Tiribocchi: “Mio figlio calciatore? Mi spaventerei… Nelle giovanili girano soldi per giocare e allenare. Oggi mi diverto coi dilettanti”

Tiribocchi: “Mio figlio calciatore? Mi spaventerei… Nelle giovanili girano soldi per giocare e allenare. Oggi mi diverto coi dilettanti”

Uno di quelli che sul campo davano tutto e non avevano paura di osare. Simone Tiribocchi ha amato un calcio che forse non c’è più, ma non ha alcuna intenzione di mollare. Nella sua seconda vita ha deciso di insegnare ai più piccoli tutto quello che ha imparato… tra una telecronaca e l’altra!

di Simone Lo Giudice

Come un “Tir” che… tira dritto! Romano di nascita, amante del calcio di professione. “Tir”: un soprannome coniato dai giornalisti quando Simone Tiribocchi aveva solo 19 anni e giocava al Benevento in C. Quando segnava, fingeva di tirare la cordicella per suonare il clacson, come a dire: via tutti, ora passo io! Un modo di fare che non ha messo da parte nemmeno oggi: nel traffico del calcio moderno, Tiribocchi prova a fare strada con la sua schiettezza e la sua esperienza “alla guida”. Recentemente ha denunciato in una lettera i mali del calcio giovanile e la sua preoccupazione per il futuro di suo figlio, che sogna di fare il calciatore. Metterlo in guardia è uno degli scopi della sua seconda vita, oltre a quello di insegnare ai più piccoli ciò che ha imparato in oltre vent’anni di carriera…. tra una telecronaca e l’altra!

(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)
(Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Simone, le manca il calcio giocato?
All’inizio non mi è mancato. Quando ho smesso, mi hanno proposto di allenare i piccoli: il salto è stato veloce, ma non traumatico perché sono rimasto a contatto col campo. Ho smesso a 36 anni. Dopo il primo anno è andata bene, dopo il secondo abbastanza, al terzo invece hanno iniziato a mancarmi il ritiro, gli allenamenti, il gruppo e tutto quello che il calcio significava per me. Non voleva dire soltanto la partita o lo stadio in sé e per sé.

Si era stancato di qualcosa?
Non saltavo mai gli allenamenti: avevo 36 anni, ma stavo bene fisicamente. La testa però cominciava a fare i capricci e iniziavano a darmi fastidio alcune scelte degli allenatori. In quel senso lì forse ero un po’ stanco… Oggi mi guardo intorno e vedo gente che a 40 anni gioca ancora, a volte nemmeno al mio stesso livello e un po’ rimpiango qualche scelta. Penso che avrei potuto dare ancora qualcosina.

Come sono i giovani nel calcio di oggi?
Si dice spesso che non ci sono più valori e che i giovani sono leggeri. In parte è vero, ma secondo me è colpa di chi li educa e quindi della famiglia, ma anche degli allenatori e degli insegnanti a scuola. Se i valori non vengono trasmessi dalla famiglia, difficilmente si possono insegnare. Bisogna far capire ai ragazzi quanto è importante rispettare i compagni e le persone più grandi. A queste cose non si pensa più: prima erano alla base dell’educazione, oggi invece vengono tralasciate perché c’è altro a cui pensare. Ma noi abbiamo il dovere di insegnarle.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)
(Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Quanto è complicato il salto dalla Primavera alla prima squadra: Zaniolo è un caso eccezionale?
Non credo che lo sia: ci sono tanti giocatori bravi in Primavera. Bisogna essere pronti mentalmente per le pressioni della prima squadra, dove il risultato vale più di ogni altra cosa. Pesa l’impatto coi media, con il pubblico e coi social. Ora Zaniolo è sulla bocca di tutti: sta trascinando la Roma, si parla di rinnovo ed è stato convocato in Nazionale. Ma dovrà ripetersi anche se arriveranno i momenti bui: lì si vedrà se è un campione o un giocatore normale. Al Milan due anni fa Locatelli veniva paragonato a Pirlo, poi ha avuto un calo, ma anche lui è un buon giocatore, come lo è Zaniolo. Bisogna imparare a convivere con certe pressioni e non è facile.

Oggi i social fanno bene o male ai giocatori?
È una questione di carattere: a qualcuno serve essere spronato, altri invece si abbattono quando sono criticati. A me un po’ condizionavano: io non mi permettevo di rispondere ai tifosi… Altri invece gli davano peso. Dipende da come la vivi. Se fai un annata al di sotto delle aspettative, ma senti di aver dato tutto, magari i social possono darti fastidio perché comunque l’impegno ce lo hai messo. Poi è impossibile andare a cento all’ora per un anno. Al giorno d’oggi fare il calciatore è davvero complicato anche per questi motivi.

(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)
(Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Che cosa dice un padre a un figlio che vuole fare il calciatore?
Tempo fa ho scritto una lettera: su Facebook è stata riportata male, ma su Gazzetta.it è uscita correttamente. Oggi Paolo Negro denuncia le stesse cose. Io sono passato per un pazzo che sputa nel piatto in cui ha mangiato. Ora si cominciano a sentire voci strane… Mio figlio è piccolo, ha 6 anni, sarei felice se decidesse di giocare a calcio, però sarei anche tanto tanto spaventato, perché so che mondo è. Poi dipende anche da chi incontri: ci sono educatori bravi che lasciano i ragazzini liberi di divertirsi, pur dando loro gli insegnamenti di cui hanno bisogno. Però ci sono anche allenatori esaltati e poco competenti che insegnano la tattica anziché la tecnica, che non li fanno divertire e questo fa stancare i bambini di 8-9 anni: questa cosa è sbagliata.

Nelle giovanili c’è chi paga per giocare e allenare: è questo il male del nostro calcio?
Il male è anche questo. Se a un genitore vengono chiesti soldi per far giocare il proprio figlio non va bene. Se qualcuno paga significa che non è forte e questo va a discapito di qualcuno che è bravo, ma magari non si può permettere certe spese. La stessa cosa vale per gli allenatori che pagano per allenare. Così non si guarda più al qualità del prodotto, ma solo al soldo e si abbassa la qualità perché si troverà sempre qualcuno che paga per far giocare il proprio figlio. E poi ci meravigliamo se l’Italia non va al Mondiale… Quando non nascono più campioni crolla tutto. 

(Photo credit should read VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)
(Photo credit should read VINCENZO PINTO/AFP/Getty Images)

Lei è stato vice allenatore del Chievo Primavera nel 2017-18: che esperienza è stata?
Bellissima anche se è durata solo sei mesi: ho imparato tante cose da Lorenzo D’Anna. Non è finita come speravo, ma può succedere. Sono caduto tante volte e mi sono rialzato. Le difficoltà del Chievo? Il campionato è diventato molto competitivo verso il basso. Dopo tanti anni è andato via il direttore sportivo che aveva fatto le fortune del club e sono arrivati i punti di penalizzazione. Ci sono state situazioni poco chiare. Questo ha tolto entusiasmo a una piazza che ne aveva tantissimo quanto tutto funzionava. Il Chievo non ha né uno stadio di proprietà né 50.000 abbonati e deve sempre vendere qualche giocatore per andare avanti: quando questo manca diventa un problema.

Lei giocava all’Atalanta quando è arrivato Percassi: che cosa ha portato di nuovo?
Il presidente ama la sua squadra in maniera viscerale e fin da subito ha dimostrato grande competenza. Voleva costruire qualcosa di importante: sognava di ritornare in Europa e lo stadio di proprietà. Ha investito anche nel settore giovanile. La famiglia Percassi oggi sta raccogliendo i frutti di tutto quello che ha seminato. L’Atalanta deve essere un motivo di vanto per l’Italia come successo anche al Torino in passato… Bergamo è un punto di riferimento per chi vuole costruire un settore giovanile all’avanguardia: per farlo però servono persone competenti, tanto sacrificio, qualche investimento e tanta pazienza, perché i risultati non arrivano subito.

(Photo by Julian Finney/Getty Images)
(Photo by Julian Finney/Getty Images)

Nel calcio di oggi c’è troppa ansia?
Sì, perché il risultato è troppo importante per giudicare tutto il resto. Se faccio una buona prestazione ma perdo, prendo i fischi. Se gioco male ma vinco, sono tutti felici. A tanti interessa solo vincere: la Juve la pensa così e non è che sia sbagliato, Allegri lo dice chiaramente. Ma a me piace anche vedere una squadra che si impegna e pazienza se non riesce sempre a vincere. Il primo Zeman veniva criticato, ma ti faceva divertire. Ti innamoravi del calcio perché era imprevedibile e ti dava gioie incredibili. Oggi se un attaccante non segna per tre o quattro partite viene messo in croce: guarda Higuain. È eccessivo. I calciatori guadagnano tanto, ma sono esseri umani e possono avere un momento di appannamento. Da questo punto di vista, la figura dello psicologo può essere importante.

Lei ha smesso nel 2014: come è andata?
Ero a Vicenza e avevo ancora due anni di contratto: quattro giorni prima di andare in ritiro, mi hanno chiamato per dirmi che il mister non mi voleva. Erano stati chiari: o me ne andavo in prestito o mi mettevo ad allenare. All’epoca mio figlio era piccolo e ho deciso di non spostarmi. È stato tutto molto immediato: non me lo aspettavo perché stavo bene e potevo dare ancora tanto. Forse avrei potuto aspettare e scommettere su me stesso perché quando smetti la vita cambia completamente. E vieni anche un po’ dimenticato, ma lo dico senza cadere nel vittimismo: sei stato sotto i riflettori per 20 anni e poi all’improvviso non c’è più niente. Magari provi ad allenare, ma c’è più concorrenza e non conta niente se sei un ex giocatore. Allora pensi che magari avresti dovuto mantenere certe amicizie quando giocavi, ma non lo hai fatto e ti ritrovi solo. Devi rimboccarti le maniche: io l’ho fatto.

Cellulare

Che cosa ha fatto dopo?
Ho frequentato subito i tre corsi Uefa A, B e Pro: sognavo di allenare. Ho iniziato con le giovanili del Vicenza. Ho guidato anche la prima squadra dell’Olbia per sei partite in Lega Pro: l’ho fatto per appena un mese, ma è stata una bella occasione. Poi ho fatto il vice al Chievo Primavera e recentemente ho accettato un’offerta di una società dilettantistica. Avevo sempre fatto professionismo e all’inizio ero un po’ titubante: temevo di allontanarmi un po’ troppo da quello che voglio fare. Poi però ho deciso di accettare ed è stata la scelta migliore che potessi fare. Qui all’Eurocalcio si lavora da Dio, tutti ti ascoltano e la società è in gamba: abbiamo 300 ragazzi e stiamo lavorando bene. Adesso alleno l’Under 19. Ai più piccoli faccio anche lezioni private per migliorare la tecnica, la coordinazione e il passaggio: fondamentali che oggi vengono curati sempre meno.

Ha iniziato anche a raccontare il calcio…
Sì, è un’avventura nata da poco, ma mi piace molto: collaboro con DAZN e faccio il commento tecnico nelle partire di Serie B e A. Avverto una pressione completamente diversa. Mi preparo molto e all’inizio sono sempre un po’ in ansia, ma è giusto così: bisogna temere le cose per affrontarle nel verso giusto. Non sai mai dove ti porterà la partita e devi farti trovare pronto. Però è molto adrenalinico. Parliamo di calcio sotto tutti i punti di vista ed è bello raccontare quello che succede. E poi non c’è l’ansia del risultato a condizionarti: ed è fantastico.

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