Stranieri, cittadinanza, vivai e nazionale: problemi e soluzioni

Stranieri, cittadinanza, vivai e nazionale: problemi e soluzioni

Di Francesco Paolo Traisci. Secondo Damiano Tommasi, la Serie A è diventata sempre più una vetrina per i giovani stranieri. Ed i giovani italiani? Dove sono i giovani di talento per la nostra nazionale? Cosa si potrebbe fare per rendere migliore e più proficuo il nostro movimento, soprattutto partendo dai settori giovanili?

di Francesco Paolo Traisci

Pesanti le parole di Damiano Tommasi. La Serie A è diventata sempre più una vetrina per i giovani stranieri. Ed i giovani italiani? Dove sono i giovani di talento per la nostra nazionale? La crisi del nostro calcio dipende veramente dalla eccessiva presenza in serie A di stranieri che tolgono spazio ai nostri giovani? É davvero così? Cosa si potrebbe fare per rendere migliore e più proficuo il nostro movimento, soprattutto partendo dai settori giovanili? Quali gli strumenti, quali le traiettorie per risorgere? Perché altrove le nuove generazioni sono ricche di talenti multietnici a tutto beneficio delle rappresentative nazionali?

STRANIERI? – Partiamo dall’inizio: la dichiarazione del rappresentante dell’AIC sicuramente è giustificata ma è (volutamente?) troppo generica. Straniero ormai è una parola che, quantomeno dal punto di vista dell’inquadramento giuridico delle persone, non può avere più alcuna rilevanza. In seguito al processo di integrazione, infatti, la cittadinanza europea è diventato lo status comune a tutti i cittadini dei paesi membri dell’Unione: stessi diritti e stessi doveri per tutti, fine delle barriere doganali all’interno del territorio dell’Unione e libera circolazione. Libera circolazione anche per i lavoratori, compresi quelli del pallone, senza che le federazioni nazionali possano trattare in modo diverso i cittadini chi ha il passaporto del proprio paese (eventualmente anche unito ad altro passaporto) e chi ne ha uno di un altro paese comunitario.

NO, EXTRACOMUNITARI – Oggi la vera distinzione, il vero straniero, è sicuramente il cittadino extracomunitario, ossia colui che non può annoverare un passaporto comunitario. Dobbiamo quindi distinguere non fra stranieri ed italiani, ma fra comunitari ed extracomunitari. Non è possibile distinguere fra italiani e comunitari, quantomeno in sede di tesseramento di professionisti maggiorenni, perché come tutti sanno, a partire dalla cosiddetta Sentenza Bosman, è stata stabilita la libera circolazione degli atleti professionisti, senza possibilità alcuna di discriminazione da parte delle singole federazioni. Quindi se lo straniero è cittadino di un paese comunitario ed ha compiuto i 18 anni può trasferirsi liberamente in Italia anche se dovesse provenire da una federazione straniera. Ed il suo tesseramento non può subire alcuna limitazione che non riguardi anche i giocatori italiani. Lo dice esplicitamente l’art. 40 delle NOIF, che al n. 6 prevede appunto che “Le società che disputano i Campionati organizzati dalle Leghe professionistiche possono tesserare liberamente calciatori provenienti o provenuti da Federazioni estere, purché cittadini di Paesi aderenti all’U.E. (o all’E.E.E.)”. Tanto che la famosa limitazione delle rose (per il campionato italiano e per le due competizioni UEFA) viene fatta in base alla formazione giovanile e non alla cittadinanza. I famosi 4 formati nel club e 4 formati in un vivaio FIGC possono essere anche non italiani! 

GIOVANI ED ECCEZIONI – Diversa è la situazione dei giovani. L’art. 19 del Regolamento FIFA che disciplina il trasferimento internazionale di giocatori (ossia da un club appartenente ad una Federazione nazionale ad uno che appartiene ad un’altra) vieta sia il trasferimento internazionale di giocatori minori di anni 18, sia il primo tesseramento del calciatore minorenne in una federazione di cui non ha la cittadinanza, se non con alcune specifiche eccezioni. La prima, menzionata nel secondo comma della stessa norma, è relativa al caso in cui il minore segua i genitori che si trasferiscano all’estero per comprovate ragioni extracalcistiche: nulla può impedire al cittadino straniero stabilitosi in Italia per lavoro di iscrivere i propri figli alla scuola calcio vicino casa o nel vivaio della squadra professionistica della città in cui lavora. È quindi ammesso il trasferimento se è il minore a seguire il genitore e non viceversa (anche se, a volte, il trasferimento del minore di talento viene “regolarizzato” con una finzione mediante la quale lo stesso club interessato al minore offre direttamente o indirettamente un posto di lavoro al genitore di quest’ultimo). Per regolarizzare il tesseramento è infatti necessario produrre, fra le varie cose, documenti attestanti il lavoro dei genitori.

Altra eccezione al divieto consiste nel trasferimento transfrontaliero: quando il minore vive a meno di 50 chilometri da una parte della frontiera ed il club ha la propria sede a meno di 50 chilometri dall’altra, il trasferimento è consentito. In ogni caso però fra la residenza del minore con la famiglia e la sede del club non devono esserci più di 100 km.  Terza eccezione, quella più ambigua: è consentito il trasferimento del minore che abbia comunque compiuto i 16 anni all’interno dei paesi dell’Unione Europea, purché il club fornisca al ragazzo:

  • una adeguata preparazione calcistica e condizioni di allenamento compatibili con gli standard nazionali più elevati
  • una adeguata scolarizzazione o preparazione professionale che gli consentano di intraprendere in futuro una professione differente rispetto a quella calcistica
  • la garanzia di una idonea assistenza sociale e familiare.

E di tutto ciò il club deve fornire idoneo riscontro alla propria Federazione di appartenenza. Lo stesso trattamento viene poi riservato al primo tesseramento di minorenni stranieri. Alle stesse regole sono sottoposte oltre ai club professionistici anche le cosiddette “football academies”, che abbiano o no rapporti istituzionali o stabili con un club (e ciò evidentemente per evitare aggiramenti del divieto con la costituzione di settori giovanili strutturalmente “indipendenti” ma di fatto appartenenti al club). Vi è infine anche una quarta eccezione, che la FIGC ritiene applicabile solamente al primo tesseramento: quella cosiddetta dei 5 anni, prevista dal comma 4 dello stesso art. 19, che consente appunto il primo tesseramento per il calciatore minorenne straniero che ha vissuto ininterrottamente per almeno cinque anni nel paese nel quale intende essere tesserato.

CITTADINANZA – Ma questi limiti sono uguali per tutti. Ed allora perché altre nazioni come la Francia, la Germania o l’Inghilterra hanno serbatoi di giovani più ampi e multietnici dai quali pescare i campioni del futuro anche per le proprie nazionali?  Perché hanno norme giustamente più permissive in materia di cittadinanza nazionale, concetto che, anche in seguito alla creazione di una cittadinanza europea, è rimasto il criterio distintivo per la convocabilità del calciatore nelle selezioni nazionali. Solo chi ha il passaporto italiano può giocare nella Nazionale! Tempo fa scrivemmo delle modifiche ai regole sulla cittadinanza italiana, prima fra tutte quella del 1992 che, in applicazione allo ius sanguinis ed al principio di uguaglianza fra uomo e donna, ha equiparato la discendenza maschile a quella femminile fino ai nonni: ora è cittadino italiano chi abbia almeno uno dei 4 nonni italiani.

DOPPIA CITTADINANZA – Grazie a quella legge sono diventati italiani tanti cosiddetti immigrati di ritorno”, ossia i figli ed i nipoti di coloro che nel secolo precedente erano partiti per lidi lontani in cerca di lavoro e sussistenza, consentendo a costoro di ottenere la “doppia cittadinanza”. Di questo ampliamento hanno beneficiato numerosi atleti, calciatori ma non solo (pensiamo ai rugbisti o ai cestisti) che oltre alla cittadinanza (di solito argentina o brasiliana o nord-americana) hanno acquisito anche quella nostrana, potendo superare le restrizioni previste per il tesseramento degli atleti stranieri, ma senza un reale beneficio per le nostre nazionali (quantomeno quelle calcistiche). Il brasiliano, l’argentino con il doppio passaporto, anche quando arriva in Italia giovanissimo e completa la sua formazione calcistica da noi, il più delle volte rimane legato alla patria in cui è nato e, se è di valore, spesso sceglie di giocare nella sua nazionale. Esempi come Icardi, Dybala (per non parlare dello stesso Messi, le cui origini marchigiane sono note a tutti) li conosciamo bene! È vero che qualche volta il giocatore con doppio passaporto sceglie la nostra Nazionale, come di recente ha fatto Jorginho, ma si tratta di eccezioni.

IUS SOLI – Quello che manca da noi e che è presente altrove è il famoso ius soli, che consentirebbe ai figli di immigrati regolari nati nel nostro paese di diventare italiani e quindi eleggibili per le nostre nazionali. Si, perché ad oggi, anche chi nasce sul territorio italiano da genitori stranieri può ottenere la cittadinanza italiana solo al compimento del diciottesimo anno di età e purché abbia risieduto sul suolo italiano “legalmente ed ininterrottamente” fino a quel momento (a meno di non essere figlio di genitori sconosciuti o apolidi o che non possano trasmettere la propria cittadinanza perché espatriati illegalmente, casi per i quali vige, contrariamente a quanto pensa l’opinione pubblica, lo ius soli). E questa lacuna nella nostra normativa è da tempo criticata da molti, perché priva della nazionalità italiana migliaia di giovani nati e cresciuti in Italia, di formazione culturale e sportiva italiana, ma che non possono vantare la nostra cittadinanza tanto che la loro permanenza in Italia può essere a rischio. Se, infatti, ai genitori scade il permesso di soggiorno sono costretti a dire addio al Paese in cui sono nati e cresciuti, sono andati a scuola ed hanno fatto sport, ed addio alla sua cittadinanza! E comunque, quando la ottengono (ossia al compimento del 18 anno), può essere tardi per la nazionale! 

CRITERI PER LA CITTADINANZA – E così in Senato giace una proposta di legge sulla cittadinanza, già approvata alla camera nel 2015, che introduce due nuovi criteri per ottenere la cittadinanza prima dei 18 anni. Uno è lo ius soli temperato, ossia non puro (come negli Stati Uniti, ad esempio, in cui chi nasce sul suolo americano diventa automaticamente cittadino americano) ma temperato da una o più condizioni. Per quella proposta di legge sarebbe necessario che almeno uno dei due genitori si trovi in Italia legalmente da almeno 5 anni, e, se il genitore con il regolare permesso di soggiorno non proviene da uno dei paesi dell’UE, anche che abbia un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, un alloggio che risponda a determinati standard abitativi e che abbia superato un test di conoscenza della lingua italiana. L’altro è il cosiddetto ius culturae, che fa riferimento all’educazione scolastica italiana: potrebbero chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che abbiano frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). Ed i ragazzi nati all’estero ma che arrivano in Italia fra i 12 e i 18 anni potrebbero ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.

CRITERI FIFA – Si tratta di due ulteriori modi per attribuire la nostra nazionalità a chi è nato e vive regolarmente in Italia e ne ha la cultura (anche sportiva), che sono peraltro in linea con quanto richiesto dalla FIFA all’art.16 del suo regolamento e che afferma “un calciatore che, ai sensi dell’Articolo 15, risulti autorizzato a rappresentare più di un’associazione in virtù della sua nazionalità può disputare incontri internazionali per una di queste associazioni soltanto a condizione che, oltre a disporre della relativa nazionalità, egli soddisfi almeno uno dei seguenti criteri: a) il calciatore è nato nel territorio dell’associazione interessata; b) la madre o il padre biologici del calciatore sono nati nel territorio dell’associazione interessata; c) il nonno o la nonna del calciatore sono nati nel territorio dell’associazione interessata; d) il calciatore ha vissuto continuamente nel territorio dell’associazione interessata per almeno due anni”. Criteri che consentirebbero al giovane in possesso del doppio passaporto (quello italiano e quello del paese di origine dei genitori) di scendere in campo con i colori della nostra Nazionale.

ALTRE NAZIONI – Ma la proposta pur passata alla Camera è ferma al Senato e non pare una priorità dell’attuale Governo. Altrove in Europa è già così: in Francia l’applicazione dello ius soli è ormai una tradizione consolidata, anche se dal 1994, affinché la persona nata in territorio francese da genitori stranieri possa ottenere la cittadinanza facendone richiesta, deve aver vissuto stabilmente sul territorio dello stato per almeno cinque anni, mentre in Germania è sufficiente che uno dei due genitori di un minore straniero nato in Germania viva legalmente nel Paese e risieda lì da almeno 8 anni per concedere al figlio il diritto alla cittadinanza tedesca. Stesso discorso anche per Irlanda, Belgio, Portogallo e Spagna: vale anche qui il “diritto di sangue”, ma le norme sono più morbide rispetto a quanto accade da noi.

SOLUZIONE? – E tutto ciò si vede nel calcio giovanile e poi in quello maggiore! Una nuova legge sulla cittadinanza che contempli la possibilità di attribuirla anche a chi è nato regolarmente in Italia porterebbe consentire di arricchire le rispettive nazionali con talenti nati e cresciuti sul territorio ma con radici lontane. D’altra parte si tratta di ragazzi che, al di là del colore della pelle (cosa irrilevante) e della lingua che (a volte parlano) con i genitori sono della stessa cultura (anche sportiva) dei coetanei con il passaporto nazionale. Consentiamo loro di far parte della nostra Nazionale! Che non sia questa la soluzione giusta per far rinascere il movimento calcistico in Italia partendo dalla base? Purtroppo non dipende dal calcio, ma dalla politica!

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