I diritti audiovisivi: una storia lunga e piena di colpi di scena – 2. L’alba delle trasmissioni sportive in Italia

I diritti audiovisivi: una storia lunga e piena di colpi di scena – 2. L’alba delle trasmissioni sportive in Italia

Di Francesco Paolo Traisci. Negli ultimi 30 anni una delle fonti maggiori di reddito per le società professionistiche è sicuramente quella derivante dalla commercializzazione dei diritti audiovisivi. Questo speciale ripercorre le tappe salienti della storia degli accordi e delle normative che regolano l’acquisto e la trasmissione delle partite del nostro campionato.

di Francesco Paolo Traisci

Da noi, sino all’avvento delle Televisioni commerciali negli anni 80 del XX secolo, non vi era in realtà alcun interesse per le trasmissioni delle manifestazioni sportive in diretta. Sotto il monopolio della televisione di stato, solo qualche manifestazione di rilievo, come i campionati mondiali di calcio o le olimpiadi era stata oggetto di trasmissione in diretta quando la tecnologia lo ha consentito. Il campionato di calcio, al contrario, veniva riassunto in servizi in differita nel corso di trasmissioni contenitore create ad hoc, come 90° minuto, Domenica Sprint e La Domenica sportiva, suddivise nelle varie fasce orarie della domenica, giornata in cui tutte le partite si disputavano in contemporanea. A partire dal 1960, tuttavia, la RAI ha iniziato a mandare in onda in differita il secondo tempo di una gara di Serie A, senza però corrispondere alcuna somma per il diritto di trasmissione. Si trattava quindi di un monopolio di fatto per assenza di concorrenza. E nessun diritto televisivo a pagamento si profilava all’orizzonte.

Entrata libera?

In realtà in quei tempi, la RAI non trovava i suoi maggiori ricavi sulla pubblicità (seppur presente e concentrata in contenitori popolari quali Carosello), ma sul canone. Ma, così come la RAI è stata all’inizio libera di riprendere e trasmettere le partite del campionato di calcio, avrebbe potuto farlo qualsiasi televisione privata che, avendone i mezzi tecnici ed economici, poteva inviare un cameraman all’interno degli stadi. L’accesso delle telecamere era infatti regolato dal proprietario dell’impianto, in genere il comune, che di solito consentiva l’accesso ai giornalisti ed alle telecamere gratuitamente. Ma nessuna delle televisioni private nate nel corso degli anni 70 ha mai approfittato di questa opportunità, in parte perché carenti di risorse tecniche ed economiche, in parte perché, non essendo strutturate per uno sfruttamento economico della pubblicità, non consideravano redditizio farlo ed infine perché, essendo tutte le partite concentrate nel pomeriggio della domenica, la tradizione domenicale imponeva al tifoso di  andare a vedere la partita dal vivo, con una ritualità familiare diffusa anche nelle canzoni o nella letteratura. L’unica a trasmettere le gare del nostro campionato era quindi la RAI, che, anche quando eccezionalmente decideva di trasmettere la partita in diretta, si atteneva ad un proprio protocollo autodeterminato (ossia non negoziato con la Lega Calcio), che prevedeva l’esclusione dalla diretta per la provincia della squadra ospitante, con il chiaro intento di non ridurre l’affluenza allo stadio e quindi l’incasso proveniente dai biglietti.  Era un calcio in cui il reddito delle società calcistiche si fondava essenzialmente sul numero degli spettatori paganti per le proprie gare in casa, con una capacità economica proporzionale al numero di tifosi che fisicamente si recavano allo stadio e acquistavano i biglietti al botteghino. Fino all’avvento delle televisioni commerciali…

Accordo RAI-Lega e arrivo delle TV satellitari

Ad un certo punto, sentendo la pressione, la RAI decise di trovare un accordo con la Lega Calcio, con una serie di delibere e susseguenti contratti, nei quali venne introdotto nel nostro ordinamento l’istituto giuridico dei “diritti televisivi in vendita”, riprendendolo dal modello anglosassone. In buona sostanza, in cambio di 3 miliardi di lire, la RAI si garantiva il diritto di inviare le telecamere all’interno dello stadio per riprendere la partita in esclusiva, ossia escludendo ogni eventuale ingresso di telecamere delle televisioni private. La RAI diventava quindi concessionario della Lega, trasmettendo le partite gratuitamente in tutta Italia.

Ma questa situazione è durata poco. La prima rivoluzione avvenne nel 1993, con la distinzione fra diritti in chiaro e diritti criptati, riprendendo anche in questo caso un istituto giuridico anglosassone. Cosicché in virtù degli accordi fra la Lega e Telepiù, quest’ultima si assicurava il diritto di trasmettere ai propri abbonati una gara del massimo campionato generalmente posticipata alle 20.30 della domenica per ciascuna giornata, sotto forma di segnale criptato. Le gare erano visibili grazie ad un decoder fornito dall’emittente ai propri abbonati. L’emittente aveva la facoltà di scelta della gara da trasmettere per ogni giornata, rispettando alcuni vincoli concordati con la Lega (non meno di 2 e non più di 5 passaggi per ogni squadra; non le stesse gare all’andata ed al ritorno, vincoli poi aboliti o resi più elastici in seguito ad una successiva negoziazione). Nel frattempo, la RAI rimaneva titolare per i diritti in chiaro con possibilità di mandare in onda tutte le altre gare (o spezzoni di gare), ma solo in differita, mentre solamente in casi eccezionali poteva mandarle in diretta.

E fino al 1996 si è andati avanti con il digitale terrestre, fino all’avvento della piattaforma satellitare di Tele+, diventata D+, che per tre stagioni avrebbe offerto tutte le partite di serie A (non più solo i posticipi) in regime di monopolio. I tifosi potevano così abbonarsi a tutto il campionato oppure a singoli match, con il sistema pay per view. Fuori abbonamento rimanevano gli eventuali spareggi, che a volte sono stati trasmessi in chiaro e gratuitamente per i telespettatori dalla RAI ed altre volte con segnale criptato per i soli abbonati  D+ che avevano acquistato l’evento, il tutto in funzione dell’accordo per il singolo evento fra la Lega e l’emittente pubblica o privata. 

E ciò fino all’introduzione dei diritti soggettivi: non è più la Lega Calcio a trattare in blocco i diritti, ma ogni squadra per sé. E ciò perché la legge aveva individuato il titolare dei diritti nella squadra ospitante, che quindi poteva gestire in autonomia i diritti delle proprie gare casalinghe. Nasce la battaglia fra D+ e Stream Tv. E da qui ripartiremo la prossima settimana…

  

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