svezia in cui è venuto meno uno spirito di squadra che è essenziale molto di più di una giocata, di un nome da mettere in prima pagina.

PIÙ LA CONVOCAZIONE CHE LA PRESTAZIONE – La chiamata in azzurro, insomma, depista e non aiuta a risolvere. La convocazione non può appagare più della prestazione. Tutti vogliono l’azzurro, ma poi quando si scende in campo scopriamo altre prestazioni rispetto a quelle viste nei club. Prestazioni minime, emozioni improvvise da gestire, personalità mai del tutto espresse, altri giocatori che in azzurro limitano il proprio rendimento. Giocare in azzurro non equivale a un semplice biglietto da visita da mostrare al mondo. Serve altro, molto altro. Mancini chiami chi ha veramente voglia di azzurro, trasformi l’Italia, crei una squadra orgogliosa che creda a quel che fa con giocatori pronti a dare l’anima, anche in un’amichevole insulsa e apparentemente inutile. L’Italia non può più essere una rappresentativa. Dopo un giro d’orizzonte obbligato, è già l’ora delle scelte definitive. Giovani o vecchie che siano. Con o senza Balotelli, perché non sarà questa la vera differenza che ci farà svoltare la crisi.

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