Tra tirannide e democrazia: la politica della panchina

Tra tirannide e democrazia: la politica della panchina

Non tutti gli allenatori sono uguali e ognuno ha un proprio stile manageriale che, quando si tratta di gestire uno spogliatoio di trenta ragazzi, varia e anche di molto.

di Francesco Cavallini

Tempo (o quasi) di elezioni, ma per fortuna il calcio non si trova granchè coinvolto dalla campagna elettorale. Anche perchè il pallone la sua la fa tra maggio e agosto, quando ogni allenatore presenta il suo “programma”, alla ricerca di sostegno da parte della sua squadra, facendo, se necessario, anche più di qualche aggiustamento nelle liste. Già, perchè naturalmente non tutti i tecnici sono uguali e ognuno ha un proprio stile manageriale che, quando si tratta di gestire uno spogliatoio di trenta ragazzi, varia e anche di molto. C’è chi preferisce un approccio alla vita di squadra fatto di scambi di opinione, ma anche chi è diventato un grandissimo del pallone andando avanti per la sua strada e prendendo tutte le decisioni da solo, senza accettare un contraddittorio. Insomma, l’eterna lotta tra la tirannide e la democrazia. C’è quindi un modo “giusto” di allenare? Vediamo un po’…

La “tirannide”: autocrazia e decisionismo

Da che mondo è mondo e da che calcio è calcio, quella dell’allenatore è una figura di potere. Del resto il termine “mister”, regalatoci dai primi anglosassoni che davano calci ad un pallone in Italia, presuppone che chi guida la squadra si ponga ad un livello superiore. E per questo, anche ad oltre 150 anni dalla codifica delle regole, esistono molti allenatori che a questo potere proprio non vogliono rinunciare. Non si tratta di una questione di principio, ma più che altro di una fiducia nelle proprie idee che in fondo fa onore. I problemi però escono fuori quando questa tipologia di tecnico si scontra con uno spogliatoio ribelle. A quel punto, il muro contro muro è praticamente inevitabile. E c’è chi sa uscirne bene e chi invece spesso vede crollare tutto il lavoro svolto fino a quel momento. Due allenatori che hanno fondato la propria fama e le proprie vittorie su un decisionismo esasperato sono Arrigo Sacchi e Fabio Capello, che nel corso della loro carriera difficilmente hanno dato ascolto a qualcuno diverso da se stesso. L’autocrazia di Sacchi, ad esempio, ha portato a scontri diventati poi leggendari, come quello con Van Basten (che costò la panchina del Milan al tecnico) o quello con Signori in nazionale, schierato da esterno nonostante l’evidente contrarietà alla questione del calciatore della Lazio. Anche Capello ha la sua lunga lista di frizioni, prima su tutte quella con Montella ai tempi della Roma. Il “Sergente di Ferro”, del resto, è sempre stato senza mezze misure e la rosa degli indesiderati nelle sue squadre è sempre stata molto folta. Ma se esiste qualcuno che sa incarnare il detto “o con me o contro di me”, quello è Zdenek Zeman, il…tiranno per eccellenza. Dogmatico, intransigente ed impossibile da contraddire. Capace di ispirare devozione assoluta o antipatia immediata. Nel suo caso, i risultati non coadiuvano granchè, il che dimostra che con il pugno di ferro si può vincere, ma che non è assolutamente garanzia di allori per gli allenatori.

La democrazia al potere

E poi c’è la scuola opposta, quella di una gestione quasi collegiale delle dinamiche di squadra. Quella in cui l’allenatore, pur mantenendo inalterata la sua superiorità gerarchica all’interno del gruppo, scende dal suo piedistallo e si trasforma in una specie di primus inter pares, mutuando il concetto dal principato romano. Un ambiente in cui dialogo, scambio di idee e cooperazione sono all’ordine del giorno, basato più sul rispetto della guida tecnica che sul…terrore. Una metodologia che a prima vista sembra decisamente più adatta a quello che in fondo è uno sport di squadra, ma che non è scevra da problematiche insite. Il rischio, anche abbastanza concreto, della democrazia in panchina è quello di perdere pian piano in autorevolezza, permettendo così ai calciatori di mettere in dubbio l’autorità del tecnico. tirannide democrazia allenatori Il migliore degli ultimi anni, in questa categoria di allenatori, è certamente Carletto Ancelotti, capace di vincere e convincere ovunque anche e soprattutto grazie alla sua capacità di gestire alla perfezione rose straripanti di grandi talenti come Milan, Chelsea, Real Madrid, Paris Saint-Germain e, anche se in misura minore, Bayern Monaco. Illuminante al riguardo l’autobiografia del tecnico di Reggiolo, piena di aneddoti riguardanti più la gestione del gruppo dentro e fuori dal campo, piuttosto che l’accorgimento tattico o la scelta in sede di mercato. Ed è infatti sembrato strano che un allenatore così democratico sia stato “fatto fuori” dai suoi giocatori a Monaco di Baviera, ma evidentemente è il segnale che anche questa metodologia ha dei difetti. Se ne è accorto di recente anche Vincenzo Montella, che alla guida del Milan ha palesato più di qualche difficoltà pur ricordando come gestione del gruppo proprio Ancelotti. I repentini cambi di rotta per assecondare lo spogliatoio e il disastroso finale hanno dimostrato che spesso non saper scegliere è peggio di volersi imporre.

Gli splendidi flash dei tribuni

A ben vedere, c’è anche la nouvelle vague dei trascinatori, i tecnici in grado di incanalare i sentimenti del pubblico e della squadra verso un obiettivo, guidando la nave in prima persona, con la verve e la forza anche comunicativa del vero capopopolo, quasi del tribuno. I Mourinho, ma anche i Conte, i Klopp e i Simeone, quegli allenatori che attraverso il carisma creano la volontà da parte del calciatore (ma anche del tifoso) di dare l’anima per il tecnico e per la squadra. Anche loro hanno vinto (e molto), ma si scontrano contro un tratto comune delle proprie carriere. Il burnout. L’incapacità di durare nel tempo. Un tipo di management simile stressa tutti in maniera esagerata e porta sì a vittorie entusiasmanti, ma anche a crolli improvvisi ed inarrestabili, come sta scoprendo Conte nella sua seconda stagione al Chelsea.

Allegri e l’adattamento darwiniano

Esiste dunque una via di mezzo tra tirannide e democrazia? Certamente il mondo del calcio è pieno di allenatori ragionevoli, in grado di valutare di volta in volta l’atteggiamento con cui porsi nei confronti della squadra, ma è difficile che questi profili facciano la storia. A meno che non ci si chiami, ad esempio, Massimiliano Allegri, che con la sua capacità quasi darwiniana di adattarsi a qualsiasi tipo di situazione e di trasformare le crisi in opportunità sta raggiungendo risultati impressionanti, ma soprattutto una continuità di rendimento delle sue squadre che ha pochi eguali. Fare la cosa giusta al momento giusto, cambiando anche idea se necessario. Da un punto di vista lessicale e politico, si chiamerebbe trasformismo. E la bacheca dimostra che l’accezione del termine non è necessariamente negativa.

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