Il mobbing nel calcio: casi particolari, responsabilità e il rapporto tra calciatore e club

Il mobbing nel calcio: casi particolari, responsabilità e il rapporto tra calciatore e club

Di Francesco Paolo Traisci. Che i calciatori siano una categoria privilegiata di lavoratori subordinati non è in dubbio, ma spesso, visti gli interessi economici in ballo, nel mondo del calcio non si esita a ricorrere alla pratica del mobbing.

di Francesco Paolo Traisci

A volte si arriva anche alle mani, all’aggressione fisica, come ultimo atto di un atteggiamento aggressivo ed ostile posto in essere da alcuni componenti di un gruppo nei confronti di un soggetto, al fine di provocarne l’allontanamento. Così potremmo definire quell’odioso fenomeno, sempre più di attualità, che troviamo nel mondo dei rapporti di lavoro: il mobbing. Si mettono in atto una serie di comportamenti spesso vessatori, per costringere il lavoratore a rinunciare al proprio posto di lavoro.

Il mobbing: fenomeno sociale

Un fenomeno, studiato dalla sociologia, che ne ha individuato le caratteristiche principali nella unità della fonte di provenienza, nella costanza e reiterazione dei comportamenti vessatori e nello scopo specifico: quello di indurre il lavoratore mobbizzato ad abbandonare il posto di lavoro, rinunciando allo stipendio ed alle altre garanzie del lavoratore dipendente. Una serie di comportamenti, attuati sul luogo di lavoro, con una strategia persecutoria attuata con fasi ben scandite e con una durata ed una frequenza commisurate all’obiettivo. E quindi si passa da un conflitto episodico e latente ad un conflitto pubblico e sistematico, al fine di aggravare il malessere della vittima e di costringerla ad andare via. La forma più diffusa, evidentemente, è quella del mobbing verticale discendente, ossia attuato dal datore di lavoro (chiamato anche bossing) o da suoi incaricati (il cosiddetto bullying) nei confronti del lavoratore, ma esistono anche altre forme, come quella orizzontale (degli altri lavoratori che emarginano uno di loro) o anche ascendente (come, ad esempio, le condotte mobbizzanti attuate dai dipendenti per delegittimare, agli occhi dei vertici, alcuni dei dirigenti).

Il mobbing nel diritto

Gli studi sociologici sono poi stati ripresi dalla giurisprudenza, prima quella dei Tribunali di merito e poi anche dalla Corte Costituzionale e dalla Cassazione, che inizialmente l’aveva inquadrato negli schemi della responsabilità extracontrattuale, richiedendo quindi la prova di un comportamento doloso o colposo del datore di lavoro e di una lesione a un diritto del lavoratore per concedere, un risarcimento del danno. Successivamente però l’orientamento della giurisprudenza è cambiato riconoscendo una responsabilità contrattuale del datore per la violazione dell’art. 2089 che gli impone di “adottare nell’esercizio dell’impresa le misure … necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei propri prestatori di lavoro”. E successivamente la cassazione ha riconosciuto la responsabilità del datore di lavoro per la violazione degli obblighi contrattuali di protezione nei confronti dei propri dipendenti, anche quando i comportamenti mobbizzanti vengono attuati da altri dipendenti.

Mobbing nel calcio

Come tutti gli ambienti lavorativi, anche nel calcio non sono mancati i casi di mobbing, vero o presunto, casi che hanno avuto un’importante eco mediatica. Basta scorrere le cronache giornalistiche, quelle giudiziarie o anche solamente i manuali di diritto sportivo per ricordarne qualcuno. Troviamo così i casi che, in passato, hanno visto coinvolti Rodrigo Taddei ed il Siena, Fabio Rustico e l’Atalanta, Diego Zanin ed il Montichiari, Lorenzo Mattu ed il Latina, Leo Criaco ed il Benevento, Antonio Cassano prima contro la Roma poi contro la Sampdoria, Vincenzo Iaquinta contro l’Udinese, Luis Antonio Jimenez contro la Ternana, Armando Pantanelli contro il Catania, Davide Marchini contro il Cagliari, Goran Pandev contro la Lazio e Federico Marchetti ancora contro il Cagliari. Casi in cui dei calciatori professionisti, più o meno noti, hanno lamentato (a volte con successo, altre senza) pressioni e altre condotte discriminatorie attuate dalle società e da dirigenti e tecnici, al fine di costringerli ad accettare trasferimenti o rinnovi di contratto a loro sgraditi. 

Quali possono essere sono le condotte mobbizzanti nel calcio?

Come è noto il rapporto fra il calciatore professionista e la società calcistica è qualificato come un rapporto di lavoro sportivo subordinato e viene quindi disciplinato dalla legge 91 del 1981 (e dalle sue successive modifiche) nonché da tutte le norme sul contratto di lavoro subordinato (codice civile e Statuto dei lavoratori in primis) quando non dichiarate incompatibili con la tipologia di lavoro subordinato e quindi inapplicabili. Oltre a queste norme, il rapporto è anche disciplinato in base ai normali strumenti del diritto del lavoro, ossia i contratti collettivi di settore, che per quanto riguarda i calciatori vengono stipulati ogni tre anni fra l’Associazione Calciatori e la Lega di appartenenza, con la supervisione della FIGC e poi vengono richiamati dai regolamenti della FIGC.

E ciò proprio in virtù dell’art. 91 delle NOIF che obbliga le società ad “assicurare a ciascun tesserato lo svolgimento dell’attività sportiva con l’osservanza dei limiti e dei criteri previsti dalle norme federali per la categoria di appartenenza in conformità con il tipo di rapporto instaurato con il contratto o col tesseramento”. Il secondo comma poi afferma che “l’inosservanza da parte della società nei confronti dei tesserati degli obblighi derivanti dalle norme regolamentari e da quelle contenute negli accordi collettivi e nei contratti tipo, comporta il deferimento agli organi della giustizia sportiva per i relativi procedimenti disciplinari”. E così, oltre alla giustizia sportiva alcuni comportamenti possono anche essere rilevanti per la giustizia ordinaria, proprio in chiave di mobbing quando la condotta illecita è inquadrata appunto in una dalla strategia volta a costringere il giocatore ad assecondare le scelte della società.

In particolare una delle norme chiave è l’art. 7 del contratto collettivo che regola il diritto/obbligo di allenarsi del calciatore. Il primo comma prevede il diritto, ossia l’obbligo della società di fornire “al calciatore le strutture idonee alla preparazione e mettere a sua disposizione un ambiente consono alla sua dignità professionale. In ogni caso il calciatore ha diritto a partecipare agli allenamenti ed alla preparazione precampionato con la prima squadra, salvo quanto disposto dall’art. 11”, che prevede alcuni casi l’esclusione dall’allenamento come sanzione disciplinare limitata nel tempo. Di contro il secondo comma prevede l’obbligo per il calciatore “salvo i casi di malattia e di infortunio accertati… di partecipare a tutti gli allenamenti nelle ore e nei luoghi fissati dalla società nonché a tutte le gare ufficiali o amichevoli che la Società stessa intenda disputare in Italia o all’estero”. Un’altra è l’art. 10 del contratto collettivo che impone al calciatore di “adempiere la propria prestazione sportiva nell’ambito dell’organizzazione predisposta dalla Società e con l’osservanza delle istruzioni tecniche e delle altre prescrizioni impartite per il conseguimento degli scopi agonistici” ed aggiunge che “il calciatore è tenuto ad osservare strettamente il dovere di fedeltà nei confronti della Società” e che “deve evitare comportamenti che siano tali da arrecare pregiudizio all’immagine della Società”. Ed ancora l’art. 10.4 afferma che “le prescrizioni attinenti al comportamento di vita del Calciatore sono legittime e vincolanti, previa accettazione delle stesse da parte del calciatore, accettazione che non potrà essere irragionevolmente rifiutata, soltanto se giustificate da esigenze proprie dell’attività professionistica da svolgere, salvo in ogni caso il rispetto della dignità umana”, mentre in virtù dell’art. 10.6 “il Calciatore non ha diritto di interferire nelle scelte tecniche, gestionali e aziendali della Società”. Ecco il punto è proprio quello delle scelte tecniche, gestionali ed aziendali della società che il giocatore non può contestare. Tema poi già disciplinato dall’art. 4 comma 4 della legge n.91 del 1981 che afferma che “nel contratto individuale dovrà essere prevista la clausola contenente l’obbligo dello sportivo al rispetto delle istruzioni tecniche e delle prescrizioni impartite per il perseguimento degli scopi agonistici”.

Ecco appunto la libera discrezionalità delle scelte tecniche si contrappone alla finalità discriminatoria di alcuni comportamenti. E quindi ci si chiede in concreto: quello specifico comportamento è frutto di una scelta tecnica e quindi è lecito e quando invece ha un intento mobbizzante e quindi vietato?

Facciamo degli esempi:

1) Impedire al calciatore di partecipare alle sedute di allenamento o alla preparazione precampionato è lecito o vietato?

Secondo la giurisprudenza, potrebbe rappresentare una condotta mobizzante qualora fosse reiterato con frequenza per un lungo periodo senza una valida giustificazione tecnica.

2) Spesso la società agisce ancora più in profondità, mettendo fuori rosa il giocatore, o di recente non inserendolo nelle lista dei 25 nomi per il campionato o, anche, per le squadre che partecipano alle due competizioni continentali, nella lista UEFA. È mobbing o no?

In virtù di quanto detto prima, l’inserimento nelle liste campionato e UEFA è sempre presentato come frutto di una scelta tecnica, e quindi potrebbe essere considerato una condotta mobbizzante solamente laddove siano presenti i due requisiti dell’assenza di una valida giustificazione e fosse provata lo scopo di isolare il calciatore, al fine di piegarne la volontà e fargli accettare il trasferimento, il prolungamento del contratto o la risoluzione consensuale del rapporto. Ma la giurisprudenza ha spesso chiesto di più come ad esempio forme di aggressione fisica da parte di dirigenti ma anche di compagni di squadra o di tifosi, sempre che siano riconducibili alla società. 

3) E se invece, come succede più spesso, le scelte di escludere il giocatore dagli allenamenti non fossero della società e quindi del datore di lavoro ma dell’allenatore? E quelle di chi mandare in campo?

In realtà il mister, in virtù degli articoli 18 e 19 dell’Accordo collettivo allenatori di serie A, si impegna “a tutelare ed a valorizzare il potenziale atletico della società ed a predisporre ed attuare l’indirizzo tecnico, l’allenamento ed a assicurare l’assistenza nelle gare della o delle squadre a lui affidate di cui assume la responsabilità” ed “al rispetto delle istruzioni impartite dalla società”, ma la società dal canto suo “non potrà, effettuare alcuna ingerenza nel campo delle competenze tecniche dell’allenatore, tale da non consentire allo stesso lo svolgimento utile del proprio lavoro o da apparire pregiudizievole per la stessa immagine dell’allenatore”.

Ma dove si ferma l’obbligo al “rispetto delle istruzioni impartite dalla società” con riguardo al divieto di “ingerenza nel campo delle competenze tecniche dell’allenatore”? Ecco il confine appare abbastanza labile: l’allenatore ha diritto di scegliere chi far scendere in campo. Non esiste nessun diritto di essere titolari; anzi qualora un giocatore rifiutasse la panchina si configurerebbe un inadempimento contrattuale del calciatore ai sensi dell’art. 10 dell’Accordo collettivo giocatori. Se però difficilmente è stato individuato un comportamento illecito nella scelta dell’allenatore di non impiegare questo o quel calciatore, tutto è cambiato quando si è riusciti a dimostrare che la scelta era stata effettuati in mala fede. Di modo che quando, senza una valida giustificazione tecnica, il giocatore era stato, per un lungo lasso di tempo, tenuto ai margini della squadra, con ulteriori comportamenti vessatori ed giustificati solo dalla volontà di costringerlo ad accettare le scelte della dirigenza, allora è stata individuata un’ipotesi di mobbing, il bullying, quando è riusciti a dimostrare che l’allenatore aveva agito dietro precise direttive della società. Per questo motivo, molte delle vicende di mobbing nel calcio sono state riconosciute in seguito alla testimonianza dell’allenatore che ha confermato che le sue scelte discriminatorie fossero in realtà state prese obbedendo ad una precisa strategia della società.

Ed allora: esiste veramente il mobbing nel calcio?

A questo punto non si può che rispondere sì. Che i calciatori siano una categoria privilegiata di lavoratori subordinati non è in dubbio, ma che, spesso, visti gli interessi economici in ballo, non si è esitato a ricorrere a mezzi illeciti, lo dicono le cronache giudiziarie.

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