La Supercoppa della discordia, tra visti, condizione femminile e aspetti economici

La Supercoppa della discordia, tra visti, condizione femminile e aspetti economici

Di Francesco Paolo Traisci. Singolare la scelta di disputare la finale di Supercoppa Italiana fra Juventus e Milan in Arabia Saudita. E al momento di cedere il pacchetto della gara sono state sottovalutate alcune delle più evidenti conseguenze che una simile scelta geografica avrebbe inevitabilmente comportato.

di Francesco Paolo Traisci

Singolare la scelta di disputare la finale di Supercoppa Italiana fra Juventus e Milan in Arabia Saudita, a Jeddah per la precisione. Singolare e che sta facendo molto discutere perché al momento di cedere il pacchetto della gara, con un contratto triennale, non sono state considerate o sono state sottovalutate alcune delle più evidenti conseguenze che una simile scelta geografica avrebbe inevitabilmente comportato. Un paese chiuso al turismo e soprattutto in cui la legge coranica che impone la distinzione dei sessi appare fra le più rigide nella sua applicazione. Ed è proprio la combinazione fra i due fattori a creare scompiglio, unitamente ad alcune vicende avvenute nel frattempo a gettare ombre sulla scelta fatta dalla Lega A, titolare dei diritti sulla competizione (ossia sulla gara unica in cui si assegna la Supercoppa Italiana fra la vincitrice del campionato e quella della Coppa Italia, o nel caso si tratti della stessa squadra, l’altra finalista del trofeo italiano).

Se il caso Khashoggi fosse avvenuto prima, si sarebbe giocato in Arabia Saudita?

Partiamo dalle vicende più recenti quando la scelta ormai era stata fatta ed il contratto (pluriennale) già siglato. La vicenda del brutale omicidio del giornalista Khashoggi è nota a tutti, così come sono conosciute le ombre che getta su di alcuni esponenti della casa reale saudita (primo fra tutti il principe ereditario Mohamed bin Salman), tanto da mettere in crisi i rapporti fra Turchia, paese dove è avvenuto l’omicidio (precisamente all’interno del Consolato saudita ad Istanbul, anche se per questioni di extra territorialità delle sedi consolari, il processo sarà svolto e gestito in Arabia Saudita) ed i sauditi e, soprattutto, fra questi ultimi e gli Stati Uniti, partner di entrambi. E l’imbarazzo si è propagato anche sulla scelta fatta dalla Lega. “Quando è stata scelta Jeddah la vicenda dell’omicidio del giornalista Khashoggi non era avvenuta. Altrimenti sarebbe stata presa un’altra decisione”, è quanto riportato in una nota ufficiale dal Presidente della Lega Micciché. Una fonte di imbarazzo che all’epoca non esisteva ma che oggi pesa eccome…

Come si fa per il visto per l’Arabia Saudita?

Ma se questi eventi erano sconosciuti altre caratteristiche del paese scelto come partner erano ben note. Innanzitutto la chiusura al turismo. Chi ha un po’ di familiarità con l’Arabia Saudita sa che per sbarcarvi è necessario ottenere un visto d’ingresso. E che, pur essendo sulla carta contemplato il visto turistico, in realtà l’unico tipo di visto concesso è quello business, che viene rilasciato all’esito di una complessa procedura burocratica con controlli molto severi. In particolare serve un invito ufficiale da un partner locale che garantisce che chi arriva in Arabia Saudita lo fa con specifici progetti lavorativi di partnership con un’impresa locale. Nessun visto turistico, perché non c’è alcuno spazio per il turismo straniero. Sicuramente tutto questo era noto al momento della cessione dei diritti sulla manifestazione, tanto che nel commercializzare all’estero i biglietti per la manifestazione, gli Arabi hanno dovuto garantire l’accesso alla manifestazione abbinando al tagliando della gara il visto d’ingresso nel paese, un visto turistico, evidentemente. Ciò affinché la gara non resti riservata agli spettatori locali (che in realtà rimangono comunque i principali beneficiari dell’evento), ma abbia un minimo di seguito anche all’estero. Non mi sembra però una vera apertura del paese al turismo occidentale, quanto piuttosto una necessità imposta dalla Lega per gli eventuali tifosi italiani che volessero vedere la partita dal vivo. In definitiva si tratta di una partita la cui organizzazione è stata ceduta al partner locale che ha fatto l’offerta economicamente migliore.

La condizione delle donne stride con la nostra Costituzione?

Ed alcune condizioni sono state imposte dagli italiani, quelle che avrebbero tentato di tranquillizzare l’opinione pubblica sulla scelta di un paese in cui vige una rigida segregazione dei sessi, in cui le donne (locali e straniere in visita di lavoro) debbono circolare completamente coperte, in cui i ristoranti hanno ingressi e zone separati per uomini e per famiglie, con le zone per famiglie organizzate con tanti separé in modo da non poter vedere in viso le donne degli altri nuclei familiari quando inevitabilmente scoprono la bocca per mangiare…. Un paese in cui i centri commerciali hanno orari diversi, e, soprattutto in cui le donne non possono muoversi da sole e solamente con il permesso del proprio “guardiano”, ossia del marito o del parente maschio più vicino. Un paese in cui vige una rigida interpretazione delle regole coraniche, che vive la globalizzazione con cambiamenti lenti e spesso marginali. Un contesto al quale la Lega ha sicuramente dovuto pensare al momento di accettare l’offerta saudita, dovendo valutare come contemperare con il regime di segregazione sessuale saudita con il principio di uguaglianza giuridica sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione.

Regole italiane o saudite?

È chiaro infatti che cedendo i diritti di organizzare la gara, la Lega ha lasciato campo libero alle regole locali saudite, stipulando un contratto che qualora violasse i principi della costituzione (come l’art. 3) potrebbe essere ritenuto contrario all’ordine pubblico. Ma questo i presidenti di Serie A l’hanno preso in considerazione ritenendo possibile un giusto compromesso alla luce di qualche passo avanti che già era stato fatto e di qualcuno avrebbe potuto essere fatto grazie alla gara stessa. Già dall’ottobre 2017 le donne hanno diritto di entrare negli stadi ed, proprio in occasione della Supercoppa, potranno addirittura (sic!) entrare da sole. “La nostra Supercoppa sarà la prima competizione internazionale a cui le donne saudite potranno assistere dal vivo”, ha specificato nella sua nota il Presidente Micciché, precisando che “le donne potranno entrare da sole senza nessun accompagnatore uomo, come scritto erroneamente da chi vuole strumentalizzare il tema”. Certamente, ma nei settori a loro riservati. Su questo sembra esserci chiarezza, tanto che la stessa Lega ha già dichiarato di lavorare per imporre ai Sauditi che nelle prossime edizioni che si giocheranno in Arabia Saudita, tutti, comprese le donne, possano accedere a tutti i settori dello stadio. Della serie qualcosa è stato fatto e qualcosa si farà… anzi può essere l’occasione per farlo!

Dunque, scelta per motivi economici?

Quella Saudita viene presentata quindi come una scelta in cui il calcio si propone non come agente politico ma con un ruolo sociale: un veicolo di unione e comunanza tra popoli. E questo aggiunge Micciché “è stato già realizzato visto che proprio la partita ha aiutato gli organizzatori locali nel processo di apertura”. Ma, come afferma la nota “ogni cambiamento richiede tempo, pazienza e volontà di confronto con mondi distanti”. Certo che, al di là della volontà di “avvicinare i popoli” grazie alla comune passione per il calcio la scelta di Jeddah si fonda anche su solide basi commerciali: l’Arabia Saudita è il maggior partner commerciale italiano nell’area mediorientale e questo tipo di rapporti non si sono mai interrotti. L’Italia è il secondo paese fornitore dell’Arabia Saudita nell’unione europea dopo la Germania, e l’ottavo al mondo.  E, soprattutto perché l’offerta degli arabi era la migliore dal punto di vista economico. Una scelta che adesso sarebbe molto costoso mettere in discussione sia per le penali che evidentemente dovrebbero essere pagate sia perché metterebbe la nostra ambasciata in una posizione davvero imbarazzante con gli amici sauditi!

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