Italia, il problema non è il CT

Italia, il problema non è il CT

Di Stefano Impallomeni. Paghiamo un difficile ricambio generazionale. Mancano giovani campioni ma la rivoluzione va fatta gioco forza con loro.

di Stefano Impallomeni

Se Maradona è pura poesia e Messi formidabile prosa, come ha dichiarato in una recente intervista Batistuta, questa Italia assomiglia tanto a un dettato scontato in cui emergono i soliti impacci e in cui si commettono le solite leggerezze. A Manchester l’aria non è così fresca e leggera. La ferita per l’eliminazione con la Svezia brucia ancora. Non si riparte granché, le scorie della crisi si fanno sentire. Il re Messi riposa e si perde ugualmente. È un’amichevole noiosa, chissà quanto indicativa, dove gli azzurri fanno maluccio nel primo tempo, qualche cosa buona nella prima parte del secondo, per poi naufragare sotto i colpi di Banega e Lanzini.  L’Argentina fa il minimo sindacabile, mentre l’Italia si specchia nei propri limiti che non sono tattici ma di personalità e di tecnica. Il momento è delicato, servirebbe un po’ di ottimismo e fiducia giusto per evitare il peggio, anche se sbagliando si impara. L’Italia dovrà avere il tempo di farlo, cercando soprattutto quel che non ha attualmente.

Nessun volto nuovo in grado di scrivere la storia azzurra

L’Italia ha poco presente e poco futuro. Non è un problema di CT e di modulo. La questione è che per ora siamo questi. È un’ Italia piatta, scolastica, bravina a stare in campo ma mancano i giovani forti, quelli che ti cambiano un corso, un periodo, un’era.  Ci sono bravi giocatori e non campioni. Ci sono potenziali ed eterne promesse. Non ci sono squarci di luce, nascite significative di personalità. Non ci sono più i Rossi e i Cabrini che alla loro prima in azzurro, proprio in Argentina nel 78, seppero incantare e prendersi una carriera. Non ci sono i Tardelli, i Conti, che due partite dopo il suo esordio contro il Lussemburgo, a Torino contro la Jugoslavia costrinse con un gol al pensionamento un certo Causio, il grande Barone. O i De Rossi, due reti nelle prime tre presenze in azzurro e un Mondiale vinto, tra errori e redenzione, alla prima grande esperienza internazionale.

Un’Italia normale, anche troppo

Non ci sono ribaltoni, c’è un filo comune di inscalfibile normalità. Il ricambio, e sembrano esserci pochi dubbi, sarà più complesso rispetto al passato perché mancano proprio i calciatori giovani forti, non i CT, ormai quasi tutti preparati e aggiornati, differenze permettendo. Cambi, ricambi, convochi, non convochi ma è un cubo di Rubik con lo stesso colore, il grigio. Il risultato è sempre identico: una somma confusa e acerba, ancora non internazionale, arida, molto leggera. Nell’Italia insomma, c’è qualcosa di dignitoso, ma non di impressionante. Il livello è di una normalità disarmante. Relativamente alla partita, nessuno dei nostri esce dal cono d’ombra, da una sufficienza soddisfacente. Jorginho, al di là dell’indecisione che dà l’avvio all’azione del primo gol di Banega, è forse la nota lieta della serata. Di Biagio ricerca una logica, con l’asse Verratti-Insigne e Immobile coinvolto nei loro paraggi, ma non è andata bene come si sperava.

Il vero problema non è il CT, serve una rivoluzione

Questa amichevole non aggiunge granché e conferma uno stato di cose. L’Italia è questa, con o senza Di Biagio. Con o senza Mancini, con o senza Ancelotti. L’Italia non può essere più un laboratorio. Occorre fare un passo doloroso essendo consapevoli delle conseguenze. Occorre una rivoluzione come quella operata da Fulvio Bernardini  dopo il mondiale del 74. Una ricerca lunga, costante per provare e riprovare con i giovani, con una squadra acerba, magari perdente e non eccezionale, ma che alla lunga sia in grado di diventare una base solida per i prossimi anni. Di certo, non usciranno i Rossi, i Cabrini, i Tardelli, i Conti e i De Rossi, ma bisogna iniziare. Si provi con una squadra nuova, giovane e con pochi veterani, senza tanti calcoli. Il CT non è il vero problema, anche se Balotelli non può essere ignorato al netto delle sue asperità caratteriali. In azzurro gioca chi è più forte. Bisogna avere il coraggio di cambiare a costo di fare brutte figure, a costo di polemiche che in ogni caso non mancheranno mai. Avanti con i nuovi o con i ritorni che non ti aspetti. Serve una scossa a questo ritmo lento. Sosteniamo il processo di cambiamento, velocemente. Senza guardare tanto al risultato. La vittoria vera sarà quella di avere una squadra competitiva nel lungo periodo e non una squadra a giorni alterni, a seconda di simpatie o antipatie, in base a dettati mal fatti. 

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