In Mancio stat virtus

In Mancio stat virtus

Di Stefano Impallomeni. Mancini ha fatto centro, arginando gufi e scettici. Il lifting azzurro è pressoché completo, riuscito perfettamente tra le rughe di qualche anziano guerriero e la personalità di giovani vecchi non ancora del tutto convinti del proprio talento. E un nuovo look, più rock e meno pauroso, con tanto ritmo e quintali di entusiasmo.

di Stefano Impallomeni

L’azzurro adesso è bello e vale molto di più di una vittoria o di una pubblicità di una mela. È un’Italia diversa, direttamente proporzionale al calcio moderno. Bella, propositiva e abbastanza caratteriale, e non più tanto nazional popolare. È un’Italia a doppia velocità, di pensiero e di tocco, che trasmette simpatia, che sprigiona vita, rivendicando la giusta attenzione e gli applausi finali. Mancini ha fatto centro, arginando gufi e scettici. Il lifting azzurro è pressoché completo, riuscito perfettamente tra le rughe di qualche anziano guerriero e la personalità di giovani vecchi non ancora del tutto convinti del proprio talento. Via qua e là qualche rimasuglio del passato e nuovo look, più rock e meno pauroso, con tanto ritmo e quintali di entusiasmo, senza dimenticare un gioco straordinario, fatto di rischi più o meno calcolati. Una ventata di aria fresca, insomma, che ci voleva.

EVOLUZIONE – Mancini ha sbalordito soprattutto per come è intervenuto sulla crisi del nostro movimento. Non ha mai messo in dubbio il materiale umano, ma la chimica di un calcio che andava adattato alle caratteristiche dei suoi. Da rivoluzionario a visionario, da selezionatore ad allenatore, il suo lavoro graduale è stato finora un capolavoro di intelligenza, e perché no, di umiltà. Anche per lui la scelta della panchina azzurra ha stabilito un rilancio personale: per la sua immagine dopo che a livello di club non era stata più lucente come nel recente passato. Le motivazioni di Mancini, l’azzurro come nuovo trampolino di lancio verso un ritorno tra i club più blasonati, un altro tema che ha potuto scatenare virtù e stimoli giusti in un gruppo saldo di qualità non indifferenti. Dopo Grecia e Bosnia l’ipoteca a Euro 2020 è quasi piena. Evviva l’Italia, evviva il bel gioco alla faccia del malloppo di noia che ci veniva propinato.  Manca ancora poco e qualche altra,  si spera, convincente rappresentazione.

MANCIO-KLOPP – Il merito del CT azzurro è innegabile. Inizialmente restauratore di morale e dignità, poi costruttore di trame nuove, mai così brillanti nella storia azzurra. L’Italia ora ti cattura, ti coinvolge, ti incuriosisce, perché insegue il risultato attraverso un principio di gioco, di palleggio, di tecnica e di pressing alto. Mancini si è Kloppizzato, questa è la notizia. Al di là dei risultati, c’è di più. C’è un lavoro in profondità, basato sull’esposizione del talento e su un’idea di imporre il gioco finché le gambe ti reggono. In passato abbiamo sempre fatto distinzioni per cercare un nuovo percorso. Il catenaccio, il gioco all’italiana, i sacchiani e i trapattoniani. Ora c’è Mancini, l’inedito Mancini che nei suoi club di appartenenza non aveva mai fatto vedere un calcio così bello.

CENTROCAMPO – Un Mancini che cambia spesso qualcuno o qualcosa, ma che difficilmente cambia il centrocampo. Verratti, Jorginho e Barella, gli uomini su cui far ruotare tutto, complementari tra loro con intesa istantanea. Nuovo comandamento: vietato toccare lì in mezzo. In medio stat virtus, si dice e si fa. Il calcio a volte è semplice, e uno solo. E Mancini non fa una piega, facendo le cose semplici.  La forza di una squadra si pesa e si misura nel mezzo, a metà del campo, dove si può intuire e immaginare qualcosa di grande. Senza Tardelli, Oriali, Antognoni, Pirlo, Gattuso e via dicendo non ci sarebbe stato probabilmente un perché, sia dietro che avanti il campo. A centrocampo nascono le grandi squadre e le vere fortune. E qui, la solita storia che si ripete, senza diavolerie e suggestioni varie.

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