I diritti audiovisivi: una storia lunga e piena di colpi di scena – 1. Gli albori

I diritti audiovisivi: una storia lunga e piena di colpi di scena – 1. Gli albori

Di Francesco Paolo Traisci. Negli ultimi 30 anni una delle fonti maggiori di reddito per le società professionistiche è sicuramente quella derivante dalla commercializzazione dei diritti audiovisivi. Questo speciale ripercorre le tappe salienti della storia degli accordi e delle normative che regolano l’acquisto e la trasmissione delle partite del nostro campionato.

di Francesco Paolo Traisci

Premessa: cosa sono i diritti audiovisivi

Negli ultimi 30 anni una delle fonti maggiori di reddito per le società professionistiche è sicuramente quella derivante dalla commercializzazione dei diritti audiovisivi. Lo sport è infatti sempre più una forma di spettacolo, che ormai viene visto comodamente seduti in poltrona anziché negli stadi. Stadi che a loro volta si dimostrano sempre più inospitali ed inadeguati per attrarre gli spettatori. Sempre meno tifosi si recano allo stadio e sempre di più guardano le partite su vari supporti media, dalla televisione classica, con il digitale terrestre e il satellitare, alle varie piattaforme elettroniche ed internet, smartphone e computer su tutti, che trasmettono le gare in diretta, per i propri abbonati o per coloro che le acquistano sul momento, con un’offerta sempre più variegata al passo con la tecnologia e con le mode del momento.

Per questo motivo, non può più parlarsi di diritti televisivi, ma quello di diritti audiovisivi è sicuramente il termine più adatto, perché consente di abbracciare tutta la gamma di piattaforme attraverso le quali poter trasmettere una gara, in diretta, in differita o anche per brevi spezzoni. Si tratta di un mondo variegato che si amplia con l’avanzare della tecnologia. Una componente che è diventata sempre più importante nel reddito delle società calcistiche, e non solo, che affonda le proprie radici oltreoceano, con le trasmissioni via cavo delle partite di football americano e di pallacanestro NBA, e poi, sempre per gli abbonati, di una gara del campionato italiano di calcio, oltre agli incontri di boxe, trasmissioni che poi si sono diffuse nel nostro continente. Nel nostro paese, in realtà qualche manifestazione sportiva era stata trasmessa in diretta dalla televisione di stato, come i mondiali o le olimpiadi. Ma fino all’avvento delle tv commerciali, le gare della giornata del nostro campionato di calcio erano appannaggio della TV di stato, che le sintetizzava in servizi che andavano in onda nelle trasmissioni storiche della domenica pomeriggio e sera: 90° minuto, Domenica Sprint e a sera inoltrata, la Domenica sportiva, raccontate da giornalisti che sono diventati pietre miliari della nostra cultura sportiva e non.

Solo con l’avvento delle TV commerciali e, soprattutto, delle emittenti satellitari, sono iniziate le trasmissioni in diretta delle partite. Il tutto seguendo una rigida disciplina, che si è man mano arricchita con una evoluzione della normativa comunitaria e poi di quella nazionale, ma anche con una giurisprudenza che ha avuto modo di emanare pronunce che hanno fatto epoca. E soprattutto, con una proliferazione di regolamenti, linee guida, ma anche di pareri e pronunce da parte di Authority che sono state il vero motore dell’evoluzione della regolamentazione nel settore. Si tratta di una disciplina necessaria, perché la commercializzazione di questi diritti coinvolge, oltre a quello sportivo, due settori chiave delle politiche comunitarie e poi nazionali: quello delle telecomunicazioni e quello della concorrenza. E le due Authority nazionali preposte alla vigilanza dei due settori hanno avuto e stanno tuttora avendo un ruolo preponderante nella costruzione progressiva di una disciplina nazionale in conformità con quella europea.

Per una ricostruzione, seppur schematica, della disciplina è quindi necessario tenere in considerazione tutti questi elementi. Disciplina che non potrebbe però essere completa senza l’analisi di una ulteriore componente: quella privatistica degli accordi fra consociati, ossia fra le società calcistiche espressi dalle delibere degli enti che li rappresentano e governano (Leghe e Federazioni), e dei contratti di scambio con i quali i diritti sono stati ceduti per la trasmissione. E così l’attuale regolamentazione si occupa di due aspetti distinti: da una parte, la cessione vera e propria dei diritti dal titolare della manifestazione sportiva alla società che trasmetterà; dall’altra, la ripartizione dei proventi della cessione fra i vari titolari della manifestazione. Ed entrambe le fasi, pur in presenza di una rigida regolamentazione (e forse, in alcuni casi, proprio per questa presenza), hanno visto presente una forte conflittualità, che pur risolvendosi in modo estemporaneo, si è spesso ripresentata nella successiva occasione.

E in questo speciale saranno ripercorse le tappe salienti di questa vicenda che, fra cronaca giornalistica e sponde giudiziarie, va avanti da quasi trent’anni.   

Gli albori

Come accennato nella premessa, le prime trasmissioni in diretta di eventi sportivi ebbero luogo negli Stati Uniti, con le televisioni via cavo che mandavano in onda, per i propri abbonati, le partite principali dei campionati di basket e di football. E ciò sfruttando un contesto geografico in cui le distanze sono enormi, cosi come la diffusione sul territorio degli appassionati, con un limitatissimo numero di franchigie rispetto al numero degli abitanti e perciò dei tifosi. La dimensione di quei campionati è infatti quella continentale e non semplicemente statale come da noi in Europa, e pertanto si assiste a stadi e palazzetti pieni, ma rimane comunque un interesse diffuso anche per chi, per le enormi distanze, non è in grado di raggiungere regolarmente lo stadio o il palazzetto. Si pensi peraltro che, visto il numero limitato di squadre partecipanti alla massima serie, solo le grandi metropoli possono vantarne una. Tutto ciò, combinato con un sistema privatistico tipico degli Stati Uniti, fondato sul principio della libera concorrenza fra le emittenti, ha creato un ambiente ideale per la commercializzazione dei diritti di trasmissione, con le emittenti che se li assicuravano che trovavano le proprie fonti di guadagno sia negli abbonati che nella pubblicità, mentre le franchigie sportive ottenevano i loro introiti dalla spartizione di quanto ottenuto per la cessione dei diritti attraverso la contrattazione collettiva gestita dalla Lega di appartenenza. Questo sistema poi si è diffuso in Gran Bretagna e poi nel resto di Europa.

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy