Arbitri, tra professionismo e sirene dall’estero: quanto guadagnano i fischietti di Serie A?

Arbitri, tra professionismo e sirene dall’estero: quanto guadagnano i fischietti di Serie A?

Di Francesco Paolo Traisci. Il Presidente dell’AIA ha accennato alla possibilità del professionismo per la classe arbitrale. Ma quanto guadagna un fischietto di Serie A? E capiterà anche agli arbitri italiani di farsi attrarre, come è successo anche a grandi nomi stranieri, dalle sirene dei campionati esteri?

di Francesco Paolo Traisci

Sempre più nell’occhio del ciclone! Arbitri contestati, VAR discusso nel merito ma anche nel suo protocollo. In quella che La Gazzetta dello Sport del 16 aprile ha definito come una stagione nera, pochi arbitri raggiungono la sufficienza con prestazioni sempre più scadenti ed errori decisivi e dietro i big i nuovi annaspano. Molti, compreso Casarin in un intervista, lamentano l’assenza di adeguato ricambio laddove si sarebbe creato “un gruppo di eletti che fa una valanga di partite a stagione ed un gruppo di meno fortunati, ma magari ugualmente capaci, in cui pochi hanno la possibilità di fare il grande salto”. E la fiducia negli arbitri crolla.

Fischietti professionisti?

Ed allora ecco il rilancio: nel corso di un’audizione in Parlamento, il Presidente dell’AIA, la loro associazione di categoria, ha accennato alla possibilità del professionismo per la classe arbitrale, che potrebbe così rientrare fra le categorie di sportivi professionisti previsti dalla legge 91 del 1981 (e dalle sue successive modifiche). Una proposta riguardante la richiesta di riconoscere l’attività arbitrale professionistica come rapporto di lavoro sportivo, che avrebbe ricevuto subito unanime consenso da parte dei componenti della Commissione parlamentare. Il tutto dovrebbe essere recepito in un disegno di legge riguardante alcune disposizioni dell’ordinamento sportivo e che dovrebbe, secondo il presidente dell’AIA ricostituire la parità fra gli arbitri e le altre componenti calcistiche di fatto negata nelle ultime versioni dello Statuto della FIGC.

Cosa cambierebbe con il professionismo?

Arbitri professionisti, legati da un contratto di lavoro sportivo, subordinato come quello del primo comma dell’art. 3 o autonomo come quello dei commi successivi? E poi con chi? Con la Federazione? O con l’AIA, a sua volta legata alla FIGC da un contratto di consulenza o quant’altro? Tecnicismi, anche se non da trascurare, che scopriremo solo leggendo il testo del provvedimento. Fatto sta l’offensiva degli arbitri sembra lanciata, tanto che già qualche settimana fa in un’audizione presso la Commissione Cultura e della Camera il Presidente Nicchi aveva anche accennato alla possibilità di adottare un “reddito di cittadinanza” per i direttori di gara, molti dei quali, pur essendo dilettanti, sarebbero costretti a lasciare il proprio lavoro per gli impegni calcistici. “Così quando finisce l’attività – ha spiegato Nicchi – si ritrovano senza nulla, ad una età avanzata. Non escludiamo di creare un fondo di solidarietà della durata di uno-due anni, per dare agli arbitri la possibilità in questo lasso di tempo di ricrearsi una vita, un lavoro”. Certo che il riconoscimento giuridico della professione potrebbe aprire all’applicazione degli strumenti tipici previsti dalla legislazione lavoristica e della previdenza sociale, quali la creazione di fondi previdenziali ed assistenziali specifici, la previsione di trattamento di fine rapporto e tutti gli altri strumenti tipici del mondo del lavoro.

Quanto guadagnano gli arbitri?

Allora, riprendendo un’inchiesta di Marco Bellinazzo su il Sole 24 ore, vediamo quanto dura la carriera di un arbitro e quali sono i guadagni e cerchiamo di fare i conti in tasca alla categoria, sempre relativamente agli arbitri della serie A, iscritti quindi alla CAN A. 

Secondo questa inchiesta, la carriera di un arbitro può durare fino a 45 anni a livello nazionale. Per la serie A viene selezionato, attraverso una formula di promozioni, retrocessioni ed avvicendamenti vari, un gruppo di una ventina di fischietti, che attualmente operano in veste di liberi professionisti con tanto di partita IVA, con una sorta di contratto di collaborazione (un co.co.co., per intenderci) con la Federazione, con un reddito prodotto in base ad un compenso fisso (qualificato come “diritto di immagine”) ed una diaria in funzione delle gare che dirigono. Il fisso può andare dai 30.000 euro l’anno attribuiti ai “neo-immessi” ai 90.000 per i più anziani, ossia gli internazionali, con fasce intermedie che dipendono dalla carriera svolta (ossia dal numero di gare dirette e dall’anzianità di servizio). La parte variabile dipende dal numero di partite dirette. Per ogni gara l’arbitro riceve una diaria pari a 3.800 euro lordi. Mediamente ogni arbitro scende in campo per 15/16 partite di campionato a stagione, per un totale calcolato in circa 25.000 euro lordi. Ci sono infine i compensi per la Coppa Italia: qui si va dai mille euro riconosciuti agli arbitri “titolari”nei primi turni ai 1.500 per i quarti di finale, fino ai 2.500 per le semifinali e ai 3.800 per la finale (stesso importo per la Supercoppa italiana). Meno remunerativo è poi il ruolo di 4° uomo (500 euro a gara) e quelli legati al VAR, che consente all’arbitro addetto a tale servizio di portarsi a casa 1.500 euro a partita (e 750 per l’AVAR), potendo quindi dar luogo a sospetti di gelosie e concorrenza fra l’arbitro in campo e quello dietro le telecamere.

Il tutto perciò consente di arrivare fino a 180mila euro per l’attività nazionale, mentre per i più giovani fino a 120.000. I più esperti possono poi, ottenendo la qualifica di internazionale, arbitrare anche questo tipo di gare, con un tariffario ad hoc per le partite di Champions (fino a 5.000 euro per ogni gara diretta), Europa League e gare fra Nazionali. Un arbitro di prima fascia può dirigere una decina di match, mentre la media della categoria è di circa 4/5 partite a stagione. I fischietti internazionali possono quindi arrotondare quello che ricevono dalla propria Federazione con un’ulteriore entrata, in media di circa 20.000 euro. Ed infine per i top selezionati per i mondiali (di solito uno, massimo due per ciascuna nazione) è previsto un ulteriore bonus di 50.000 euro, corrisposto per i raduni e la manifestazione. Un arbitro internazionale mediamente può quindi arrivare a guadagnare fino a 200.000 euro l’anno, mentre un arbitro al primo anno di serie A può arrivare a guadagnare fino a 120.000. Molto meno ricchi i guardalinee, che ormai hanno una carriera distinta da quella degli arbitri e che per le gare di serie A percepiscono 1000 euro l’una con un fisso che va dagli 8.000 euro per i neopromossi ai 24.000 per gli internazionali.   

Si andrà ad arbitrare all’estero? 

Ed ora, come per tante altre categorie professionali, sarebbero arrivati anche i cinesi con le loro sirene! Nel mirino dei vertici del paese asiatico infatti ci sarebbe, secondo Il Sole 24 ore, l’attuale designatore della Serie A Nicola Rizzoli, individuato per creare una task force di fischietti professionisti, sia stranieri che cinesi, con l’obiettivo di migliorare la qualità dei propri arbitri. Tutto rientrerebbe nella scelta della Federcalcio cinese di creare un team di arbitri professionisti, formato per ora, oltre a Clattenburg e Mazic, anche dai fischietti cinesi Ma Ning, Fu Ming e Zhang Lei. Un team che potrebbe essere guidato dal nostro Rizzoli, che oggi come designatore guadagna 200mila euro, mentre avrebbe ricevuto, secondo quanto scrive Calcio e Finanza, una proposta addirittura da un milione di dollari per andare a guidare questa nuova struttura arbitrale.”L’introduzione del sistema di arbitri professionisti promuoverà lo sviluppo degli arbitri di calcio cinesi, i livelli e gli standard degli arbitri saranno migliorati per garantire che tutti i campionati di calcio in Cina abbiano un gioco equo e imparziale”, ha dichiarato Chen Yongliang, direttore della CFA Super League.

Quindi arbitri ancor più “professionisti”, non legati alla Federazione di appartenenza ma liberi di offrire i propri servizi professionali alla “clientela” internazionale, eventualmente anche con un proprio staff di collaboratori (guardalinee, ma anche addetti al VAR). La nuova frontiera per il professionismo arbitrale, in cui degli esponenti di una libera professione possono essere scelti con la loro squadra dalla clientela grazie ai propri capacità professionale e curriculum ed alla competenza ed affiatamento del proprio team. Ma attenzione allora alla reputazione e quindi alle valutazioni che “la clientela” può fare scegliendo il proprio professionista/team di fiducia!   

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