Fenomeno rosa nel calcio: dal dilettantismo al professionismo?

Fenomeno rosa nel calcio: dal dilettantismo al professionismo?

Di Francesco Paolo Traisci. Il boom del calcio femminile in Europa è sotto gli occhi di tutti. E ora anche in Italia sembra cominciare a muoversi qualcosa. Qual è la situazione delle calciatrici in rosa nel nostro paese? Come si può ulteriormente favorire questo processo di crescita?

di Francesco Paolo Traisci

“Non può esservi che gioia, e forse anche una certa dose di stupore, nell’osservare l’incredibile ascesa registrata dal calcio femminile negli ultimi 15 anni in Europa”. Con queste parole si apre la pagina dedicata al calcio femminile nel sito ufficiale dell’UEFA, nella quale si illustra come il calcio femminile sia cresciuto fino a diventare uno spettacolo che brilla di luce propria. E l’opera prosegue giornalmente promuovendo e coltivando il calcio femminile con l’obiettivo di coinvolgere un numero crescente di ragazze e di donne in questo sport, nelle vesti di calciatrici, arbitri, dirigenti, volontari o semplicemente spettatrici appassionate. 

Cosa ha permesso il boom del calcio femminile in Europa?

Nel 2017 inoltre il calcio femminile ha ricevuto una notevole spinta col più grande UEFA Women’s EURO di sempre, che ha visto in Olanda la partecipazione di ben 16 squadre, facendo registrare numeri da record. Tanto che sempre più emittenti televisive si interessano alla trasmissione in diretta dei campionati, registrando ottimi successi di pubblico.  Numeri in crescita esponenziale. Nel rapporto UEFA chiamato Women’s Football across the national associations emerge infatti che il numero di calciatrici tesserate nel 2017 è arrivato ad oltre 1,270 milioni, con oltre 827.000 tesserate under-18. Il numero di leghe giovanili (da under-6 a under-23) è cresciuto da 164 a 266 tra il 2012/13 e il 2016/17. Sei paesi – Inghilterra, Francia, Germania, Olanda, Norvegia e Svezia – contano oltre 100.000 giocatrici ciascuno. In Italia siamo ancora lontani ma gli ottimi risultati delle nostre nazionali fanno ben sperare… 

È cresciuto anche il numero di calciatrici professioniste e semi-professioniste, con un incremento da 1.303 nel 2012/13 a 2.853 nel 2016/17, risultando quindi più che raddoppiate. Nel frattempo, sono 52 i paesi che possono vantare un campionato dedicato e il numero di nazionali femminili in Europa è cresciuto da 173 nel 2012/13 a 233 nel 2016/17. Ci sono ad ora oltre 19.000 allenatori che svolgono la loro attività nel calcio femminile e oltre 12.000 arbitri che ne dirigono le gare. Sempre nel rapporto si può trovare che tredici federazioni nazionali possiedono settori giovanili per le ragazze, creando un percorso di sviluppo per le giovani calciatrici. Inoltre, per aumentare la presenza femminile in ruoli di responsabilità, la UEFA ha lanciato il proprio programma di leadership dedicato, ideato per le donne che lavorano all’interno delle federazioni e le federazioni stesse ne stanno seguendo l’esempio. Nel 2016/17, 399 donne hanno lavorato a livello manageriale o superiore nelle federazioni nazionali (erano 121 nel 2012/13).

E questo non necessariamente nel calcio femminile, ma all’interno di club e federazioni, con ruoli tradizionalmente appannaggio dei maschi, come nel caso di Cristiana Capotondi, eletta vicepresidente della Lega Pro. Il programma, secondo le dichiarazioni della stessa UEFA, punta ad individuare le donne che hanno il potenziale per diventare leader, e lo schema le aiuterà a sviluppare le doti appropriate e superare le tradizionali discriminazioni che spesso le donne debbono affrontare nel mondo del calcio. Una simile crescita del calcio femminile è peraltro il frutto della collaborazione fra la Commissione per il Calcio Femminile UEFA e le federazioni nazionali che da anni cercano di mettere in pratica il Programma di Sviluppo del Calcio Femminile UEFA chiamato proprio Women’s Football Development Program, programma frutto di una decisione del Comitato Esecutivo UEFA del 2010 e sostenuto finanziariamente con il programma di assistenza HatTrick.

A che punto è la riforma del calcio femminile in Italia?

Proprio perseguendo questa linea di cooperazione, il Consiglio Federale della FIGC nel  2015 ha approvato le linee programmatiche per lo sviluppo del Calcio Femminile, allo scopo di avviare un programma di rilancio del movimento calcistico femminile in Italia, individuando alcune aree di intervento. Fra queste, quella della governance con la creazione di un organizzazione federale dedicata al calcio femminile, ma anche della riforma dei campionati; quella di una maggiore attenzione per le Squadre Nazionali, maggiore e giovanili, con il potenziamento dei relativi staff e dei programmi di scouting, anche attraverso un sistema di collaborazione con i club; quella del potenziamento della comunicazione e delle linee di marketing; quella del consolidamento dei progetti del Settore Giovanile Scolastico e quella della formazione di tecnici ed arbitri. Ma soprattutto individuando un obbligo per le Società delle tre Leghe Professionistiche maschili di sviluppare gradualmente un settore giovanile femminile, con la possibilità di acquistare il titolo sportivo di club femminili, incentivando così i club professionistici ad investire e progettare per il Calcio Femminile.

Quali club hanno investito nel calcio in rosa?

Nel settembre 2017, il Consiglio Federale ha poi rivisitato e aggiornato il Programma di Sviluppo prevedendo, oltre al consolidamento dei risultati sin a quel momento raggiunti attraverso un incremento delle azioni intraprese per il consolidamento delle società di Calcio Femminile, anche  la valutazione di strategie di comunicazione e marketing, il rafforzamento dell’attività giovanile e della filiera di riferimento, l’ampliamento della collaborazione con il mondo scolastico e universitario ed il consolidamento della formazione per aumentare le professionalità coinvolte nel Calcio Femminile. Ed è stato proprio l’obbligo imposto alle società professionistiche maschili di dotarsi di squadre femminili ad aver dato una svolta a tutto il sistema, con investimenti destinati a gettare le basi per una crescita duratura. Nelle ultime due stagioni sportive, grazie al percorso di riforme avviate dalla FIGC, sono stati numerosi i club professionisti ad entrare nel calcio femminile con una propria squadra e con la creazione nei propri settori giovanili di rappresentanze femminili, dando così un ulteriore impulso di crescita al settore. Nel 2016/2017 la Fiorentina nel 2016/17ha vinto Scudetto e Coppa Italia, l’anno seguente è stata la volta della Juventus laurearsi, alla sua prima esperienza in Serie A, Campione d’Italia dopo lo spareggio con il Brescia, mentre è stata ancora la Fiorentina ad imporsi in Coppa. E quest’anno la classifica di serie A vede attualmente in testa il Milan. Oltre a quelle citate, poi, fra serie A e serie B, si annoverano le squadre femminili della Roma, del Sassuolo, dell’Atalanta, del Chievo, dell’Hellas Verona, della Lazio e, di recente, dell’Inter. 

Come va la nazionale femminile?

Nel 2016, inoltre, l’Italia ha ospitato le due Finali della UEFA Champions League: quella maschile a Milano e quella femminile a Reggio Emilia, in quanto fino a quest’anno, le finali maschili e femminili sono state collegate (fino all’ultima edizione terminatasi con le finali di Kiev del maggio 2018, mentre a partire dalla stagione in corso le due finali saranno in due paesi differenti).  A coronamento di questo percorso, l’8 giugno 2018 è arrivata anche la qualificazione della Nazionale Femminile alla Coppa del Mondo FIFA 2019 in Francia, 20 anni dopo l’ultima esperienza delle Azzurre in un Mondiale e quella delle nazionali U19 e U17.  Un risultato, questo, che conferma l’ottimo lavoro svolto a livello giovanile dalle Nazionali Femminili, qualificate entrambe alla Fase Finale dell’Europeo di categoria nella stagione 2017/18.

Cosa sta cambiando a livello federale? Si arriverà al professionismo?

In realtà, l’ingresso massiccio delle Società professionistiche può essere individuato come una delle ragioni che hanno indotto la FIGC a riformare la governance del settore, sottraendo l’organizzazione dei campionati di serie A e B alla LND (che li organizzava con il Dipartimento Calcio Femminile), per gestirli direttamente attraverso la neonata Divisione Calcio Femminile, lasciando al Dipartimento Calcio Femminile della LND la sola organizzazione dei campionati interregionali.  Lo avevamo già scritto in passato e oggi lo ribadiamo: l’intervento diretto della Federazione può certo motivarsi con l’ormai lontananza del calcio femminile d’elite da quello dilettantistico, con la denuncia da parte dei suoi dirigenti di non sentirsi più rappresentati dagli organi di quella Lega. E ciò, evidentemente, perché l’ingresso dei club del grande calcio ha portato investimenti, professionalità e qualifiche che non appartengono al mondo dei dilettanti (o a quello in cui si vuole confinare i dilettanti). È vero che nella riforma delle NOIF, viene specificato (forse in maniera anche troppo ridondante) che le calciatrici sono delle “non professioniste”, ma probabilmente per portare il nostro calcio femminile ai livelli dell’elite europea e consentirgli di svolgere lo stesso ruolo educativo che si vuole attribuire al calcio maschile, l’ulteriore passo verso il riconoscimento del professionismo va compiuto. E questo si può fare solo facendo uscire, anche come inquadramento, il calcio femminile di vertice dal mondo dei non professionisti, attribuendo alle calciatrici che partecipano ai campionati nazionali lo status di professioniste, con tutti i diritti che ne conseguono, anche grazie alla possibilità di sottoscrivere un contratto di lavoro subordinato sportivo disciplinato dalla famosa legge 91 del 1981 e successive modifiche. Questo può farlo la Federazione e, anzi riteniamo che sia questo il prossimo passo, sempre che in Federazione si trovi la pace fra le società i club del calcio femminile e la LND…

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy