Riammissione del Milan alle coppe, la prima applicazione delle nuove regole del Fair Play Finanziario

Riammissione del Milan alle coppe, la prima applicazione delle nuove regole del Fair Play Finanziario

Di Francesco Paolo Traisci. Riguardo alle motivazioni della riammissione del Milan alle Coppe Europee, il numero uno dell’UEFA, Ceferin, che ha affermato che la riabilitazione del Milan dimostrerebbe che il nuovo FPF dell’Uefa funziona bene. Cosa ha voluto dire?

di Francesco Paolo Traisci

Bisogna vincere… e vincere subìto. Questa la mission per Rino Gattuso, perché il Fair Play dell’Uefa non perdona. Si, è vero, a luglio il Milan è stato riammesso a partecipare alla Europa League, ma il futuro non lascia presagire nulla di buono. Presto arriverà la sanzione, anche se la partecipazione alle competizioni europee non sembra in pericolo.

In realtà, la vicenda affonda le radici lontano nel tempo, allorquando la proprietà cinese, che aveva appena acquistato il Milan da Berlusconi, decise di mettere le mani avanti e sondare il terreno per capire se, in caso di eventuale qualificazione per una delle Coppe Europee, sarebbe stata concessa la famosa licenza Uefa, ossia la possibilità di partecipare alla coppa per la quale si era qualificata. Ma la solidità finanziaria del Milan cinese aveva lasciato perplesso più di uno. Anche perché, incuranti dei commenti negativi, i vertici, puntando sul rilancio del nome e della squadra dopo qualche annata a vuoto, avevano dato il via ad una sontuosa campagna di rafforzamento. Ed allora la nuova proprietà, per convincere l’opinione pubblica ma soprattutto l’UEFA, della serietà dei propri intenti, aveva presentato il proprio business plan, con i ricavi sperati e le indicazioni di come contava riuscire a rientrare nei parametri previsti dal Fair Play.

Come è stato interpretato il caso?

Joint venture cinesi, progetti di marketing, merchandising e licensing, il tutto soprattutto nell’ottica di convincere l’Uefa che il forte indebitamento che il patron cinese aveva contratto con il fondo Eliott proprio per acquistare il club, quando la cordata di imprenditori cinesi da lui inizialmente solo rappresentata aveva perso la copertura del governo (se mai l’aveva avuta) e si era sciolta come neve al sole, lasciando il povero Mr. Li con il cerino in mano, poteva essere ripianato con l’aumento dei ricavi. Ma questo forte indebitamento dell’uomo d’affari cinese garantito con le azioni del club, non aveva convinto i vertici dell’UEFA che, quindi, avevano bocciato il piano. Il rigetto del voluntary agreement ed i pochi correttivi realmente apportati avevano portato a congelare la faccenda in attesa di riprenderla una volta divenuto necessario, ossia al momento in cui sarebbe stata richiesta la licenza. E le travagliate vicende societarie, con la proprietà cinese che non era riuscita a immettere i capitali richiesti per fare fronte ai debiti, hanno fatto il resto. Tanto che in primavera il numero uno del calcio europeo Ceferin aveva espresso tutta la sua perplessità sulla capacità del club rossonero di rientrare nei parametri del FPF.  All’epoca le dichiarazioni sul rispetto del fair play finanziario avevano avuto una duplice chiavi di lettura.  La prima: il forte indebitamento del Milan con il Fondo di investimenti che ne ha finanziato l’acquisto aveva creato preoccupazione per il futuro stesso del club, che avrebbe rischiato il default qualora la proprietà cinese non fosse stata in grado di saldare il debito con il fondo. Default che a lungo andare avrebbe significato insolvenza e poi fallimento. La seconda riguardava invece il possibile mancato rispetto delle regole del Fair Play Finanziario e quindi l’impossibilità di raggiungere la parità di bilancio. Anche su questo versante forti dubbi erano sorti sin dall’inizio, malgrado i vertici italiani della società ostentassero una tranquillità che molti hanno giudicato eccessiva.

Come si è arrivati alla riabilitazione?

Ed in effetti la prima chiave di lettura si è mostrata con il passare del tempo quella più corretta.  Infatti, se in un primo momento la situazione poteva sembrare legata allo solamente sforamento di bilancio e la presentazione del di volountary agreement poteva essere vista come un tentativo di convincere il Comitato fair play che la situazione debitoria fosse sotto controllo e che ci fosse un piano serio per ridurre i debiti (di bilancio, non quelli dell’azionista verso il Fondo) nei limiti previsti, il reale andamento dei fatti ha mostrato il contrario.  Nel suo business plan il Milan aveva confidato di poter rientrare delle spese estive con i premi guadagnati in Europa League e grazie al piazzamento in Campionato che gli avrebbe fatto disputare la Champions League. Ma in effetti i risultati (e quindi i soldi) non sono attivati, perché il Milan si è dovuto accontentare della qualificazione alla assai meno remunerativa Europa League. Ed allora si sarebbe dovuto attuare quello che era ritenuto il piano B, ripianando le perdite con la vendita di alcuni dei pezzi pregiati! Il tutto secondo stime verosimili, sia in termini di risultati, sia in quelli dei ricavi dal sacrificio di alcuni dei migliori giocatori. Ma non c’è stato il tempo nemmeno per questo. Sicuramente il bilancio era in rosso, ma era l’instabilità della situazione finanziaria del Milan a preoccupare i vertici UEFA. Abbiamo tutti assistito al balletto delle ricapitalizzazioni, dei finanziamenti promessi e, solo inizialmente, versati, peraltro attraverso ulteriori indebitamenti. Ed a un certo punto la corda si è rotta. Ed il patron cinese è uscito di scena, lasciando il campo a quello che inizialmente era il suo finanziatore, il fondo Eliott, che ha messo in campo tutta la sua solidità finanziaria e la professionalità di alcune figure, tanto da convincere il TAS a riammettere il Milan nelle coppe europee. Ma a mostrare che la vera chiave di lettura delle dichiarazioni di Ceferin era la prima, ossia che la preoccupazione maggiore dei vertici europei riguardava la solidità finanziaria del club e della sua proprietà, sono le vicende successive, quelle che hanno portato alla sentenza del TAS ed alla “riabilitazione” del Milan.  Sono state proprio la liquidazione del patron cinese ed il subentro diretto del fondo Eliott nella gestione del club ad aver indotto il TAS, pur in presenza di gravi disavanzi di bilancio, a concedere la licenza UEFA al club rossonero.

Come finirà?

La differenza di vedute fra il Comitato Fair Play Finanziario dell’UEFA ed il TAS si può infatti spiegare proprio nell’ottica del nuovo FPF, che oltre ai vecchi obiettivi aggiunge quello della continuità aziendale e della solidità patrimoniale. Considerazione di questi due aspetti che hanno portato il TAS a ritenere sproporzionata la sanzione comminata dall’UEFA.  Quello del Milan è quindi un caso nuovo rispetto a tutti quelli che lo hanno preceduto (come ad esempio quello del Paris Saint Germain), legati ai vecchi criteri del FPF focalizzati esclusivamente al raggiungimento di due obiettivi fondamentali: da un lato, il rispetto della parità di bilancio, ossia che a fine dell’anno contabile le uscite siano compensate dalle entrate; dall’altro che questo break-even sia raggiunto senza eccessivi aiuti da parte degli azionisti. I ricavi dovevano essere ricavi dall’attività del club e non i soldini che il patron metteva nella cassa per continuare a far girare il suo giochino.  Il tutto con dei margini di elasticità (possibile uno sforamento sino a 5 milioni per della parità e possibilità di immettere sino a 30/45 milioni da parte degli azionisti) e di tempistica. Il nuovo FPF 2018, prende si in considerazione questi due obiettivi, ma aggiunge la solidità finanziaria e una continuità aziendale tale da garantire un futuro. Ecco proprio l’applicazione di quest’ultimo parametro ha salvato la partecipazione del Milan alla Europa League di quest’anno, inducendo il TAS a modificare il verdetto del Comitato Fair Play!

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