Procuratori sportivi, imprese sportive e il riconoscimento e la normazione dei “professionisti dello sport”: cosa vuole cambiare il governo?

Procuratori sportivi, imprese sportive e il riconoscimento e la normazione dei “professionisti dello sport”: cosa vuole cambiare il governo?

Di Francesco Paolo Traisci. Il Governo ha annunciato che presto avremo nuovi interventi nel mondo dello sport. Sono infatti state messe in cantiere una serie di profonde riforme, che negli intenti dovrebbero rivoluzionare il mondo dello sport, calcio in primis.

di Francesco Paolo Traisci

Il Governo ha annunciato che presto avremo nuovi interventi nel mondo dello sport. L’obiettivo del governo, ha spiegato Giorgetti, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega allo Sport, “è normare l’attività dei procuratori sportivi circoscrivendo la rappresentanza a una sola delle parti in causa, evitando contrapposizioni e conflitti di interessi che ad oggi caratterizzano molti casi. Ma servirà anche mettere a punto maggiori controlli sui flussi finanziari. Abbiamo trovato anche i meccanismi”. Dopo la vicenda assai conflittuale della riforma del CONI, vicenda peraltro tutt’altro che conclusa, sono state annunciate una serie di profonde riforme, che negli intenti dovrebbero rivoluzionare il mondo dello sport, calcio in primis. Non ci sarà infatti solo la riforma dei procuratori sportivi nel collegato alla legge di bilancio da approvare entro la primavera 2019, ma anche novità per il mondo del semiprofessionismo e per le piccole realtà, come l’istituzione delle “imprese sportive” e il riconoscimento e la normazione dei “professionisti dello sport”.

Lasciamo da parte la proposta di riforma del CONI, che dopo il muro contro muro delle passate settimane, sembra, come peraltro avevamo pronosticato, in fase di negoziazione. Il punto critico era quello dello spostamento integrale della cassa dello sport dal CONI ad una società controllata dal Governo. L’autonomia del CONI sarebbe quindi rimasta solo per quanto riguarda gli aspetti regolamentari e coordinativi, perdendo quella economica e perdendo quindi di fatto, insieme alla leva economica, il proprio ruolo nei confronti delle singole federazioni. Ma l’origine di tutto questo, seppur non pubblicamente conclamata era nella insoddisfazione di alcune federazioni per il modo o ancor più semplicemente per l’entità dei finanziamenti che il CONI aveva loro destinato per il 2019. Era stata annunciata una sforbiciata nei confronti di alcune federazioni. Al momento però di parlare di cifre concrete, la sforbiciata non è stata attuata ed il CONI ha potuto incassare il sostegno di tutte le Federazioni. E con questo può ripresentarsi di fronte al Governo per intavolare una trattativa. Se il nodo è rappresentato da chi tiene la cassa, si potrebbe ad esempio immaginare di dividerla in qualche modo, frazionando le competenze. La politica si sa è l’arte del compromesso e quella sportiva non fa eccezione. Vedremo che succederà…

I procuratori sportivi: l’ennesima tappa

Il primo punto all’ordine del giorno annunciato da Giorgetti appare quindi una nuova normativa per i procuratori sportivi, rimettendo mano al recente Regolamento che nel 2017 aveva riformato la materia prevedendo un Registro unico degli agenti sportivi gestito direttamente dal CONI in sostituzione degli albi gestiti all’interno di ciascuna federazione. Con l’art. 1, comma 373 della legge di Bilancio 2018 il nostro legislatore aveva infatti ripreso in mano la questione, scrivendo una ulteriore tappa di una vicenda che a partire dall’inizio del XXI secolo ha coinvolto una delle figure chiave dello sport professionistico (sia di nome che di fatto): l’agente ossia colui che assiste una delle parti (di solito l’atleta), nella stipulazione di un contratto di lavoro sportivo ovvero nel passaggio di un atleta ad un club ad un altro.

Le cronache recenti non fanno altro che mostrarci quanto sia diventata importante questa categoria, con accesso a ricche provvigioni per i contratti conclusi. Chiaramente, quantomeno da noi, il mondo principale è quello del calcio, perché quello che conta di più, sia dal punto economico che da quello mediatico, anche se sino ad oggi 6 erano le federazioni che contemplavano tale figura, anche se con nomi differenti: agente, procuratore, nelle carte ufficiali, manager nella lingua parlata. Non solo calcio, quindi, ma anche Basket, Tennis Ciclismo, Pallavolo ed Atletica, disciplinavano a livello federale l’albo di coloro che curano la parte economica (e non solo) del lavoro di uno sportivo, ciascuno con una propria regolamentazione ma tutte più o meno simili a quelle prevista dalla FIGC. Proprio quest’ultima aveva già subito negli ultimi anni notevoli mutamenti, dovuti sia a sollecitazioni interne che a indicazioni internazionali.

E iniziando nel con il Regolamento del 2001 (anno del primo regolamento), abbiamo poi avuto un regolamento del 2007, poi sostituito con quello del 2010, modificato nel 2011 ed infine il nuovo regolamento per i servizi di procuratore sportivo del 2015. E ciò per correggere le imperfezioni che ciascuno di essi presentava. Infatti, il primo regolamento era stato pesantemente attaccato dall’Autorità garante della concorrenza, che lamentava conflitti di interesse e restrizioni della concorrenza assolutamente ingiustificate. Fra i vari appunti dell’Antitrust, fra i più importanti (oltre a quello sull’esistenza di conflitti di interesse fra procuratori e dirigenti di club che rischiavano di minare la libera concorrenza) quello per il quale la presenza stessa di un albo, con l’obbligo del superamento di una esame di abilitazione, avrebbe ristretto illegittimamente l’accesso ad una professione senza alcuna giustificazione nella normativa statale.

In particolare, mentre altri albi professionali (medici, avvocati, etc…) sono regolati da una legge dello stato, che prevede il tipo di formazione professionale richiesta (ossia la frequentazione ed il conseguimento di un diploma universitario ad hoc), nulla di questo era stato specificato per il procuratore calcistico. Anche se nei regolamenti successivi fu prevista l’iscrizione all’albo o comunque la possibilità di assistere il calciatore anche per gli avvocati (per ovvie ragioni professionali) ed a parenti ed al coniuge del calciatori, nel mirino c’era proprio l’esame di abilitazione ritenuto ingiustificato, tanto che si arrivò anche sotto la forte indicazione della FIFA che aveva emanato un apposito regolamento in tal senso, alla sua abolizione con il Regolamento FIGC del 2015. Non è stato così per altre federazioni che hanno invece mantenuto l’esame. Un altro punto controverso nella disciplina gestione dei differenti Albi federali, era nella previsione che i procuratori fossero soggetti a tutte le regole dell’ordinamento sportivo (con i relativi obblighi di lealtà, ecc… rispondendo per le proprie condotte illecite di fronte agli organi della giustizia sportiva) mediante apposito tesseramento, cosa che solo la FIGC non ha mai ritenuto opportuno fare.

E così la riforma del 2017 aveva reintrodotto l’esame, disponendo un duplice test: quello presso il CONI è una prova “generale” ed ha ad oggetto la verifica in forma orale e/o scritta della conoscenza del diritto dello sport e degli istituti fondamentali di diritto privato e diritto amministrativo, mentre una successiva prova “speciale” presso le federazioni sportive consiste invece nel saggio scritto e/o orale della normativa federale sui tesseramenti. Il soggetto, che supera entrambe le prove, potrà chiedere alla Federazione sportiva, presso la quale ha svolto la prova speciale, di essere iscritto al registro federale degli agenti sportivi.  Iscrizione necessaria per tutti coloro che in forza di un apposito mandato (chiamato anche in senso atecnico procura) mettono in contatto “due o più soggetti operanti nell’ambito di una disciplina sportiva riconosciuta dal CONI ai fini della conclusione di un contratto di prestazione sportiva di natura professionistica, del trasferimento di tale prestazione o del tesseramento presso una federazione sportiva professionistica”. In sostanza si era tornati indietro di tre anni, dopo che la riforma del 2015, abolendo l’esame d’ingresso aveva aperto il mercato calcistico ad una serie di figure ibride ed estemporanee che si erano affiancate, oltre a quelle degli agenti tout court, ad altre già esistenti come i parenti: il caso più celebre è sicuramente quello di Wanda Nara, moglie di Mauro Icardi, ma ne esistono numerosi altri.

Quella riforma aveva in parte soddisfatto alcune delle obiezioni che storicamente erano state sollevate. In particolare, il fatto che il Registro che limita l’accesso alla professione fosse per la prima volta disciplinato da una normativa statale, così come il richiamo dei casi di incompatibilità ha rappresentato un notevole passo avanti per superare le obiezioni che di volta in volta erano state sollevate.

In particolare, l’art. 18 contempla un elenco delle incompatibilità, per cui non può iscriversi all’albo chi ha cariche sociali, rapporti dirigenziali o anche rapporti di lavoro subordinato o altro con il CIO, il CONI, le Federazioni Internazionali e quelle Nazionali e con le singole società della Federazione per la quale si domanda l’iscrizione. Meno rigida però è però la disciplina per quanto riguarda i potenziali conflitti di interessi fra parenti. Attualmente è previsto solo un divieto di avviare trattative o stipulare contratti con le società in cui un parente o un affine fino al 2° grado possiedono direttamente o indirettamente quote sociali (soci) o ricoprono cariche dirigenziali o hanno incarichi tecnico-sportivi. Basterà per evitare sospetti e reali conflitti che hanno fatto la storia tormentata di questa professione? Questa è una delle preoccupazioni espresse anche da alcune Federazioni che intendono risolvere la questione al proprio interno. Questo si legge testualmente nelle dichiarazioni del Presidente FIGC Gravina secondo il quale durante il suo mandato si dovrà lavorare “per risolvere alcuni punti di compatibilità delle nuove disposizioni al fine di sottoporre l’esercizio di tale attività in ambito federale ad una serie di vincoli, primi fra tutti quelli tesi ad evitare conflitti di interessi diretti e/o mediati nei rapporti con i calciatori e le società, quelli finalizzati ad una netta separazione di tale percorso con quello di altre figure (specie quelle direttive e manageriali), quelli tesi ad una chiara identificazione dei rapporti di assistenza con i calciatori con l’introduzione di un tetto per club e per categoria, quelli legati alla possibilità di “assistenza” di allenatori e, non ultimo, quello di soggiacere al potere disciplinare federale”. 

Peraltro un altro aspetto del possibile conflitto di interessi era regolato dall’art. 3 della normativa specifica della FIGC, per la quale era consentito rappresentare entrambe le parti nel medesimo contratto purché ciò fosse chiaro a tutti. Il caso non è previsto nella nuova normativa. Come va interpretata questa omissione? In quest’ottica debbono essere lette le parole di Giorgetti, nel senso che si dovrà rendere obbligatoria la regola contraria, ossia il divieto di rappresentare entrambe le parti, facendo finalmente chiarezza su di un punto fortemente controverso!

Il Regolamento impone poi una serie di obblighi per il procuratore iscritto. Oltre al rispetto dell’ordinamento sportivo e delle sue regole, anche quello dei principi generali che debbono guidare i comportamenti quali la lealtà sportiva, la correttezza, la probità ed altri, di modo che, pur non ammettendolo esplicitamente, il procuratore diventa, di fatto un soggetto dell’ordinamento sportivo. Ma soprattutto, anche dopo il superamento delle prove e l’iscrizione all’albo, il procuratore ha un obbligo di aggiornamento attraverso corsi organizzati o accreditati dalle Federazioni. E questo per rispondere al requisito di qualificazione professionale di una categoria che sta diventando sempre più importante nel mondo dello sport professionistico. E su questo punto che, riteniamo, il Governo vorrà dire la sua.  Vedremo in che modo.  Apriamo una parentesi. Anche la FIPAV e la FIDAL prevedono una disciplina per gli agenti. Ma non conoscendo il professionismo, a rigore, non potrebbero essere destinataria del Regolamento CONI riservato alle Federazioni professionistiche. E quindi che succederà?

Il controllo dei compensi e dei flussi di denaro e di potere

È però forse il punto dei flussi finanziari dei quali sono beneficiari i procuratori, soprattutto quelli calcistici, il punto di vero attrito. Già in passato il Presidente della FIFA aveva attaccato, affermando che nel mirino della FIFA c’era la volontà di porre un limite ai compensi dei procuratori, e, di conseguenza al loro potere all’interno del sistema. Allo stesso modo la problematica dei compensi dei procuratori sportivi è stata messa nel mirino del neo presidente della FIGC Gravina al momento del suo insediamento, anche in considerazione dell’esplicito rinvio alle Federazioni da parte del Regolamento del CONI. In realtà il limite al compenso c’è già ed è imposto dall’art. 2 del Regolamento FIFA (e ripreso dalla FIGC): il 3% dello stipendio lordo percepito dal calciatore in virtù dell’ingaggio negoziato dal procuratore o il 3% del valore del trasferimento di un calciatore se ha assistito una società in una simile. L’unico modo per ridurre questo giro di affari dei grandi procuratori sarebbe quindi (oltre chiaramente quello abbassare la percentuale massima del loro compenso), quello di ridurre il numero di soggetti che lo stesso procuratore può rappresentare. Però a questo si potrebbe facilmente ovviare costituendo una società di procuratori, cosa che non può essere vietata, in quanto, quando lo fu (in seguito ai famosi casi di società pigliatutto come la GEA), il divieto fu pesantemente attaccato e non resse alle bordate della giustizia amministrativa ed ordinaria (vedi il caso Pastorello) ed oggi non c’è più: è sufficiente che all’interno della società ogni mandato abbia un referente fisico.

Ma il vero potere e, di conseguenza, la fonte di reddito, per i procuratori (in realtà un numero limitato di soggetti, tutti ben noti) proviene da un altro ruolo: quello del mediatore di affari e di tutta una serie di figure più o meno professionali che gravitano intorno alle varie trattative. Quella che oggi viene ritenuta una delle piaghe del calcio moderno è a dire di tutti la enorme forza contrattuale che alcuni grandi procuratori hanno raggiunto all’interno del sistema. Procuratori che sono di fatto in grado di fare e disfare squadre e che, pur non potendo essere proprietari del cartellino (o di quote del cartellino) dei giocatori, di fatto si comportano come tali, arricchendosi sempre di più ad ogni transazione. In questa situazione sarebbe necessario trovare il modo affinché alla trattative non partecipino soggetti diversi da quelli iscritti nei vari albi o comunque con ruoli non ben definiti. Peraltro un ulteriore problema è che i flussi finanziari legati ai compensi di questi mediatori sono indirizzati spesso a società poste in luoghi dove non è possibile tracciare i pagamenti e di lì seguono strade oscure entrando in ulteriori tasche, a volte le stesse quelle degli stessi presidenti che con le casse della società hanno iniziato il giro.

Le imprese sportive

E qui veniamo al terzo tema quello delle imprese sportive, due parole che ad oggi appaiono un ossimoro, se non abbinato allo sport professionistico. Infatti da un lato il concetto di impresa è legato indissolubilmente a quello di attività svolta professionalmente a fini di lucro (e questo lo dice esplicitamente l’art. 2082 che, definendo l’imprenditore, parla di attività economica), dall’altro la cd. società sportiva quando non svolge attività con atleti professionisti non può distribuire utili e quindi avere scopo di lucro. Si tratta di due concetti incompatibili fra loro. Il problema quindi è che non potendo distribuire i propri utili, la società sportiva dilettantistica, attualmente, non può effettuare investimenti imprenditoriali che siano remunerativi né attrarre professionalità che non può permettersi (a meno di non fare ricorso a forme di finanziamenti oscuri e paralleli… il nero, tanto per intenderci), ma nemmeno far ricorso in modo trasparente a contributi di enti pubblici territoriali o di finanziatori privati, rischiando di lasciare lo sport di base in mano ad avventurieri o persone prive della necessaria professionalità. Ed allora la quadratura del cerchio, da una parte un’apertura verso una contabilità più trasparente, e dall’altra la pretesa di requisiti di qualificazione professionale anche per lo sport di base, che è quello un altro degli interessi perseguiti dal Governo, dal CONI e dalle stesse Federazioni, per un ambiente, quello sportivo che, proprio per i forti valori educativi deve essere riservato a figure professionali qualificate e con ruoli ben definiti evitando che i latenti o palesi conflitti di interesse fra i vari ruoli creino gli spazi per l’inserimento di figure ibride e poco professionali.  I modi ed i tempi dell’intervento del governo non si conoscono ancora. Ma gli obiettivi dell’azione sembrano ben scelti e meritevoli di attenzione. Sarà però necessaria la collaborazione e la condivisione di tutti. Staremo a vedere.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy