Deschamps in finale, a caccia di mostri sacri tra campo e panchina…

Deschamps in finale, a caccia di mostri sacri tra campo e panchina…

Francia in finale e Deschamps insegue un traguardo storico: iscriversi al ristrettissimo club di chi ha vinto la coppa sia da calciatore della nazionale che da CT. E a Mosca insegue due mostri sacri: Zagallo e Beckenbauer…

di Redazione Il Posticipo

F come Francia. F come Finale. Come nel 1998, quando Didier Deschamps scende in campo e vince il primo e sinora unico titolo mondiale della nazionale transalpina, avendo anche l’onore di alzare al cielo la Coppa del Mondo. Adesso il francese vuole completare l’opera e iscriversi al ristrettissimo club degli allenatori capaci di laurearsi Campioni del mondo dopo aver vinto l’ambitissimo trofeo da calciatore. Un’impresa che proietterebbe il CT francese nell’Olimpo del calcio, in compagnia di alcuni mostri sacri che hanno scritto una delle pagine.

BECKENBAUER – Come sempre, il Kaiser gioca con eleganza e anticipo. Campione del mondo nel 1974, bissa il titolo mondiale, questa volta in panchina, dopo appena sedici anni alla guida di una nazionale più italiana che tedesca. La Germania gioca fra Milano e Roma, quindi perennemente in casa, considerando la ricca colonia di romanisti e interisti nella rosa della Mannschaft. La squadra di Beckenbauer vince il mondiale imponendosi in sei partite e pareggiando la sfida in semifinale con l’Inghilterra. Cadono Olanda, Cecoslovacchia, Inghilterra e Argentina e a Roma il Kaiser è di nuovo campione del mondo, proprio come a Monaco di Baviera.

ZAGALLO – Il primo dei due a vincere i mondiali in ordine temporale è però Zagallo, anche lui campione del mondo con il Brasile sia in campo che in panchina. Irraggiungibile, visto che il brasiliano, di mondiali, ne ha vinti addirittura tre in totale. Due da calciatore, in Svezia nel 1958 e in Cile nel 1962. Troppo facile, con il Brasile di Didì, Vavà e Pelè. Molto più complicata l’impresa nel 1994, quando il CT sfida la stampa che lo definisce catenacciaro e costruisce uno dei Brasile più brutti ma più solidi di sempre. Poca classe, esclusi Romario e Bebeto, e tanta grinta. È la squadra di Marcio Santos e Dunga, gente che abbina sostanza e personalità a profusione. Non incanta, ma vince ai calci di rigore con l’Italia dopo aver eliminato Stati Uniti, Olanda e Svezia. Adesso a Mosca tocca a Deschamps calare il tris. Inghilterra o Croazia permettendo.

 

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