Un DASPO a tutto campo! Calciatore punito per una partita di basket…non può giocare a pallone

Un DASPO a tutto campo! Calciatore punito per una partita di basket…non può giocare a pallone

Di Francesco Paolo Traisci. Un caso particolare, quello di un calciatore tifoso daspato per una partita di basket che, per il periodo di applicazione del DASPO, non potrà più giocare a calcio. Come funziona in questi casi? Il DASPO prevede deroghe per l’accesso per gli sportivi tesserati, magari in un altro sport?

di Francesco Paolo Traisci

Un caso particolare, quello di un calciatore tifoso daspato per una partita di basket che, per il periodo di applicazione del DASPO, non potrà più giocare a calcio. Come funziona in questi casi? Il DASPO prevede deroghe per l’accesso per gli sportivi tesserati, magari in un altro sport? Cerchiamo di rispondere a questi interrogativi. 

Sta infatti facendo rumore una recente sentenza del TAR Friuli Venezia Giulia che, a suo modo, pare rivoluzionare alcuni luoghi comuni sino ad ora maturati in relazione all’applicazione del cd. DASPO, ossia divieto di accesso alle manifestazioni sportive, sanzione che sempre di più (giustamente) va a punire le gesta dei tifosi più violenti.  Con la sentenza n. 388 del dicembre 2018 il giudice amministrativo ha infatti avvallato la interpretazione assai rigida data a questo tipo di sanzione dalla questura di Trieste, interpretazione secondo la quale la comminazione del DASPO precluderebbe l’accesso della persona sanzionata a tutte le manifestazioni sportive, comprese quelle che non hanno nulla a che fare con i fatti per i quali è comminato. Un interpretazione letterale del divieto che sino ad oggi non aveva in realtà trovato molto spazio.

Cos’è il DASPO?

Come indica la parola stessa, infatti, il DASPO è un acronimo proprio per il “Divieto di accedere alle manifestazioni sportive” ed è stato introdotto nel nostro paese con la legge n. 401 del 1989, in recepimento ad una convenzione di Strasburgo del 1985, emanata a seguito dei tragici fatti di Heysel. Come recita il sito ufficiale dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, si tratta di “una misura di prevenzione atipica, caratterizzata dall’applicabilità a categorie di persone che versino in situazioni sintomatiche della loro pericolosità per l’ordine e la sicurezza pubblica con riferimento ai luoghi in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive, ovvero a quelli, specificatamente indicati, interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro che partecipano o assistono alle competizioni stesse”. Ed è destinato a chi sia stato condannato (anche in via non definitiva) o semplicemente denunciato negli ultimi 5 anni per specifiche violazioni commesse in occasione di manifestazioni sportive, come l’introduzione o il tentativo di introduzione negli impianti sportivi di armi o altri oggetti atti ad offendere, i cori o gli striscioni con simboli o messaggi inneggianti alla discriminazione o al razzismo o il lancio di oggetti pericolosi o l’invasione di campo o  per il possesso di materiale pirotecnico. O anche per chi “abbia preso parte attiva ad episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive o che abbia, nelle medesime circostanze incitato, inneggiato o indotto alla violenza”. In tutti questi casi la sanzione è quindi destinata a tenere lontane dagli stadi (e dagli altri luoghi in cui si tengono le manifestazioni sportive) chi ha tenuto comportamenti specifici, venendo denunciato o condannato per questi fatti. In tali casi, è il giudice nella sentenza di condanna, ovvero il Procuratore della Repubblica, che in seguito alla denuncia indaga sui fatti, ad imporre la sanzione.

Vale anche per gli atleti?

Finora però a chi svolgeva un’attività sportiva agonistica veniva precluso l’accesso alle tribune di stadi o palazzetti per assistere alle gare ma non quella di accedere al campo di gioco o alla panchina per disputare la gara. Ad esempio questa fu l’interpretazione data a suo tempo al caso Tounkhara, quando il giocatore della Lazio, oggi a Sciaffhausen, aggredì un tifoso in Tribuna all’Olimpico. E ciò anche perché, nei casi di sportivi professionisti, il campo da gioco deve essere considerato luogo di lavoro, per cui se il divieto di accesso fosse esteso anche al campo precluderebbe lo svolgimento dell’attività lavorativa. E questo con il DASPO (ma nemmeno con altri provvedimenti, sanzionatori) non si può fare!

Come è stato giudicato il caso in questione?

Ma nel caso del ragazzo protagonista della vicenda friulana si tratta di uno sportivo dilettante e, evidentemente, la questura di Trieste ha ritenuto di dover applicare letteralmente la norma, non essendo il campo di gioco per lui un luogo di lavoro.  Che si tratti però di una questione controversa lo testimonia la stessa vicenda, laddove, se in un primo momento era stato consentito al ragazzo, dalla stessa questura, di continuare l’attività agonistica e portare a termine il campionato, con la ripresa dell’attività ed il cambio di società, la questura ha modificato la portata del provvedimento precludendogli anche lo svolgimento della sua attività agonistica, peraltro in uno sport differente rispetto a quello per cui era stato sanzionato da tifoso. La sentenza quindi interpreta alla lettera il requisito del divieto accesso alle manifestazioni sportive, non facendo distinzioni (come al contrario spesso era avvenuto per i professionisti) fra i ruoli per i quali si accede. Se infatti non è contestata l’estensione a tutte le manifestazioni sportive a prescindere dallo sport in cui si svolgono, la discussione sulla pronuncia è generata dall’assenza di un diverso trattamento fra l’accesso alle manifestazione sportive in quanto spettatore (e tifoso) e quello come protagonista della gara, ossia il calciatore. Nessuna distinzione fra spettatore e l’atleta. Ed è proprio la mancata distinzione fra chi guarda lo sport e chi lo pratica a non convincere qualcuno.

Si lede il diritto alla pratica sportiva?

Il punto è quello ben individuato dall’avvocato difensore del ragazzo, Giovanni Adami. Sicuramente il DASPO è un provvedimento rivolto ai tifosi violenti e non ai giocatori, ma vietando l’accesso in ogni caso alla manifestazione sportiva, si comprime anche il diritto a svolgere un’attività sportiva, quant’anche amatoriale o dilettantistica. Un diritto che seppur non sancito dalla costituzione sta ricevendo sempre maggiori riconoscimenti da parte dell’ordinamento nazionale e internazionale. Certo non può essere equiparato al diritto al lavoro, ma probabilmente la sua rilevanza educativa e sociale deve essere valutata in qualche modo. Al contrario, per giustificare l’asprezza della sanzione comminata, può anche essere sostenuto che allo sportivo viene sempre richiesto di rispettare obblighi di lealtà, correttezza e rettitudine fuori e dentro il campo. E che quindi anche quando veste i panni del tifoso deve rispettare questi obblighi, essendo sempre uno sportivo tesserato. Ma è anche vero che le violazioni di questi obblighi sono sanzionati dalla giustizia sportiva (con squalifiche e sanzioni pecuniarie) e non dall’ordinamento statale. È giusta o eccessiva l’applicazione del DASPO data dalla questura di Trieste ed avallata dal TAR? Presto lo vedremo!

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