Il presidente con la pistola? In Italia avrebbe preso il DASPO

Il presidente con la pistola? In Italia avrebbe preso il DASPO

Di Francesco Paolo Traisci. Ivan Savvidis, patron del PAOK, è stato inibito per tre anni per essere entrato in campo con la pistola nella fondina. Cosa sarebbe successo nel campionato italiano?

di Francesco Paolo Traisci

Ancora girano le immagini del campionato greco che mostrano, a qualche minuto dal termine del match fra AEK Atene e PAOK Salonicco, l’invasione di campo da parte dei tifosi e dei dirigenti ospiti fra i quali un affannato signore che si dirigeva con fare minaccioso verso l’arbitro, reo di aver appena annullato il gol della probabile vittoria per i suoi. La tua carriera è finita!, avrebbe urlato l’invasore al cospetto del direttore di gara. E, per rinforzare la propria minaccia, avrebbe portato la mano alla cintura, attaccata alla quale faceva bella mostra di sé una fondina che indubbiamente conteneva una pistola. L’episodio termina con l’allontanamento dell’invasore, la convalida del gol e la fine della partita.

SAVVIDIS, L’OLIGARCA – Ma chi era l’invasore? Era un oligarca greco-russo, Ivan Savvidis, presidente del PAOK, con un passato nell’esercito russo ed in possesso di regolare porto d’armi. Tutto ciò ha portato il governo greco a sospendere il campionato ed il giudice sportivo a decretare la sconfitta a tavolino degli ospiti per l’episodio incriminato. Forte multa e 3 anni di inibizione al reo (e 3 punti di penalizzazione per la sua squadra), malgrado le scuse: Non avevo il diritto di entrare in campo in questo modo.

CHE CONSEGUENZE IN ITALIA? – Che sarebbe successo da noi? Innanzitutto dobbiamo distinguere le conseguenze sportive da quelle penali. Per quanto riguarda le prime, il giudice verrebbe chiamato a pronunciarsi sulla violazione dell’art. 5 del Codice di Comportamento sportivo che disciplinando il principio di non violenza prevede che “i tesserati, gli affiliati e gli altri soggetti dell’ordinamento sportivo non devono adottare comportamenti o rilasciare dichiarazioni che in qualunque modo determinino o incitino alla violenza o ne costituiscano apologia”. Nello specifico del calcio c’è l’art. 12 del Codice di Giustizia FIGC che afferma che “le società sono responsabili delle dichiarazioni e dei comportamenti dei propri dirigenti, tesserati, soci e non soci di cui all’art. 1 bis, comma 5, che in qualunque modo possano contribuire a determinare fatti di violenza o ne costituiscano apologia. La responsabilità delle società concorre con quella del singolo dirigente, tesserato, socio e non socio di cui all’art. 1 bis comma 5.

SANZIONI A SOCIETÁ E DIRIGENTE – Per quanto riguarda le sanzioni poi lo stesso art. 12 distingue fra sanzioni alla società e quelle per il singolo dirigente, affermando che “Per le violazioni di cui al comma 5, si applica la sanzione dell’ammenda con diffida nelle misure indicate al capoverso 1 del presente comma “una ammenda da € 10.000,00 ad € 50.000,00 per le società di serie A, ammenda da € 6.000,00 ad € 50.000,00 per le società di serie B, ammenda da € 3.000,00 ad € 50.000,00 per le società di serie C; nei casi di recidiva è imposto inoltre l’obbligo di disputare una o più gare a porte chiuse sanzioni pecuniarie sino a 6.000 Euro ; in caso di recidiva specifica è inflitta inoltre la squalifica del campo”.

Ai soggetti appartenenti alla sfera professionistica, nei casi più gravi, oltre all’ammenda si applicano anche le sanzioni di cui alle lettere f), g), h) dell’art. 19, comma 1. Per le violazioni di cui al presente articolo, ai dirigenti, tesserati delle società, soci e non soci di cui all’art. 1 bis, comma 5 si applicano le sanzioni previste dall’art. 19, comma 1. In tal senso i commi f, g e h) prevedono rispettivamente: la  squalifica a tempo determinato, nel rispetto del principio di afflittività della sanzione; il divieto di accedere agli impianti sportivi in cui si svolgono manifestazioni o gare calcistiche, anche amichevoli, nell’ambito della FIGC, con eventuale richiesta di estensione in ambito UEFA e FIFA; e l’inibizione temporanea a svolgere ogni attività in seno alla FIGC, con eventuale richiesta di estensione in ambito UEFA e FIFA, a ricoprire cariche federali e a rappresentare le società nell’ambito federale, indipendentemente dall’eventuale rapporto di lavoro.

LA GIUSTIZIA PENALE – Questo dal punto di vista della giustizia sportiva. Da quello della giustizia penale, c’è, oltre alle sanzioni previste dal codice penale (relativamente al possesso di armi da fuoco ed alla loro introduzione dove non è consentito, ed, eventualmente al reato di minacce) il famoso DASPO, ossia il Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive, introdotto nel nostro paese con la legge n. 401 del 1989, in recepimento ad una convenzione di Strasburgo del 1985, emanata a seguito dei tragici fatti di Heysel. Come recita il sito ufficiale dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, si tratta di “una misura di prevenzione atipica, caratterizzata dall’applicabilità a categorie di persone che versino in situazioni sintomatiche della loro pericolosità per l’ordine e la sicurezza pubblica con riferimento ai luoghi in cui si svolgono determinate manifestazioni sportive, ovvero a quelli, specificatamente indicati, interessati alla sosta, al transito o al trasporto di coloro che partecipano o assistono alle competizioni stesse”.

UN CASO DA DASPO? – Il DASPO, peraltro oltre che una misura di prevenzione può essere considerato anche una pena accessoria: infatti è destinato a due tipi di soggetto: a chi è stato condannato (anche in via non definitiva) per episodi di violenza  specifici compiuti nel corso di manifestazioni sportive ed a chi è stato semplicemente denunciato negli ultimi 5 anni per specifiche violazioni commesse in occasione di eventi sportivi, violazioni fra le quali rientrano di chi si introduce o tenta di introdursi negli impianti sportivi o è stato sorpreso nelle vie di accesso a questi ultimi, in possesso di armi ed altri oggetti atti ad offendere. Un’altra situazione che può provocare l’emissione di un DASPO è poi quella di “chi abbia preso parte attiva ad episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive o che abbia, nelle medesime circostanze incitato, inneggiato o indotto alla violenza”.

Nei casi in cui non c’è una sentenza di condanna, la valutazione se emettere o meno il provvedimento spetta al Questore “dopo un’adeguata indagine sull’episodio considerata la pericolosità del soggetto per l’ordine pubblico e la sicurezza con riferimento al suo accesso a l’accesso pubblici”. Chi entra allo stadio armato può essere quindi oggetto di DASPO, soprattutto se minaccia l’arbitro…

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