La Lega Serie A punta a trasformarsi in media company: a cosa è dovuta questa scelta? Cosa cambia per i diritti TV?

La Lega Serie A punta a trasformarsi in media company: a cosa è dovuta questa scelta? Cosa cambia per i diritti TV?

Di Francesco Paolo Traisci. La Lega Serie A vuole trasformarsi in una media company. Sullo sfondo, il canale della lega e MediaPro. Diritti tv: quali scenari attendersi?

di Francesco Paolo Traisci

I diritti audiovisivi sulle partite di calcio sono sempre più importanti e dopo le travagliatissime vicende degli anni passati, la Lega di Serie A vuole attrezzarsi per essere in grado di sfruttare economicamente nel migliore dei modi lo spettacolo del campionato. È noto a tutti infatti che ormai una buona fetta dei ricavi dei club di Serie A proviene dalla rivendita dei diritti audiovisivi e che quindi ricavare il massimo dalla loro rivendita appare essenziale per il budget e le ambizioni di ciascun club. E perché non gestirli direttamente viste le difficoltà di trovare un accordo soddisfacente con le emittenti? Per questo i nostri presidenti di Serie A potrebbero decidere di gestirli direttamente, diventando una media company, come annunciato dal nuovo A.D della Lega Luigi De Siervo. Vediamo i perché e le ragioni di una simile scelta.

Gli errori e le difficoltà del passato: aste deserte, interventi dell’Autority e ricorsi in tribunale.

Le vicende che accompagnano la rivendita dei diritti audiovisivi sono note a tutti, anche per le controversie giudiziarie che hanno riempito le pagine dei giornali nel recente passato. Punto essenziale: la normativa italiana, nella specie il Decreto Melandri del 2008, impone fra le altre cose, che i diritti audiovisivi per la trasmissione in diretta delle partite di serie A siano assegnati per un periodo triennale mediante un’asta pubblica da eseguirsi con determinate modalità, coinvolgendo le media companies autorizzate a trasmettere sulle varie piattaforme, ovvero i broker del settore che poi debbono provvedere ad una loro rivendita a queste media companies. È previsto, nel primo caso, un divieto di esclusiva che non consente ad un unico broadcaster di trasmettere tutte le gare su tutte le piattaforme (digitale terrestre, satellitare e varie reti informatiche) con la necessità di suddividere l’offerta in “pacchetti” determinati dalla Lega stessa, mentre nel caso di assegnazione ad un broker è obbligatorio che costui poi proceda alla riassegnazione a varie media companies dei pacchetti così come previsti nel bando di assegnazione.

1. Le aste per media companies andate deserte

Ripercorrendole brevemente, ricordiamo che dopo una prima fase di contrattazioni e consultazioni con le media company potenzialmente interessate, fu emanato un primo bando, andato poi deserto, ed un’ulteriore bando anch’esso con esito non positivo. La principale media company coinvolta, anche in considerazione del divieto di acquistare tutti i pacchetti e dal disimpegno dei potenziali interessati agli altri pacchetti considerati meno strategici, non formulò alcuna offerta giudicata soddisfacente.

2. E poi venne Mediapro

Vista l’impossibilità di trovare offerte soddisfacenti dai broadcaster, la Lega decise per il piano B, coinvolgendo un broker. E, dopo l’interessamento di alcuni presidenti e di Infront, advisor della Lega per la questione diritti audiovisivi, arrivarono gli spagnoli di Mediapro, ai quali, dopo regolare asta, fu assegnata la totalità dei diritti in cambio di una somma intorno al miliardo. E qui cominciarono i guai, perché l’assegnazione era subordinata al successivo rispetto delle regole imposte dal bando, dalle linee guida elaborate dall’Antitrust e, soprattutto, dalla normativa italiana. In particolare due regole fondamentali: l’obbligo di rivendere i pacchetti così come erano stati elaborati dalla Lega; ed il divieto di agire come media company, svolgendo direttamente un’attività editoriale. Ebbene, i pacchetti messi all’asta da Mediapro sono stati ritenuti in violazione di entrambi questi precetti, perché i 5 originari del bando erano diventati 7 di diversa conformazione e contenevano, oltre alla trasmissione integrale della Diretta della gara, contenuti di approfondimento ed interviste, pre e post partita, immagini correlate, e, soprattutto, break pubblicitari, gestiti direttamente dalla stessa Mediapro.

Da qui la sollevazione del principale broadcaster ed una lunga battaglia prima all’Antitrust poi dinanzi alla giustizia ordinaria. Peraltro un tentativo di Mediapro di creare un canale dedicato in collaborazione con la Lega venne stroncato, perché non ritenuto compatibile con il bando dalla stessa Authority. Cosicché, vista la malaparata, Mediapro si fece da parte, non versando quanto dovuto in base al contratto. Da lì un ulteriore contenzioso per la restituzione della caparra finito con la sconfitta degli spagnoli.La fine la conosciamo tutti… Nuovo bando per media companies e successiva assegnazione a Sky e a DAZN dei tre pacchetti rielaborati dalla Lega.

Ma da tutto ciò evidentemente la Lega ha imparato qualcosa.

“Viste le difficoltà di ottenere quanto sperato, perché non gestire la faccenda in proprio?”, si devono essere chiesti in via Rosellini. E chi meglio dell’attuale A.D. (figura introdotta proprio per la ricerca e gestione economica delle possibili fonti di guadagno della Lega) per questo, attesa la sua competenza nel settore? E da lì l’idea che era probabilmente da tempo nelle menti di molti presidenti, quella di mettersi in proprio. E se per farlo è necessario attrezzarsi come sport media company, “trasformando la Lega da associazione che organizza il campionato in un’azienda che produce contenuto, dotandosi di strutture interne, editoriali, strategiche e in un secondo momento anche realizzative, magari individuando una serie di produttori esterni che aiutino a raccontare in maniera più semplice il nostro prodotto”, cerchiamo di attrezzarci, si devono essere detti. “Il tutto per creare uno o più canali della Lega, che sia un canale o una serie di contenuti su una piattaforma on demand non cambia molto”, ha detto lo stesso AD, che ha ricevuto nel corso dell’Assemblea del 9 maggio il mandato di “approfondire l’offerta di Mediapro” (toh, chi si rivede), per quella che potrebbe rivelarsi una partnership tecnica nella produzione di contenuti. “MediaPro non è il diavolo, ma un soggetto giuridicamente valido, che ha già conquistato buone fette di mercato del campionato spagnolo e di quello francese. Dieci mesi fa si presentò e fece un’offerta sul mercato Italiano ma non ottemperò agli impegni contrattuali previsti, non perché loro fossero imbroglioni ma perché stavano facendo un’operazione di vendita a un grande gruppo cinese”, ha dichiarato il Presidente Micciché, sdoganando le vicende burrascose dell’anno passato come una contingenza negativa. Sicuramente la competenza di Mediapro non si discute e, come si dice fra uomini d’affari: “Chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, chi ha dato, ha dato, ha dato, scurdámmoce ‘o ppassato, simmo ‘e Napule paisá!”.

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