VAR sì, VAR no, VAR come: gli interrogativi dell’ausilio tecnologico

VAR sì, VAR no, VAR come: gli interrogativi dell’ausilio tecnologico

Di Francesco Paolo Traisci. A quasi un anno dalla prima applicazione della VAR, è ora di tracciare un primo bilancio e suggerire alcune modifiche al protocollo da molti ritenute necessarie.

di Francesco Paolo Traisci

Malgrado le accese polemiche che hanno accompagnato il primo anno di applicazione, ormai quasi tutti invocano la VAR anche in Europa. Approfittiamo per tracciare un primo bilancio e suggerire alcune modifiche da molti ritenute necessarie. Partiamo dalle regole attuali. Nell’occhio del ciclone, più che il mezzo stesso, è spesso finito il suo protocollo di utilizzo, ossia le modalità con le quali il supporto tecnologico viene utilizzato dall’uomo. Critiche equamente condivise fra il VAR (al maschile) e l’AVAR di turno, ossia gli assistenti degli arbitri posti davanti ai monitor per rivedere l’azione, e la VAR (al femminile), ossia il sistema di Video Assistenza, con le regole e le sue modalità di applicazione. Dei primi, più che la correttezza degli interventi è stata spesso contestata la mancanza di intervento in casi in cui invece avrebbero dovuto sollecitare l’arbitro ad una revisione dell’azione contestata, mentre del sistema sono state contestate le modalità di interazione fra l’arbitro ed i suoi assistenti ed, in generale, del suo utilizzo.

PROTOCOLLO VAR – In definitiva, insieme agli uomini che applicano la macchina tecnologica, gli episodi hanno messo in evidenza critiche sulle regole di applicazione della stessa tecnologia. E se sull’errore umano si deve raccomandare attenzione e competenza (sempre a voler escludere prevenzione e malafede), sulle regole si può invece lavorare per migliorarle. E allora vediamo quali sono queste regole. Sono quelle contenute in un regolamento uniforme, elaborato dall’IFAB ed approvato nel marzo 2016 dall’Assemblea generale della FIFA, poi tradotto ed applicato dalle varie federazioni. Se qualcosa va cambiato, quindi è in quel Protocollo.

DISCREZIONALITÁ – Entrando nel tema è necessario innanzitutto specificare che l’arbitro, in base al protocollo, può, ma non è costretto, a chiedere l’ausilio dei videoassistenti. Attualmente è un suo diritto: non solo ha l’ultima parola e quindi decide, ma può anche decidere di non approfondire e di non mettere nemmeno in discussione la sua decisione. Infatti, può, come pare sia effettivamente avvenuto, semplicemente ignorare i richiami del VAR ed andare dritto per la sua strada, a volte con decisioni che mostrano una eccessiva sicurezza di sé ai limiti della presunzione. Perché non essere pronto ad un passo indietro se la tecnologia ci dimostra inconfutabilmente che ci sbagliamo? La macchina vede meglio dell’uomo e quindi l’uomo deve chiedere il suo ausilio a scanso di ogni equivoco! Correggere in corsa un possibile errore non deve essere visto come un’ammissione di scarsa competenza, ma anzi come prova di maturità. L’arbitro deve sicuramente dimostrare di avere carattere e personalità ma la personalità non si dimostra rimanendo ciechi ai richiami degli altri! È’ una questione di mentalità!

QUANDO SI USA? – Altro punto dolente: le occasioni l’arbitro può utilizzare la Video Assistance Review? Secondo il regolamento, l’arbitro può (e non deve) farne uso, e comunque ha l’ultima parola in 4 casi:

1) Nel caso sia da valutarsi la regolarità di un gol, e quindi anche in caso di fuorigioco dubbio;

2) In caso di assegnazione ed esecuzione del rigore

3) Nel caso di espulsione solo per rosso diretto e non per le ammonizioni (nemmeno seconde).

4) Per correggere un errore nell’identità di un calciatore ammonito o espulso

Sicuramente questi casi sono quelli in cui si può interrompere la gara per valutare meglio la situazione. Ma attenzione. Se l’arbitro ha fischiato prima della segnatura (ed il gol è quindi intervenuto a gioco fermo) non potrà certo, qualora si dimostri l’errore nell’interruzione del gioco, convalidare la rete! Cosa che invece è avvenuta in più di un caso (o comunque è stata rivista l’azione con la VAR confermando quindi la possibilità della convalida).

CASI PARALLELI – Anche casi di espulsione (o di mancata espulsione hanno fatto discutere). Prendiamo il caso di Vecino e Pianic di Inter-Juve e quello di Fofana di Udinese-Inter. Nei confronti di Vecino, il VAR è intervenuto per indurre l’arbitro a cambiare in cartellino rosso il giallo che aveva in un primo momento assegnato al giocatore dell’Inter. Mentre si lamenta il fatto che nella medesima partita, lo stesso videoassistente non sarebbe intervenuto nel caso di un fallo di Pianic su Rafinha, in cui il bosniaco della Juve, già ammonito a detta di molti avrebbe meritato il rosso. È corretto? La discriminante sta nella valutazione del fallo di Pianic. Se il videoassistente lo avesse ritenuto da espulsione diretta, sarebbe dovuto intervenire richiamando l’arbitro.

GIALLO, NIENTE VAR – Al contrario, per il semplice giallo, non è prevista la revisione VAR. E la distinzione in questi casi è nella valutazione del grave fatto di gioco, ossia se “il tackle o il contrasto metta o meno in pericolo l’incolumità di un avversario” ovvero “se sia commesso con vigoria sproporzionata o brutalità”. Solo quando non è chiaro se una scorrettezza sanzionata con il cartellino giallo potrebbe in realtà essere da espulsione e quindi cartellino rosso, o quando non è chiaro chi debba ricevere una sanzione l’arbitro può consultare la VAR. Sta quindi nella valutazione dell’arbitro e del suo videoassistente stabilire quando l’intervento sia da cartellino rosso. Molti hanno ritenuto il fallo da rosso, anche per una questione di par conditio con la precedente espulsione di Vecino. Ma evidentemente non l’arbitro, né il suo video assistente. Non è una questione di protocollo VAR, ma di discrezionalità e di applicazione delle Regole del Calcio. Il caso Fofana, invece, ha visto il richiamo del video assistente per un fallo nemmeno sanzionato dall’arbitro. In questo caso il richiamo del VAR è stato legittimo perché può chiamare l’arbitro a rivedere l’azione per comminare l’espulsione di un giocatore, fino al momento in cui la squadra in attacco ha conquistato il possesso del pallone per far partire l’azione che ha portato all’episodio da rivedere.

OCCASIONI DA RETE – Se il gioco riprende dopo che un incidente è stato esaminato, qualsiasi azione disciplinare adottata durante il periodo oggetto di esame non viene annullata, anche se la decisione originale è stata modificata. A meno che non si tratti di espulsioni per DOGSO (tutti quei falli/infrazioni che evitano la segnatura di una rete o impediscono l’evidente opportunità di segnare una rete, avvenute dentro/fuori l’area di rigore e che portano ad un cartellino giallo/rosso) o di ammonizioni per interruzione di promettente azione d’attacco. Questo è stato il caso di Koulibaly, in cui (giustamente) il giallo (con il rigore) è stato cambiato in rosso (con una punizione dal limite), in seguito alla revisione dell’azione. Tutto giusto, tutto corretto (quantomeno dal punto di vista della VAR), perché legato a valutazioni discrezionali (anche se opinabili). Allo stesso modo giusta è stata l’espulsione di Juan Jesus in Roma-Chievo, così come giusto il rigore ai clivensi. Meno corretti i casi della mancata espulsione di Rugani, in Juventus-Bologna, per un fallo simile. Una disparità che però non sembra colpa della VAR ma della scarsa conoscenza del Regolamento da parte di Arbitri (e, forse, anche dei loro videoassistenti).

ERRORI DI ARBITRO E TECNOLOGIA – Errori nell’utilizzo della VAR invece in Lazio-Torino, con l’intervento della videoassistenza per far espellere Immobile, in assenza di presupposti (l’arbitro stesso aveva escluso la condotta violenta e quindi i presupposti per la video rilettura dell’episodio) ed in altri casi. Clamoroso poi il malfunzionamento della tecnologia nel caso di Milan Lazio, con le immagini, che avrebbero consentito l’annullamento del gol di Cutrone, arrivate solo durante l’intervallo!

PROTOCOLLO DA CORREGGERE – Un sistema quindi in se buono, tanto da essere invocato anche altrove ma con alcuni difetti da correggere nella sua applicazione (ossia nel Protocollo). Primo fra tutti quello delle modalità di intervento. L’arbitro è libero di ascoltare o meno i richiami dei suoi videoassistenti.  Per amor di trasparenza sarebbe però utile sapere quando decide di rimanere sordo o vedere e poi fare di testa sua e quando invece sono gli assistenti a sbagliare, a non sollecitarlo o a valutare essi stessi male la situazione; sarebbe utile sapere che cosa si sono detti, in modo da attribuire equamente le colpe ai veri colpevoli. E poi come bisognerebbe anche consentire, senza esagerare, che anche le squadre in campo possano chiedere all’arbitro di rivedere le azioni con l’ausilio della tecnologia. Prevedendo un numero minimo di chiamate, così come già previsto in altri sport. Il tutto per ridurre polemiche e sospetti. 

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