Cori razzisti, regole e conseguenze: si possono sospendere le partite? E il Napoli può effettivamente uscire dal campo?

Cori razzisti, regole e conseguenze: si possono sospendere le partite? E il Napoli può effettivamente uscire dal campo?

Di Francesco Paolo Traisci. Il caso Koulibaly crea parecchi interrogativi, sia sulle regole per quel che riguarda la gestione di casi di razzismo da parte dei tifosi, sia sulle conseguenze su club e tifosi stessi di situazioni del genere…

di Francesco Paolo Traisci

Il caso Koulibaly crea parecchi interrogativi, sia sulle regole per quel che riguarda la gestione di casi di razzismo da parte dei tifosi, sia sulle conseguenze su club e tifosi stessi di situazioni del genere…

Ancelotti ha dichiarato che ai prossimi cori razzisti, il Napoli uscirà dal campo. Cosa comporterebbe a norma di regolamento un comportamento simile?

In virtù dell’art. 53 delle NOIF “le società hanno l’obbligo di portare a termine le manifestazioni alle quali si iscrivono e di far concludere alle proprie squadre le gare iniziate”. E così in virtù del secondo comma “la società che fa rinunciare la propria squadra a proseguire nella disputa della stessa, laddove sia già in svolgimento, subisce la perdita della gara con il punteggio di 0-3, o con il punteggio al momento più favorevole alla squadra avversaria nonché la penalizzazione di un punto in classifica”. La norma parla chiaro: una squadra non può smettere di giocare e rientrare negli spogliatoi durante la gara. L’ha detto chiaramente anche Ancelotti “la prossima volta usciremo noi; al massimo ci daranno partita persa” (la regola però parla anche di un punto di penalizzazione). Attualmente le NOIF non contemplano alcuna giustificazione per il ritiro unilaterale della squadra dalla gara. La ratio è evidente: evitare che una squadra, vista la malaparata, decida di strumentalizzare alcune situazioni per non uscire dal campo sconfitta.

Chi ha il potere di decidere per la sospensione della partita?

Una squadra non può quindi ritirarsi unilateralmente dalla partita in corso, ma solo segnalare al responsabile dell’ordine pubblico (o all’arbitro ed ai suoi collaboratori) i gravi fatti che potrebbero determinare la sospensione della gara. La regola è quella dell’art. 62 delle NOIF, il quale, dopo aver affermato che le società hanno l’obbligo di adottare tutti i provvedimenti idonei ad impedire che la gara sia turbata da “cori, grida ed ogni altra manifestazione espressiva di discriminazione per motivi di razza, di colore, di religione, di lingua, di sesso, di nazionalità di origine territoriale o etnica”, impone alle stesse di inoltrare richiesta della forza pubblica in misura adeguata. È poi il responsabile dell’ordine pubblico dello stadio, designato dal Ministero dell’Interno, avendo rilevato “uno o più striscioni esposti dai tifosi, cori, grida ed ogni altra manifestazione discriminatoria” ad ordinare, ai sensi del comma 6 dello stesso art. 62 “all’arbitro, anche per il tramite del quarto ufficiale o dell’assistente dell’arbitro, di non iniziare o di sospendere la gara”. Quindi deve essere il responsabile dell’ordine pubblico a ordinare all’arbitro di fermare la partita.

L’arbitro cosa può fare quando si verificano episodi del genere?

Secondo l’art.62, quindi è l’arbitro che deve sospendere la partita ma solo su indicazione/ordine del responsabile dell’ordine pubblico dello stadio. E poi sarà lui che potrà far riprendere la gara, una volta terminate le intemperanze dei tifosi, ma “solo su ordine dello stesso funzionario responsabile”, sempre che non siano trascorsi più di 45 minuti, “trascorsi i quali l’arbitro dichiarerà chiusa la gara, riferendo nel proprio rapporto i fatti verificatisi”, in modo che gli organi della Giustizia sportiva possano prendere gli opportuni provvedimenti. È vero che il successivo art. 64 disciplinando i poteri ed i doveri dell’arbitro in ordine anche alla prosecuzione o alla interruzione, gli consentirebbe di non far proseguire la gara, ma solo in caso di fatti o situazioni pregiudizievoli per la propria incolumità, quella dei propri assistenti o dei calciatori oppure tali da non consentirgli di dirigere la gara stessa in piena indipendenza di giudizio o ancora quando ci siano estranei nel recinto di gioco. I cori razzisti possono essere ritenuti idonei a non consentire più all’arbitro di essere imparziale nei suoi giudizi? Non sembra il caso, anche perché la norma specifica che la serenità di giudizio dell’arbitro deve essere stata intaccata “dal lancio di oggetti o di altri strumenti ed oggetti comunque idonei ad offendere”, lasciando intendere quindi strumenti di minaccia all’incolumità stessa dell’arbitro.

In Inghilterra per comportamenti razzisti alcuni club (Chelsea, Tottenham) hanno stabilito di bandire per sempre alcuni tifosi dal loro stadio. Le squadre italiane hanno questa possibilità?

Sicuramente anche da noi potrebbe essere una soluzione quella di bandire dallo stadio quei tifosi che si siano distinti (in negativo, ovviamente) per gravi atti di discriminazione, razzista, sessista, religiosa (come ad esempio ha fatto il Chelsea per i tifosi che hanno insultato quelli del Tottenham, notoriamente squadra con tifosi di religione ebraica) o anche etnica o territoriale. Una sorta di DASPO privato, insomma…  che potrebbe essere facilitato dalla nominatività dei biglietti. Certo sarebbe necessario identificare con precisione chi all’interno di una curva inneggia alla violenza ed alla discriminazione. In Inghilterra è più facile perché, oltre ai biglietti nominativi, l’obbligo di non cambiare posto rispetto a quello del biglietto nominativo viene fatto rispettare scrupolosamente e per la presenza di telecamere ed altri strumenti di controllo visivo, oltre al massiccio uso di steward e di altro personale addetto. In Italia sarebbe più difficile distinguere il tifoso violento o esagitato da quello solo appassionato, ma questa è la strada. Isolare ed escludere dallo stadio i violenti. O costringere, come avviene in Francia, i tifosi organizzati a collaborare con i club per la pubblica sicurezza, eventualmente minacciando di sciogliere le associazioni di tifosi più indisciplinate.

C’è anche responsabilità penale per chi si macchia di comportamenti simili?

Sicuramente per sconfiggere i tifosi intemperanti potrebbe servire anche l’aiuto del giudice penale. È chiaro che una forma di responsabilità penale incorrerebbe in tutti i casi di violenza fisica (lesioni, omicidio ecc.). Ma anche gli atti di discriminazione razziale, etnica, religiosa sono puniti, ma solo quando oggetto di propaganda o di motivi di istigazione alla violenza o atti di provocazione alla violenza ai sensi dell’art. 604 bis del Codice Penale, che vieta anche “ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per fini raziali, etnici, nazionali o religiosi”, punendo anche la semplice partecipazione a tali gruppi, con la reclusione da sei mesi a quattro anni e punendo gli organizzatori ed i dirigenti di queste organizzazioni con la reclusione da uno a sei anni. Questa norma potrebbe essere utilizzata per punire i capi di quei movimenti ultrà che inneggiano alla segregazione. Inoltre la cosiddetta Legge Mancino del 1993 ha istituito l’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso, dovendo quindi essere abbinata ad altro reato (come ad esempio quello di minaccia), per aggravare la sanzione penale. Come abbiamo visto, gli strumenti ci sarebbero tutti; basterebbe applicarli!    

0 Commenta qui

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy