6 Nazioni, si scrive Galles, si legge rugby

6 Nazioni, si scrive Galles, si legge rugby

A Cardiff l’Italia affronterà un Galles desideroso di giocarsi al meglio le poche chances per la vittoria del torneo. Traduzione: vorranno surclassarci. Per i nostri un’altra partita da trincea ed elmetto. A meno che…

di Ronald Giammò

Se la cantano e proveranno a suonarcele. Si potrebbe riassumere così la copertina di questo Galles – Italia (quarta giornata del 6 Nazioni). Da una parte i nostri Azzurri, ancora digiuni di vittorie e con il rischio di vedersi allungare la striscia record di sconfitte consecutive nel Torneo; dall’altra i Dragoni gallesi, vincitori nel 2012 e 2013, un paese ovale come pochi altri che è riuscito a trovare nel rugby quello sport capace di fondere insieme due dei suoi tratti più orgogliosamente distintivi: identità e vocazione al canto.

Galles, non solo miniere

Sì, perché se oggi il contesto è cambiato e il Galles non è più (solo) quel paese povero dove la densità delle miniere superava in passato quella della popolazione, quel che è rimasto intatto è la tradizione che continua a tramandarsi e rinnovarsi e non ne vuol sapere di cedere il passo a un presente più ricco e votato al professionismo. Provare per credere: seguire l’ingresso in campo del XV di casa al Millenium Stadium (oggi ribattezzato Principality per cause legate agli sponsor), attendere le prime note dell’inno nazionale, “The Land of My Fathers”, e rendersi conto di come il canto a quelle latitudini sia ancora un tratto identitario in cui riconoscersi.

Un rugby vincente e a base amatoriale

Poi, ovvio, c’è dell’altro. Tanto altro. Per cominciare, una nazionale che ha dovuto attendere dieci anni dall’avvento del professionismo per poter tornare a recitare un ruolo da protagonista nel Torneo, spia di come il rugby in Galles si fondi ancora su una nutrita base amatoriale. Prese le misure e trovato il modo di incanalare e valorizzare le risorse che naturalmente il paese continuava a produrre, ecco che il Galles è tornato lì dove è sempre stato: la nazionale che fino all’anno scorso vantava il record di vittorie (37), un risultato ancor più sorprendente se si pensa ai numeri e al bacino cui può attingere l’Inghilterra (38) rivale di sempre.

Per l’Italia sarà dura

Nessuna illusione, quindi. Sarà un altro pomeriggio di sofferenza. Una di quelle partite che non si discosterà dal canovaccio di sempre: noi dovremo giocare al 110% delle nostre possibilità, sperando che i nostri avversari non siano in giornata. Più o meno quanto visto quindici giorni fa a Marsiglia, quando affrontammo una Francia mai così vulnerabile e non fummo in grado di capitalizzare quel vantaggio regalatoci in sorte dal destino.

L’ultima trasferta di questo 6 nazioni

Vedremo come l’Italia intenderà giocarsi questa delicata trasferta. Il commissario tecnico Conor O’Shea ha scelto una formazione in linea con quelle già schierate nel corso del Torneo. Un solo cambio nella linea dei trequarti (Bisegni secondo centro al posto di Boni) e pacchetto di mischia confermato in blocco. Scelte all’insegna della continuità quindi, che consentiranno ai nostri di progredire dal punto di vista dell’affiatamento e di correggere sul campo errori e lacune evidenziate nei match precedenti. L’interrogazione a cui ci sottoporranno i padroni di casa sarà di quelle severe, occorrerà quindi trovare risposte adeguate per cercare di arginare le loro iniziative volte a mettere subito in discesa la contesa. Sarebbe bello però riuscire a creare anche noi qualche interrogativo ai maestri gallesi, vivere quel pomeriggio all’insegna della spregiudicatezza di chi non ha nulla da perdere: per confermare che, seppur lentamente, passi in avanti se ne stanno facendo; che la direzione intrapresa è quella giusta; e per cercare di soffocare il più a lungo possibile le ugole dei tanti che affolleranno gli spalti del Millenium.

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