Giovanissimi in fuga: Sancho, Diaz e gli altri, perchè la Premier chiede di rivedere le regole?

Giovanissimi in fuga: Sancho, Diaz e gli altri, perchè la Premier chiede di rivedere le regole?

Di Francesco Paolo Traisci. I club di Premier chiedono di rivedere le norme sui tesserati minorenni per evitare “fughe” stile Brahim Diaz, Sancho ed il pressante corteggiamento del Bayern per Hudson-Odoi.

di Francesco Paolo Traisci

Come è noto, il trasferimento di calciatori minorenni è vietato ma l’emigrazione delle stelline inglesi fa sempre più notizia e quello che una volta era un paese che faceva la spesa nei vivai continentali sempre a caccia di nuovi talenti oggi teme per i propri campioni del futuro (immediato peraltro). E quindi i club di Premier chiedono di rivedere le norme sui tesserati minorenni per evitare “fughe” stile Brahim Diaz, Sancho ed il pressante corteggiamento del Bayern per Hudson-Odoi.

Come funziona ora il trasferimento dei calciatori minorenni?

Il trasferimento dei calciatori che non abbiano compiuto i 18 anni è vietato dall’art. 19 del Regolamento FIFA. Con sole tre eccezioni. 

La prima menzionata nel secondo comma della stessa norma è relativa al caso in cui il minore segua i genitori che si trasferiscano all’estero per comprovate ragioni extracalcistiche. È quindi ammesso il trasferimento se è il minore a seguire il genitore e non viceversa. Bisogna però dire che questo divieto non raramente viene aggirato, con una finzione mediante la quale lo stesso club interessato al minore offre direttamente o indirettamente un posto di lavoro al genitore di quest’ultimo. Posto di lavoro che, a volte può essere legittimo perché il padre del calciatore è già del mestiere, altre no. E, se si viene beccati, scattano le sanzioni. Molti casi sono sospetti e posti sotto inchiesta, come ad esempio nel caso del Chelsea che al momento di tesserare il giovanissimo difensore Christensen, assunse il padre con il compito di osservatore quando nel precedente club danese era preparatore dei portieri, insospettendo così la FIFA.

Altra eccezione al divieto consiste nel trasferimento transfrontaliero: quando il minore vive con la famiglia a meno di 50 chilometri da una parte della frontiera ed il club ha la propria sede a meno di 50 chilometri dall’altra, il trasferimento è consentito. In ogni caso però fra la residenza del minore con la famiglia e la sede del club non devono esserci più di 100 km.

Terza eccezione, quella più ambigua: è consentito il trasferimento del minore (purché abbia comunque compiuto i 16 anni) all’interno dei paesi dell’Unione Europea o della SEE (cosa che potrebbe essere importante dopo la Brexit, perché comunque il Regno Unito rimarrebbe in quest’ultima unione di paesi) sempre che il club fornisca al ragazzo una adeguata preparazione calcistica e condizioni di allenamento compatibili con gli standard nazionali più elevati, oltre ad una adeguata scolarizzazione o preparazione professionale che gli consentano di intraprendere in futuro una professione differente rispetto a quella calcistica e alla garanzia di una idonea assistenza sociale e familiare. E di tutto ciò il club deve fornire idoneo riscontro alla propria Federazione di appartenenza. Lo stesso trattamento viene poi riservato al primo tesseramento di minorenni stranieri. Alle stesse regole sono sottoposte oltre ai club professionistici anche le cosiddette “football academies”, che abbiano o no rapporti istituzionali o stabili con un club (e ciò evidentemente per evitare aggiramenti del divieto con la costituzione di settori giovanili strutturalmente “indipendenti” ma di fatto appartenenti al club). Sul rispetto di queste regole vigila la FIFA che in passato ha sanziona club anche blasonati (come il Chelsea, il Real Madrid ed il Barcellona) per la loro violazione.

Peraltro questa norma si incrocia con i limiti di età per la contrattualizzazione dei giocatori minorenni. L’età minima alla quale un ragazzo può stipulare il primo contratto da professionista varia da paese a paese, in funzione delle regole federali: in Italia è a partire dai 16 anni, così come in Inghilterra, in cui a 16 anni si può ottenere una borsa di studio ed a 17 un vero e proprio contratto da professionista, mentre in Spagna è necessaria la maggiore età. Si tratta di limiti che alcuni club, soprattutto in Premier, stando alle recenti inchieste FIFA, aggirano con pagamenti in “nero” o provvedendo a retribuire in qualche modo genitori del ragazzo.    

Peraltro i calciatori minorenni, quantomeno da noi, fino alla maggiore età non possono stipulare contratti che abbiano una durata superiore ai 3 anni, mentre compiuta la maggiore età potranno vincolarsi per un massimo di 5 anni. Quindi quando una società ritiene di aver trovato un potenziale campione all’interno del suo vivaio, dovrà sbrigarsi a proporgli un contratto da professionista (altrimenti, dopo un certo numero di gare disputate con la prima squadra sarà libero a fine della stagione agonistica di accasarsi altrove), ma anche a rinnovarlo non appena raggiunta la maggiore età. Un incastro di scadenze da tenere con la massima considerazione, come fu da noi nel caso Donnarumma e che per gli inglesi sarebbe un problema perché libererebbe anzitempo le giovani promesse. Per questo in molti in Premier chiedono di aumentare la durata massima del contratto per i calciatori minorenni.

Per tutti, compresi i giovani, c’è poi l’art. 17

Tutti hanno più o meno sentito parlare dell’art. 17, ma è bene riassumerne i contenuti perché entra spesso in ballo in queste occasioni.  Pochi infatti sanno che in virtù dell’art. 17, introdotto nel dicembre 2004, con effetti a partire dal gennaio 2005, un giocatore può decidere di liberarsi da un contratto ancora in corso appena superato il periodo di stabilità (3 anni prima dei 28 anni, e 2 dopo). La norma, intitolata “Conseguenze di un contratto senza giusta causa” dispone le conseguenze del recesso unilaterale del calciatore senza giusta causa (ossia in assenza dei requisiti previsti per lo scioglimento unilaterale del rapporto di lavoro sportivo quando il giocatore non prende parte ad un numero sufficiente di gare o quando non viene pagato). Pochi sanno che in presenza di determinati requisiti il calciatore può liberarsi unilateralmente dal contratto prima della sua scadenza senza incorrere alle sanzioni previste dalla FIFA (squalifica per gare di club e, eventualmente, anche per i match della propria nazionale).

In particolare, l’art. 17 afferma il principio che ogni giocatore che ha firmato un contratto prima di 28 anni si può svincolare tre anni dopo che l’accordo è stato firmato e, se ha già compiuto i 28, il tempo limite è ridotto a due anni. Un calciatore che intende avvalersi di questa regola ha tre obblighi da rispettare: comunicare alla società della propria intenzione di esercitare il recesso entro quindici giorni dall’ultima partita giocata con la maglia del club; non concludere un nuovo contratto con una squadra dello stesso campionato nei dodici mesi successivi allo stesso; e pagare direttamente (anche se poi di fatto è il nuovo club a pagare) un indennizzo alla vecchia società di appartenenza, in base ad alcuni criteri oggettivi come l’ingaggio e il tempo rimanente alla scadenza del contratto (fino a un massimo di 5 anni) stabiliti dalla FIFA stessa.

Questo il quadro regolamentare che in passato aveva consentito ai vivai di alcune squadre inglesi come il Chelsea od il Manchester United di crescere in casa talenti provenienti da tanti paesi dell’UE. Ed è molto curioso che oggi siano proprio gli inglesi a lamentarsi della regola. Forse perché da paese importatore di giovani talenti temono di diventarne esportatore, in parte perché la nuova generazione di calciatori indigeni appare ricca di talenti ed in parte per la concorrenza che fanno alla Premier altri campionati in cui ai giovani viene lasciato maggiore spazio in prima squadra. E via all’emigrazione di ragazzi di grande prospettiva che cercano di trovare maggiori possibilità di scendere in campo dall’inizio, cosa che fino ad oggi i grandi club garantivano attraverso il sistema dei prestiti. Ma il problema per la Premier è che sempre meno club sono disposti a rischiare di perdere per far giocare i giovani, mentre altrove si è molto più favorevoli (leggasi Bundesliga e dintorni) a prendere questi rischi. E le sirene straniere ronzano anche nelle orecchie dei genitori che vorrebbero veder giocare di più i propri figli… 

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