Il governo apre all’azionariato popolare: può prendere piede in Italia?

Il governo apre all’azionariato popolare: può prendere piede in Italia?

Di Francesco Paolo Traisci. Il Governo ha intenzione di aprire all’azionariato popolare per i club di calcio con un progetto di legge sulla partecipazione dei sostenitori al capitale e alla gestione delle società calcistiche. Ma come funziona l’azionariato popolare? E può prendere piede in Italia?

di Francesco Paolo Traisci

Il Governo ha intenzione di aprire all’azionariato popolare per i club di calcio. Come riportato dall’agenzia Agi, qualche giorno fa una delegazione delle tifoserie che hanno costituito delle associazioni (ToroMio, MyRoma, Piccoli azionisti Milan, Leones Italianos dell’Athletic Club di Bilbao, Cosenza nel cuore, Unione club Granata) è stata ricevuta dai sottosegretari Giorgetti e Valente con un obiettivo ben preciso: aprire le porte del calcio all’azionariato popolare. Ai rappresentanti del Governo è stato consegnato un progetto di legge sulla partecipazione dei sostenitori al capitale e alla gestione delle società calcistiche. Secondo quanto riferito da Agi, l’intenzione del Governo è quella di studiare come replicare modelli già esistenti in Europa in cui i tifosi siedono nel Cda e partecipano all’attività del club. Per centrare l’obiettivo, la linea è quella di far leva su incentivi fiscali e sportivi per le società che decideranno di andare in questa direzione.

Di che si tratta; come funziona adesso? 

Vediamo innanzitutto come funziona adesso. La struttura delle società professionistiche è regolata dalla famosa legge 91 del 1981 (quella, per intenderci, che ha riconosciuto e disciplinato il professionismo sportivo in Italia). L’art. 10 prevede che “possono stipulare contratti con atleti professionisti solo società sportive costituite nella forma di società per azioni o di società a responsabilità limitata”. Quindi non ci sono forme particolari per le società calcistiche, ma semplicemente un richiamo ai modelli previsti e disciplinati dal nostro codice civile agli artt. 2325 e ss. (S.p.A.) e 2642 e ss. (S.r.l.). Poche sono le regole specifiche per le società sportive (che, peraltro, grazie ad una modifica della legge 91, ora possono, come tutte le società, perseguire uno scopo di lucro). In generale poi, come tutte le società, anche quelle calcistiche debbono essere gestite secondo i principi di democrazia propri del nostro sistema. Tutti i soci debbono poter esprimere il loro voto in assemblea e la maggioranza vince. Ma se i soci sono solo il “patron” ed i suoi familiari o amici, quale spazio rimane per la gestione dei tifosi e per i loro sogni? 

Ed allora qualche anno fa si è già tentato di distribuire le azioni anche ai tifosi, consentendo alle società calcistiche di quotarsi in borsa con il reperimento dei capitali sul libero mercato degli investitori. Il tentativo, però, non ha portato grandi frutti. Solo poche società hanno compiuto il grande passo. Inizialmente furono le inglesi (primo in assoluto il Tottenham, nel lontano 1987, seguito da altre connazionali, poi furono le tedesche, qualche blasonata squadra turca e altre di varie nazioni). Da noi solo la Lazio di Cragnotti, che nel 1997 reperì sul mercato 120 miliardi (di vecchie lire), poi nel 2000 la Roma di Sensi ed infine la Juve. Ma solo una parte dei soldi reperiti sul mercato è finita nelle casse delle rispettive società: la gran parte infatti è finita nelle tasche dei vecchi soci, che hanno venduto ai risparmiatori tifosi una parte delle loro quote. Dei 120 miliardi per le azioni della Lazio, solo la metà entrò nelle casse della società (mentre l’altra metà fu destinata alla Cirio, all’epoca proprietaria della squadra). In modo simile furono ripartiti i circa 150 Milioni reperiti per la quotazione della Juve, mentre assai peggio andò alla Roma, relativamente alla quale, dei 71,5 milioni reperiti sul mercato, solo 16, 5 furono destinati a ripianare i debiti del club e ben 55 entrarono direttamente nelle tasche dei Sensi. 

In realtà, a fronte alla vendita di una parte delle azioni, i vecchi presidenti non hanno mai ceduto la guida dei loro club. Si è infatti sempre trattato di cessione di quote minoritarie (o comunque non sufficienti per far entrare i tifosi nella gestione), che hanno lasciato ai soci di riferimento la assoluta libertà di gestire la società come meglio hanno creduto. Una sorta di padroni con i soldi altrui!

Quello che dovrebbe veramente rappresentare la svolta sarebbe la partecipazione dei tifosi alle decisioni gestionali della società, con la nomina di propri rappresentanti all’interno degli organi sociali e la partecipazione agli eventuali utili economici della gestione. E ciò esiste solo parzialmente in Italia essendosi spesso realizzato come estrema ratio quando, al momento del fallimento della società, i tifosi si sono ricompattati ed hanno deciso di finanziare la squadra. Secondo le più recenti indagini sarebbero 18 i gruppi di tifosi che hanno un ottenuto ruolo importante all’interno della gestione delle società di riferimento. Storicamente i primi sono stati gli Amici del Rimini che possiedono il 2% del capitale sociale dell’omonima società e l’Orgoglio Amaranto, con il 2% di capitale sociale dell’Arezzo ed il diritto di nominare 1 amministratore all’interno del Consiglio di Amministrazione della società. Poi alcuni gruppi di tifosi dell’Ancona, che oltre a possedere una quota (sempre limitata) del capitale sociale hanno ottenuto la facoltà di essere rappresentati all’interno del consiglio di amministrazione della società, nonché alcuni diritti di veto sulle decisioni relative allo spostamento della sede, al cambio colori sociali ed alla nomina di alcune figure della società sportiva per i rapporti con la tifoseria. Ci sono infine la Fondazione Taras 706 a.C. (Taranto, Serie D), con il suo 10% di capitale sociale della società sportiva, con facoltà di nomina di 2 amministratori nel consiglio di amministrazione ed i tifosi della Cavese con analoghi diritti.

Come funziona all’estero? Quali sono gli esempi più virtuosi?

In teoria sono stati individuati 3 tipi di partecipazione popolare. Il primo è quello che viene chiamato con il termine inglese “the supporters buyout”. I tifosi acquistano la maggioranza del capitale sociale del club e lo gestiscono, forti di questa maggioranza. Il club diventa un “Fan owned football team”, come di recente il Motherwell nel campionato scozzese, dopo che l’azionista di maggioranza della società ha venduto il 100% delle quote di partecipazione detenute nella società (pari al 76% del totale), ad una cifra simbolica. Quote che sono state acquistate da un gruppo di tifosi che ora portano avanti la gestione della società. Numerosi casi di questo tipo esistono nel regno Unito, anche se pochi riguardano club professionistici. Il secondo modello è quello dei cosiddetti Phoenix Club, le società risorte dopo situazioni di crisi e partecipate dai tifosi. Questo è il caso di alcune delle realtà italiane, in cui gruppi di tifosi hanno provveduto ad comprare quote di minoranza del club al momento del fallimento, più che altro come supporto morale alla nuova società e partecipano alla gestione per mostrare il loro coinvolgimento nel nuovo progetto. Il terzo modello è infine quello dei cosiddetti Protest Clubs, i ribelli che fondano una società ex novo al il fine di contestare alcune politiche societarie. Uno dei club più famosi rientranti in questa categoria è il FC United of Manchester, considerata come una Community Benefit Society, formata da tifosi del Manchester United ostili e contrari all’arrivo della famiglia Glazer al comando del club. Il club, peraltro, dopo un esordio positivo e diverse promozioni, ora gioca nel sesto livello del calcio inglese e punta al professionismo. Una squadra fondata per opporsi al calcio miliardario di oggi, e ritornare al football più vero, con massima attenzione al parere dei supporters e alla “democrazia” nelle scelte. Anche se, oggi, con l’avvicinarsi al calcio professionistico, poco sembra rimasto dello spirito di condivisione e di democrazia nelle scelte che ha animato i soci fondatori che da qualche tempo sembrano arrivati ai ferri corti.

Ma è in Spagna che troviamo il modello cooperativo di maggiore successo nel calcio professionistico. Dall’Atletico Bilbao a Barcellona e Real Madrid, formalmente siamo in presenza di moltissimi club la cui proprietà è detenuta dai tifosi. In particolare il Futbol Club Barcelona è un’associazione sportiva fondata nel 1899, che ad oggi conta circa 200.000 soci, tanto da essere la società con più soci al mondo. I soci compongono l’Assemblea Generale che rappresenta l’organo supremo decisionale del club che nomina a suffragio universale il proprio presidente ogni quattro anni. Allo stesso modo, il Real Madrid è una associazione sportiva senza scopo di lucro con circa 100.000 soci, che per far parte del sodalizio versano una quota associativa annuale di 150 euro. Ogni 4 anni eleggono il Presidente ed i Consiglieri che amministrano il club. In altre parole, una sorta di “mega circolo sportivo” in cui i soci, anziché giocare a tennis, a calcetto o a golf nei fine settimana, vanno allo stadio a veder giocare campioni del calibro di Sergio Ramos, Toni Kroos e di Gareth Bale, ma anche di Reyes, e Rudy (perché il Real è una polisportiva, le cui sezioni principali sono appunto il calcio ed il basket)!

Si tratta sicuramente di modelli sostenibili e di successo. Ma qualcuno ha sollevato alcuni dubbi sulla loro adattabilità alla realtà italiana, perché il loro successo sarebbe derivato da aspetti sociali che prevarrebbero su quelli sportivi. In particolare perché si tratterebbe di club storici. Il fatto che questi club affondino le radici nel passato, in un calcio non organizzato finanziariamente come quello odierno, avrebbe loro permesso di crescere nel tempo senza l’assillo di essere sempre in vetta. Inoltre per le dimensioni del loro fatturato i club potrebbero tranquillamente far a meno dell’apporto dei propri soci (che pure costituiscono una delle voci interessanti delle entrate). Si tratta quindi di club gestiti con l’azionariato popolare per tradizione culturale, realtà sorte nel tempo spontaneamente e non indotte da strumenti giuridici, che quindi oggi sarebbe difficile creare ex novo.

Più percorribile appare il modello tedesco, come da esplicito riferimento, in cui dal 1998 vige il modello 50% più 1, ossia il divieto per un singolo azionista di possedere più della metà del capitale sociale. Nessun club di Bundesliga può essere di proprietà di un singolo azionista per più del 50%. Il risultato è che tutti i club (a parte il Bayer Leverkusen, di proprietà dell’omonima azienda farmaceutica), hanno azionisti con più del 50% del capitale sociale. Ed alcuni club hanno addirittura interpretato in modo restrittivo la legge e hanno fissato al 30% la quota massima per ogni singolo azionista. Il modello a cui tutte le squadre popolari mirano è quello del St. Pauli. La seconda squadra di Amburgo, forte di un giro d’affari pari a 30 milioni di euro, di uno stadio completamente esaurito da sette stagioni e di un progetto ambizioso di ampliamento dell’impianto casalingo, è guidato esclusivamente da 15 mila soci (fino a due anni fa erano 9 mila), che hanno scelto, sin dalla fondazione, il modello dell’azionariato popolare. Sono i tifosi a guidare questo club in tutte le sue aree manageriali e questo rappresenta un modello vincente che va avanti dalla sua fondazione.

Ma a quale sarebbe la finalità di sostenere queste forme di azionariato popolare nel nostro calcio?

Sicuramente qualcuno ha ritenuto che la promozione dell’azionariato popolare potrebbe servire a limitare eventuali situazioni di illegalità. Lo scorso anno, un deputato della Lega ha presentato in un’interrogazione parlamentare in tal senso, prendendo spunto dalle note inchieste sulle infiltrazioni mafiose in alcuni club.  La risposta dell’allora Ministro per lo Sport Lotti fu che l’azionariato popolare non sarebbe stata la soluzione contro l’illegalità, ricordando che non esisterebbe “alcun comprovato collegamento tra infiltrazioni mafiose e modello di proprietà. È innegabile come il calcio italiano abbia prodotto sia modelli virtuosi che fallimentari di proprietà padronale. La partecipazione del pubblico è sicuramente un elemento positivo, ma non ritengo sia prioritario imporla attraverso un intervento normativo”.

Opinioni, pareri, discordanti. Sicuramente però la promozione della partecipazione diretta dei tifosi nella governance delle società sportive, potrebbe dare il via ad un percorso di cambiamento culturale che vedrebbe i tifosi superare la mera passione e li porterebbe a condividere scelte e responsabilità. L’auspicio è quindi quello di incentivare il dialogo delle società sportive e delle istituzioni con i tifosi, in modo che si arrivi presto al riconoscimento delle associazioni dei supporter costituite e gestite democraticamente dai supporter stessi nel capitale sociale e nei processi decisionali delle società sportive, selezionando quelli buoni. Attraverso i propri rappresentanti, eletti democraticamente, questi tifosi potrebbero vigilare e partecipare alle scelte della società sportiva. La partecipazione potrebbe quindi essere fondamentale: il tifoso non delega più, decide (o contribuisce a decidere) come vuole che sia la propria società sportiva. Purché però ci siano gli strumenti per una effettiva collaborazione e che l’apporto dei tifosi non si limiti a fornire solo una “stampella” a gestioni economiche deficitarie.

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