La battaglia tra CONI e Governo: questione di soldi oppure politica?

La battaglia tra CONI e Governo: questione di soldi oppure politica?

Di Francesco Paolo Traisci. Era scritto nel famoso contratto di governo. Già nel programma del futuro Governo era posto in evidenza che uno dei punti da attuare era “la necessaria revisione delle attuali competenze del CONI” e far sì che “il Governo assuma con maggiore attenzione il ruolo di controllore delle modalità di assegnazione e di spesa delle risorse destinate al CONI”.

di Francesco Paolo Traisci

Era scritto nel famoso contratto di governo. Già nel programma del Governo Conte era posto in evidenza che uno dei punti da attuare era “la necessaria revisione delle attuali competenze del CONI”. Ed in particolare si riteneva necessario che “il Governo assuma con maggiore attenzione il ruolo di controllore delle modalità di assegnazione e di spesa delle risorse destinate al CONI”. 

Il Governo ha messo mano all’organizzazione del CONI. In che modo?

Detto fatto, ecco che nella Legge di Bilancio, fra le Disposizioni in materia di Sport spuntare un nome nuovo, quello della Sport e Salute S.p.A., società a capitale interamente posseduto dal Ministero dell’Economia e Finanze, che nasce dal semplice cambio di denominazione dell’attuale CONI Servizi S.p.A.,  ma che prosegue nella strada intrapresa ormai da vari anni, seppur con alcune battute di arresto, di svuotamento delle funzioni del CONI. Già nel 2002, infatti, proprio con la costituzione del CONI Servizi, il legislatore aveva iniziato la riorganizzazione gestionale e amministrativa del CONI, attribuendo a questa società per azioni (sempre interamente di proprietà del Ministero) la gestione dei beni e del personale che prima erano attribuiti al CONI, con la finalità di facilitare il reperimento delle risorse necessarie per la sussistenza del CONI stesso. E ciò in seguito alla forte crisi economico-finanziaria in cui versava il Comitato Olimpico, per effetto della clamorosa flessione delle entrate che questo otteneva grazie alla gestione monopolistica delle scommesse sportive. Chi non ricorda la schedina del Totocalcio ed i vari altri concorsi sul calcio e sulle corse di cavalli? Ecco una volta arrivata, in seguito alle pressioni dell’Unione Europea, la liberalizzazione delle scommesse sportive, per le finanze del CONI erano arrivati tempi proprio bui. Ed anziché privatizzarlo, il Governo di allora aveva deciso di affiancarlo con un ente privato al quale ha attribuito la gestione del suo patrimonio immobiliare (come ad esempio lo Stadio Olimpico e tutto il Complesso del Foro Italico) e quello del personale, in virtù di un apposito contratto di servizio.

Quindi il CONI Servizi si è trasformato in Sport e Salute. Ma in buona sostanza, cosa cambierà?   

In apparenza poco. Il “proprietario” della società è sempre il MEF, che così come deteneva il 100% del capitale sociale della CONI Servizi, possederà interamente anche la Sport e Salute S.p.A. Ma quello che cambia è che mentre in precedenza il Presidente ed i componenti del C.d.A. della CONI Servizi erano nominati dal CONI, quelli della Sport e Salute saranno di nomina Ministeriale. Una bella differenza che trasforma un ente strettamente collegato con il CONI in uno controllato direttamente dal Governo. A sancire poi l’allontanamento definitivo dal CONI, le nuove norme prevedono addirittura una incompatibilità delle cariche dirigenziali della Salute e Sport con quelle del CONI, mentre il CONI Servizi è invece una diretta emanazione del CONI stesso, tanto che il suo attuale presidente è Roberto Fabbricini, ex commissario straordinario della FIGC e dirigente CONI di lungo corso (prima di assumere la carica di Presidente del C.d.A. della CONI Servizi, era segretario generale del CONI). Mentre il suo predecessore era proprio Giovanni Malagò! 

Ma, la cosa più importante è che con la riforma sarà la Sport e Servizi S.p.A a decidere come distribuire fra le varie Federazioni i finanziamenti ministeriali. In che modo?

Infatti mentre prima il Governo attribuiva una somma totale al CONI, che poi provvedeva a ripartirla fra le varie federazioni, con la riforma, sarà la Sport e Salute servizi, e quindi il MEF, a decidere come ripartire i finanziamenti e quindi quale federazione spesare e per quanto, detraendo solamente una somma fissa di 40 milioni destinati al CONI per la sola gestione della preparazione olimpica e per le sue spese di funzionamento.

Di fatto, significa un controllo diretto della politica sullo sport?

In parte sì, nel senso che verrebbe tolta la cassa dello sport dalle mani del CONI. Al CONI verranno destinati solamente i contributi per la sua struttura e per il finanziamento della preparazione olimpica e della partecipazione ai giochi, con una cifra fissa, 40 milioni, cifra che però viene ritenuta assolutamente insoddisfacente per i bisogni dell’ente. In realtà quindi, il CONI manterrebbe la centralità della gestione e della disciplina regolamentare dello sport italiano ma non della distribuzione dei finanziamenti. E’ proprio sui criteri di distribuzione che si gioca l’attuale partita, atteso che molte delle Federazioni, in primis la FIGC, si sono dichiarate apertamente in dissenso con il CONI sull’entità dei contributi che questo ha previsto per loro, tanto arrivare addirittura a minacciare l’uscita dal sistema sportivo gestito dal CONI.

Sarebbe quindi tutto un problema di soldi?

In effetti sì. E quando si parla di soldi c’è sempre spazio per le trattative. Con due consapevolezze. Da un lato, come ben sanno entrambe le parti, non è obbligatorio che l’autonomia dello sport consista solamente nel far tenere tutta la cassa al Comitato Olimpico Nazionale lasciandogli completa autonomia di distribuire i fondi a suo piacimento, in base alle intese ed alle coalizioni che si formano all’interno dei suoi organi decisionali (Consiglio Nazionale e Giunta). E questo lo sanno sia il Ministro che propone la riforma, tanto che, la stampa riporta una sua dichiarazione secondo la quale “sono anni che diciamo che il Coni è un’anomalia solo italiana. All’estero non funziona così. Questa riforma va nel senso di riequilibrare il nostro sistema rispetto a un concetto di sport che non sia solo medaglie”, sia, soprattutto, il CIO che, nelle varie dichiarazioni dei suoi rappresentanti, ha più volte ribadito che altrove non è così, ma che in Italia questo funziona. Salvo poi non considerare, peraltro, che alcune Federazioni hanno apertamente manifestato la loro insoddisfazione. Dall’altro è anche vero che lo statuto di un Comitato olimpico nazionale può essere modificato solo con l’approvazione del CIO che, in caso di dissenso, può arrivare anche sospendere quel Comitato nazionale, ma che le norme definitive potrebbero comunque non essere tali da giustificare un irrigidimento formale del CIO, e ciò nemmeno alla luce delle Raccomandazioni dell’Agenda 2020 del CIO, che al numero 28 punto 13 prevedono che “un’organizzazione sportiva che riceva fondi pubblici è responsabile dell’uso che ne fa (…). Tuttavia il sostegno ricevuto dalle autorità pubbliche non deve essere utilizzato in modo indiretto per giustificare interferenze o pressioni ingiustificate all’interno delle organizzazioni sportive, né per prendere il posto dei loro organi decisionali”. Questo tuttavia potrebbe solamente significare che dei 40 milioni di finanziamento diretto che eventualmente riceverebbe a seguito della riforma, non ne dovrebbe rendere conto a nessuno.  D’altra parte, come appena rilevato, il fuoco rivoluzionario alla base della riforma appare anche sostenuto da alcune Federazioni (peraltro quelle più ricche di tesserati e di interessi economici coinvolti, come, appunto, la FIGC) che a loro volta potrebbero trovare sostegno negli organismi internazionali di gestione dello sport.

Ma la battaglia, più che giuridica sarebbe in realtà politica.

La minaccia più forte infatti appare quella di un ripensamento sulla candidatura italiana per le olimpiadi invernali del 2026, che finora aveva visto politica e sport, per una volta d’accordo (dopo la brutta figura della candidatura di Roma per quelle estive). Ripensamento che potrebbe coinvolgere lo stesso CONI, che potrebbe addirittura arrivare a ritirare la candidatura (anche con la giustificazione formale di non avere più i le coperture necessarie) oppure anche il CIO, che non vedrebbe più di buon occhio la candidatura di un paese in cui sente minacciata l’autonomia dello sport.

La strada per le trattative appare ancora aperta… Sono infatti stati annunciati vari faccia a faccia e c’è ancora tempo. La riforma dovrebbe entrare in vigore per il 2020, lasciando immodificato il sistema di ripartizione dei fondi per l’anno prossimo. Ma sicuramente ne vedremo ancora delle belle… 

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