Calcio social, istruzioni per l’uso: dal caso Rabiot ai rapporti con la giustizia sportiva

Calcio social, istruzioni per l’uso: dal caso Rabiot ai rapporti con la giustizia sportiva

Di Francesco Paolo Traisci. Tra punizioni da parte dei club e inchieste della UEFA, quali sono i limiti dell’utilizzo dei social da parte dei calciatori? Su che basi il club decide che il calciatore è da punire? C’è una legislazione particolare sui social, sia dal punto di vista del rapporto con il club che da quello della giustizia sportiva?

di Francesco Paolo Traisci

Tra punizioni da parte dei club (caso Rabiot), inchieste della UEFA (Neymar post PSG-United), quali sono i limiti dell’utilizzo dei social da parte dei calciatori? Su che basi il club decide che il calciatore è da punire? C’è una legislazione particolare sui social, sia dal punto di vista del rapporto con il club che da quello della giustizia sportiva? Sicuramente fra i maggiori frequentatori dei social ci sono i calciatori, molti dei quali sono dei veri e propri influencer. Immagini postate che li ritraggono nella vita quotidiana, ma anche negli eccessi ai quali a volte, da ragazzi quali sono, si lasciano andare. Eccessi che hanno sempre fatto parte della vita di qualche calciatore ma che oggi, con i social diventano di dominio pubblico. Ed allora ci sono le regole per limitarne l’uso e, soprattutto l’abuso. Regole tanto nei rapporti con il club quanto con la giustizia sportiva.

Cominciamo dalla domanda più scontata: un calciatore professionista può utilizzare il social e pubblicare immagini della sua vita quotidiana?

Si, perché, salvo particolari accordi con la società, il giocatore non cede alcun diritto sulla sua immagine personale. E ciò virtù di una Convenzione stipulata nel 1981 fra la FIGC l’Associazione calciatori e le Leghe varie leghe calcistiche, il cui art. 1 afferma che “i calciatori hanno la facoltà di utilizzare in qualsiasi forma lecita e decorosa la propria immagine anche a scopo di lucro, purché non associata a nomi, colori, maglie, simboli o contrassegni della Società di appartenenza o di altre Società e purché non in occasione di attività ufficiale”. I diritti di immagine, o meglio il diritto alla sfruttamento della propria immagine, non sono infatti compresi compreso nel contratto di lavoro sportivo, tanto che, ai sensi dell’art. 4.5. dell’Accordo collettivo fra FIGC, AIC e Leghe, è con un contratto apposito e separato che calciatori possono cedere alla società la licenza per il loro sfruttamento e stabilire così che la società diventa, in cambio di ulteriore denaro per il calciatore, titolare oltre che delle prestazioni sportive dell’atleta anche dei diritti provenienti dall’utilizzazione ai fini economici dei diritti di immagine di quest’ultimo. La società (o chi per lei, non è necessario che sia lo stesso club ma può essere anche una società commerciale ad hoc), diventa così libera di cedere ad altre società commerciali l’immagine pubblicitaria del giocatore. E ci sono molti club che hanno così l’abitudine di concludere con i propri calciatori anche accordi di questo tipo. La cessione avviene dunque con un contratto separato e non con quello sottoscritto nei moduli federali previsti per il tesseramento.

Ma i diritti alle prestazioni sportive spettano alla società e spettano a questa tutti i diritti di immagine relativi a tali prestazioni sportive. Quindi vediamo che le immagini in cui compare il calciatore possono avere due distinti titolari: il calciatore stesso, quando non svolge la sua attività sportiva, e la società nei casi in cui l’atleta la stia svolgendo. In pratica al calciatore spettano i proventi dell’utilizzo della propria immagine a scopi pubblicitari o quando funge da testimonial al di fuori delle manifestazioni sportive o dello svolgimento dell’attività sportiva, purché non sia vestito con i colori della propria squadra (e quelli azzurri ufficiali della nazionale). Allo stesso modo, alla società spettano i diritti sulle immagini in cui in cui il giocatore svolge, in divisa, attività sportive in gruppo con altri compagni di squadra.  In ogni caso quindi il giocatore può pubblicare qualsiasi propria immagine nel tempo libero sui vari social che frequenta, a maggior ragione se non si tratta di foto pubblicitarie.

E con il club quali sono i rapporti?

Salvo particolari divieti, come quelli che possono essere previsti nelle varie regolamentazioni interne fra società e propri tesserati e che debbono essere accettate dal calciatore stesso, un uso corretto dei social non può essere precluso. Può però essere vietato quell’uso che va contro altre regole stabilite nello spogliatoio. Rivelazioni di segreti, insulti a colleghi ed allenatori, foto che testimoniano comportamenti esplicitamente vietati o comunque non professionali (come ad esempio girare ubriaco o aver distrutto una macchina in un incidente) possono portare ad una sanzione della società, non tanto per l’uso del social ma per il comportamento che nel social viene certificato. Il caso Rabiot, in cui al francese sono stati decurtati sei giorni di stipendio per un “like” al video di Evra contro il PSG, è certamente un esempio perfetto.

E con la giustizia sportiva?

Anche in questo caso non è l’uso dei social ad essere vietato ma l’uso dei social per un comportamento vietato ad essere punito. Comportamento vietato è sicuramente l’insulto ad avversari, dirigenti di altre squadre o federali, arbitri, ma anche i messaggi proibiti quali quelli razzisti, sessisti e quelli che incitano alla violenza… Anche qui c’è un esempio recente, quello di Neymar che finisce sotto accusa da parte della UEFA per aver insultato l’arbitro del match tra PSG e Manchester United. 

Insomma, salvo particolari accordi fra società e giocatore (o della società con tutti i suoi giocatori, come le famose regole dello spogliatoio) l’uso dei social non può essere vietato ed il giocatore punito per questo; ma quando attraverso l’uso dei social si viola un’altra regola, o si testimonia inequivocabilmente la sua violazione, attraverso una fotografia o un audio, allora sì che si può essere puniti! 

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